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che cosa abbiamo dato?

Allora il tuono parlò
DA
Datta: che cosa abbiamo dato?
Amico mio, sangue che scuote il mio cuore,
l’ardire tremendo di un momento d’abbandono
che una vita di prudenza non potrà ritrattare.
In questo – e solo in questo – noi esistemmo,
che non ritrovi nei nostri necrologi
o sulle lapidi drappeggiate
dal benefico ragno
o sotto i sigilli rotti dallo sparuto notaio
nelle nostre vuote stanze.

da Il paese guasto (La terra desolata) – V. Quello che disse il tuono, di T.S.Eliot, Stampalternativa, a cura di Angiolo Bandinelli

A little romance is essential to ecstasy. We are all selfish – Self Denial doesn’t seem to be a good thing expecting in others – the world holds an unoccupied niche only for those who climb up – work and study, study and work – are worth a decade of dreams – and romantic notions – but I do not believe in being so thoroughly practical that what is beautiful, what is artistic – what is delicate or what is grand – must always be deferred to what is useful. And there is no better exercise than an effort to do our best to appreciate and describe to others the beauties of those things which are denied to the vision of the absent.

(…)

When we try to picture what we see, the purely imaginary is transcended, like listening in the dark we seem to really hear what we are listening for – but describing real objects one can draw straight or curved lines and the thing may be  mathematically demonstrated – but who does not prefer the sunlight – and the shadow reflected.
Point in all this screed – Paint truth but not always in drab clothes.
Catch the reflected sun-rays, get pleasurable emotions – instead of stings and tears.
I must have eaten something at dinner that dispelled my humour (…)
The funniest thing about this letter is that isn’t a bit of fun in it.

(…)

Garret Barcalow Stevens in una lettera al figlio del 27 settembre 1897

Caro Signor Stevens

Caro Signor Stevens,
vorrei dirle in che senso io trovo che lei sia distante da Eliot (pur conoscendolo pochissimo e forse proprio a causa del vostro divergere).
Eliot giura che “è la fine!”, quando lei si meraviglia che sia “l’inizio!”.
Eliot ha dimora nel paese guasto e invece lei, Signor Stevens, ho ben inteso (Note verso la finzione suprema ) che quando si trova a passeggiare al parco canta “Amor che nella mente mi ragiona”(1) … e persino nella autunnale/invernale poesia La pianta verde (2), fa del barbaro verde il trionfo!
Avrei voluto dirle questo.

(1)

Prologo

E per chi, se non per te, io provo amore?
E stringo, chiuso al petto, il libro estremo
Del sommo tra i sapienti, in me nascosto giorno e notte?
Nell’incerta luce di una sola certa verità,
Eguale per mutevolezza alla luce
In cui t’incontro e riposiamo,
Per un istante al centro di noi stessi,
La fulgida trasparenza che tu emani è pace.

(Traduzione di Nadia Fusini)

(2)

La pianta verde

Il silenzio è una forma passata.
Le rose leonine di Otu-bre sono divenute carta
E le ombre degli alberi
Ombrelli disastrati.

Il vocabolario sfibrato dell’estate
Non dice più niente.
Il marrone nel fondo del rosso,
L’arancio giù in fondo al giallo,

Sono falsificazioni di un sole
Che si specchia, senza calore,
In una costante secondarietà,
Un declinare verso il termine –

Se non che una pianta verde fiammeggia, se guardi
La leggenda della foresta castana e olivastra,
Fiammeggia, fuori leggenda, col barbaro verde
Della fiera realtà cui appartiene.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

proprietà emergenti

In fotografia la successione delle riscoperte è più rapida che in qualsiasi altra arte. Illustrando quella legge del gusto, di cui T.S. Eliot diede una formulazione definitiva, secondo la quale ogni nuova opera importante modifica necessariamente la nostra percezione dell’eredità del passato, le nuove fotografie cambiano la maniera in cui noi guardiamo le vecchie.

da Sulla fotografia, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

Donnini Nadar

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donnini elbow

AddieCard05282vLewisHine

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donnini al lago

egon schiele

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Donnini

diane arbus

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donnini concessione

Hugo Erfurth

del barzottismo

Primavera cresciuta a mezzo inverno
è la sola stagione sempiterna,
sebbene inumidita nel tramonto.
Sospesa nel tempo, fra il tropico e il polo.
E quando il breve giorno si rischiara, con gelo e con fuoco,
ed il tiepido sole infiamma il ghiaccio…

da Quattro quartetti, Thomase Sterns Eliot, Faber & Faber, London 1944 trad. da Roberto Sanesi

E sia “religione” sia “cultura”, oltre a significare cose diverse, dovrebbero significare per l’individuo o per il gruppo qualcosa cui essi tendono, non solamente qualcosa che essi posseggono.

da I Tre significati di “cultura”-Appunti per una definizione della cultura, Thomas Stearns Eliot, Bompiani

Spesso lascio che un’immagine “si produca” in me emozionalmente, e quindi applico ad essa quanto posseggo di forza critica e intellettuale-, lascio che questa immagine contraddica la prima, già sorta, e che una terza immagine generi dalle altre due insieme una quarta immagine contraddittoria, e lascio quindi che tutte restino in conflitto al di fuori dei limiti formali da me imposti… Al di fuori dell’inevitabile conflitto delle immagini – inevitabile perché appartenente alla natura creativa, ricreativa, distruttrice e contraddittoria del centro motivante, cioè del centro della lotta-cerco di pervenire a quella pace momentanea che è una poesia.

Dylan Thomas tradotto da Roberto Sanesi

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.