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Appunti per CAPSULA PETRI n.10

Il quadro, che rappresenta un atto visionario (…), deve essere prima di ogni altra cosa persuasivo: nessuno davanti a un simile quadro deve avere il benché minimo dubbio circa la veridicità di quanto avvenuto.

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Esistono diverse modalità relative a questa partecipazione per empatia. La prima, rara ma non inesistente, è quella in cui la vista di un quadro di una visione provoca, a sua volta, una visione.

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Questa visione provocata da un dipinto contribuisce a scatenare il principio meditativo a esso intrinseco.

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La modalità più frequente è, tuttavia, la partecipazione per empatia “normale” dello spettatore all’atto della visione rappresentata. Lungi dall’incitare a esercizi mistici difficilmente controllabili, la contemplazione di un quadro di visione equivale a un familiarizzarsi con l’esperienza visionaria.
Lasciandosi “trasportare” da un quadro di visione lo spettatore-fedele beneficia sempre di una “guida spirituale” (il santo visionario); vive questa esperienza estatica nello spazio consacrato (…) e , di conseguenza, non si trova mai veramente “solo” al cospetto della manifestazione visibile del sacro.

da Cieli in cornice, Victor I. Stoichita, Meltemi

Appunti per CAPSULA PETRI n.8

In senso mistico, l’esperienza visionaria non è necessariamente un’esperienza ottica, pur rimanendo un’esperienza di immagine, che può rivestire dei livelli di visibilità variabili. La maggior parte dei mistici concorda sul fatto che l’incontro con il trascendente è essenzialmente ineffabile, inenarrabile, irrappresentabile, il che non impedisce affatto alla cultura occidentale di disporre di innumerevoli testi letterari e di altrettante opere d’arte che ne parlano. Si tratta pertanto di testi e di immagini problematici e paradossali, giacché rappresentano ciò che a priori non può essere visto (“tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”, Esodo, 33, 20) né rappresentato (“l’imitazione dell’invisibile non fa parte dell’ambito della pittura”, Carducho, 1633)

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Una delle accezioni originarie della parola templum è “cielo”. La parola designò in un secondo tempo un rettangolo disegnato nel cielo, uno spazio consacrato e fatto per essere “contemplato”. Fu solo in un’epoca successiva che designò il sito del culto (Forcellini, 1835)

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Il cielo si schiude appena, la divinità non vi si vede. La figura di Cecilia (nel dipinto di Raffaello) si presenta come un collegamento tra la “natura morta”, riprodotta nell’estremità inferiore della rappresentazione, e la breccia verso l’infinito dell’estremità superiore. Ma i due mondi non si compenetrano l’un l’altro ed è, piuttosto, il principio di contiguità a governare l’intera composizione (Arasse, 1972)

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Alla connessione cielo/terra viene ad aggiungersi quella quadro/spettatore.

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Nel quadro e in virtù del quadro esperienza visionaria e visione diventano dei “beni pubblici”.

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Ciò che Cecilia vede effettivamente rimane segreto.

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Ciò che Raffaello ci dice, invece, molto chiaramente è come Cecilia vede: in un “sotto in su” assai ben calcolato. Lo scorcio del cielo è allo stesso tempo audace e prudente, giacché tenta di conciliare il punto di vista di Cecilia con quello dello spettatore del quadro. Lo spettatore deve avere l’impressione di vedere dal proprio punto di osservazione simultaneamente sia Cecilia che la sua visione.

da Cieli in cornice. Mistica e pittura nel Secolo d’Oro dell’arte spagnola, Victor I. Stoichita, Meltemi