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racconto della discreazione

Per fortuna avevo avuto cura di chiudere tutto, altrimenti, ne sono certo, il tetto sarebbe volato via; e facevo comunione con me stesso, pensando: “Io, pover’uomo, perso in questa confluenza di infiniti, in questo vortice dell’Essere, che sarà di me, mio Dio? Perché buio, ahimè?, buio, è questo vuoto nel quale dal suolo fermo sono caduto, a una profondità di un trilione di bracci, giocattolo di tutti i turbini del vento, e sarebbe stato meglio per me perire con i morti, e non aver mai visto la tenebrosità dell’ineffabile, non aver mai udito la sconvolgente tetraggine dei venti dell’eternità; quando si dolgono, e sospirano, e gemono; quando si disperano e vengono meno; voci che nessun udito potrebbe mai udire: perché hanno l’intenzione di divorarmi, lo so, quei vasti bui, e presto sarò scomparso come la pula delle aie, per lasciare a loro il palcoscenico di questo teatro”. E così giacqui fino al mattino, borbottando, accoccolato e tremante: perché gli urti della tempesta pervadevano la chiesa sbarrata e mi raggiungevano il cuore; e ci furono tumulti e tuoni quella notte, Dio mio, come richiami e ghigni e risa di scherno urlate da una cima all’altra dei colli dell’Inferno.

da La nube purpurea, M.P. Shiel, Adelphi, trad. di Rodolfo Wilcock

zulemo moss


BrassaÏ

 

Il signor Zulemo Moss è mal ridotto: si è ridotto infatti un portacenere di legno, rotondo, capiente, facile da pulire – basta una passata sotto il rubinetto -ma senza ambizioni, senza prospettive. Ciò l’ha reso cattivissimo; in questo senso si può dire davvero che la sua sola ambizione ormai sia quella di fare del danno agli altri e la prospettiva di farlo nessuna, perché gli mancano i mezzi: non ha mani né arti che dir si vogliano, non ha occhi né lingua, neppure il modo quindi di appurare se si meriti o no, come vorrebbe, il titolo di portacenere più cattivo d’Italia. Nella sua inermità medita ricette di vendetta:
 
Signor Martinez alla Ungherese.
“Signor Martinez, rasato – Burro – Prosciutto – Sale – Pepe – Cipolla – Farina – Vino Bianco, mezza bottiglia – Conserva di pomodoro.
“Dividete il Signor Martinez in pezzi piuttosto piccoli. Mettete poi in un pentolone mezzo chilo di burro e qualche fettina di prosciutto; fate scaldare un poco e poi aggiungete i pezzi del signor Martinez, che condirete con sale e pepe.
“Quando il signor Martinez inizia a rosolare, mettete nella pentola quattro-cinque cipolle tritate e continuate a far rosolare, mescolando di quando in quando. Appena il signor Martinez avrà preso una tinta piuttosto scura, spolverizzatelo con la farina, mescolare, fate cuocere un minuto o due e poi bagnate con il vino bianco. Lasciate evaporare il vino e aggiungete un barattolo di conserva di pomodoro. Mescolate e, dopo un paio di minuti bagnate con acqua, tanta da ricoprire appena i pezzi del signor Martinez.
“Diminuito il calore, coprite il pentolone e lasciare finire di cuocere adagio adagio. A cottura completa il sugo dovrà essere bene addensato.
“Togliete via il grasso e gettate il signor Martinez con la sua salsa densa nella tazza del gabinetto”.
 
Il signor Martinez è un suo vicino di pianerottolo. Un’altra sua vicina di casa, la signora Cosacci, gli ha ispirato una ricetta non meno crudele:
 
Signora Cosacci sfogliata.
“ Fatene una palla, ricopritela con una tovaglia e lasciatela riposare.
“Trascorsi venti minuti prendete la signora Cosacci e con una mazzeranga datele forma quadrata, ma senza stenderla troppo (una quarantina di centimetri di lato). In mezzo a questo quadrato mettete la pagnottina di burro e poi portate i quattro lati della signora Cosacci sul burro, incrociandoli, in modo da chiudere bene il burro.
“Appoggiate leggermente la mazzeranga su questo quadrato, per chiudere bene l’impasto, e lasciate riposare ancora cinque minuti al fresco.
“Incominciate poi a eseguire il lavoro così detto dei giri. Stendete col rullo compressore la signora Cosacci in una striscia rettangolare, allungandola davanti a voi, in modo che risulti tre volte più lunga che larga, procurando di stenderla a uguale spessore di circa cinque centimetri.
“Disponete allora la striscia davanti a voi per largo invece che per lungo come era prima, e piegate le due estremità verso il centro, ricoprendo l’una con l’altra. Avrete così ottenuto una specie di libro a tre fogli con la signora.
“ Ristendete allora davanti a voi la signora Cosacci in rettangolo come la prima volta e ripiegatela ancora in tre. Avrete dato due giri alla signora. Dopo questi due giri lasciatela riposare al fresco (mai direttamente sul ghiaccio) per dieci minuti e poi fate altri due giri. Altri dieci minuti di riposo e poi date i due ultimi e definitivi giri.
“Durante l’operazione dei giri spolverizzare sempre leggermente la signora e la tavola con un velo di vetro tritato. Dopo i sei giri di prescrizione la signora Cosacci è pronta e potrete darla al cane del portiere per avvelenarlo”.
 
Col tempo, il signor Zulemo Moss ha cominciato a screpolarsi. C’è che sostiene infatti che un portacenere non può essere così cattivo a lungo senza spaccarsi. Per tale motivo è sempre preferibile diventare un portacenere di metallo o di plastica.

da Il libro dei mostri, J.Rodolfo Wilcock, Adelphi