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Appunti per Mi chiamo M.M. n.31

Juan Acuna de Adarve (1637), autore del testo più completo dedicato nel XVII secolo alle “vere immagini del Cristo”, racconta l’esperienza vissuta da una religiosa davanti a una “Veronica”, cioè davanti a un quadro raffigurante il Sacro Volto:

...un giorno, durante la settimana santa, dopo essersi flagellata con delle catene di ferro come era solita fare, prosternata davanti a una Veronica, disse: "Oh! mio dolce Gesù Cristo, vi supplico Signore, in nome della vostra santa passione, fate che io diventi vostra sposa prendendo i voti affinché, una volta liberata dalle cose di questo mondo, io possa meglio consacrarmi interamente a Voi, Salvatore dell'anima mia. Non appena la monaca ebbe pronunciato queste parole, la Veronica cambiò d'aspetto e si trasformò nel bel volto di Nostro Signore Gesù Cristo, vivo come se fosse di carne corruttibile e mortale. Queste furono le sue parole, alla sola vista del suo Salvatore, queste le sue lacrime, queste le sue lamentazioni e le sue angosce nate da tanto amore, tanto che il Signore in persona la consolò promettendole di accoglierla come sua sposa (...). Dopo aver parlato in questo modo, la Veronica tornò al suo aspetto originario.

Questo resoconto, il fatto che un dipinto abbia funzionato da supporto a una visione non è la sola cosa a essere significativa. Certo, non si tratta che di una variante, tra altre, di un antico topos. la vera e propria importanza di questo brano sta – credo – nel fatto che esso instaura un parallelismo ineluttabile tra l’esperienza mistica e le ricerche illusionistiche della pittura di allora. Per essere più chiari: la protagonista di questo racconto ha avuto un’esperienza che si potrebbe definire un “trompe l’oeil” mistico”. Le Veroniche di Zubaran occupano senza dubbio, per la loro grande qualità, un posto privilegiato in seno a questa serie (Calabrese, 1999). La materialità del sudario, le sue pieghe, la trama vi sono riprodotti con cura suprema. Il viso del Cristo è, invece, come cancellato dal passare del tempo. Lo spettatore deve compiere un vero e proprio sforzo per rendere fluida questa immagine ai limiti dell’evanescenza. ma è proprio questo sforzo a instaurare, nel contesto contemplativo, un legame profondo tra lo spettatore e l’immagine.

da Cieli in cornice, Victor I. Stoichita, Meltemi