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ghirigori d’oro

Come Shelley e Whitman, (Wallace Stevens) era un poeta lucreziano e celebrava un cosmo incentrato sull’inevitabilità dell’entropia e della morte. Sebbene questa sembri una concezione poco gioiosa, in Stevens vi è una gioia epicurea accompagnata da un’esuberanza linguistica simile a quella delle shakespeariane Pene d’amor perdute.
Alla mia veneranda età, mi lascio commuovere soprattutto dall’elegante semplicità di Stevens, che ci fornisce la più convincente difesa contemporanea della poesia:

Da questo nasce la poesia: che viviamo
in un luogo non nostro, e che non siamo noi,
ed è arduo, ad onta dei giorni d’orifiamma.

da Il genio. Il senso dell’eccellenza attraverso le vite di cento individui non comuni, Harold Bloom, Rizzoli

togliersi il sampietrino dalla scarpa

Edgar di Gloucester:

“(…)
La cosa più bassa e priva di fortuna
ha ancora una speranza, non vive in paura:
il mutamento più lamentevole è dal meglio:
il peggio torna al sorriso.

(…)”

Gloucester:

“Un po’ deve ragionare, che altrimenti
non potrebbe mendicare. (…)”

Atto IV – Scena I, Re Lear, William Shakespeare, Feltrinelli, trad. di Agostino Lombardo

 

ecco la mirabile stupidità

Edmund, il bastardo di Gloucester:

“Ecco la mirabile stupidità del mondo: quando le nostre fortune decadono – spesso per gli eccessi del nostro stesso comportamento- rendiamo colpevoli dei nostri disastri il sole, la luna e le stelle, come se fossimo delinquenti per necessità, sciocchi per coercizione celeste, furfanti, ladri e traditori per il movimento delle sfere, ubriaconi, bugiardi e adulteri per obbedienza forzata all’influsso dei pianeti – e tutto il male che facciamo è dovuto all’imperativo divino. Magnifica trovata dell’uomo puttaniere, quella di mettere i suoi istinti da caprone a carico d’una stella (…).”

Atto I – Scena II, Re Lear, William Shakespeare, Feltrinelli, trad.di Agostino Lombardo