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appunti per Trentasei e dieci vedute n.5

Rembrandt Autoritratto con capelli scompigliati 1627 1628

Come nello spettacolo atmosferico di nuvole che cozzano l’una contro l’altra, sopra l’ampio profilo di tre quarti avviene un duro scontro fra chiaro e scuro. Da sinistra un chiarore progressivo si insinua profondamente nelle masse arretranti degli insondabili abissi ombrosi. Con vivida drammaticità Rembrandt articola in varie tappe il processo di conquista dell’ombra da parte della potenza della luce, imponendo così all’osservatore l’impressione di una dinamica graduale e progressiva: mentre sulle labbra e sul mento già si compie il crescente dissolvimento dell’oscurità, di traverso sulla guancia destra i fronti ancora intatti della massa chiara e di quella scura si contrappongono come potenze equivalenti. Ma anche qui l’impeto della luce sta già prendendo il sopravvento, in quanto dalla sporgenza illuminata del naso essa sbarra il passo all’ombra profondamente annidata nell’orbita destra.
L’espressione del volto è immobile e indecifrabile. Gli occhi fissano disorientati davanti a sé. La faccia sopporta pazientemente il gioco d’ombre che l’attraversa.
Alla base di questo autoritratto sta una concezione che non può che essere definita “paesaggistica”. La testa è formata come un paesaggio, e non mi sembra psicologismo azzardato affermare che il senso espressivo di questo volto prigioniero di un’angosciata passività si identifica con quell’inquieto periodo intermedio della natura in primavera, quando un terreno che si sta gonfiando in torpida fertilità attende che la pioggia mattutina faciliti l’affiorare del flusso impetuoso delle sue forze.

da La figurazione fantastica. Studi di iconologia dell’espressione, Wilhelm Fraenger, Esedra Editrice, a cura di Giovanni Gurisatti

appunti per Trentasei e dieci vedute n.4

Bruno Illich

Gertrude Stein riesce notoriamente a sconvolgere i canoni fondamentali del genere autobiografico. Scrivendo l’Autobiografia di Alice Toklas, ella infatti contravviene alla regola elementare per cui il protagonista di un’autobiografia ne è anche l’autore. Nel libro in questione tale coincidenza salta. Come annuncia il titolo, Gertrude Stein scrive e firma l’autobiografia di un’altra, ossia l’Autobiografia di Alice Toklas, dove Alice parla in prima persona.

(…)

L’Autobiografia di Alice Toklas è dunque un’autobiografia di Gertrude Stein, scritta da Gertrude Stein, dove Gertrude medesima compare però nel testo come un personaggio narrato da Alice. Il gioco della finzione può anche essere formulato diversamente. Si può infatti anche dire che, nell’Autobiografia di Alice Toklas, Alice stessa, pur figurando nel ruolo autobiografico della prima persona, viene tuttavia a svolgere il ruolo della biografa di Gertrude Stein. Insomma, la finzione è complessa e divertente proprio perché è esplicita. Il genere autobiografico e quello biografico si sovrappongono.

da Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, di Adriana Cavarero, Feltrinelli

appunti per Trentasei e dieci vedute n.3

appunti trentasei e dieci vedute

Alla ricerca di una differenza:
Il Café de la Mairie è chiuso (non lo vedo; lo so perché l’ho visto scendendo dall’autobus)
Bevo una vittel mentre invece ieri prendevo un caffè (in che cosa questo trasforma la piazza?)
Il piatto del giorno del Fontaine St Sulpice è cambiato (ieri c’era il merluzzo)? Non c’è dubbio,ma io sono troppo lontano per decifrare cosa c’è scrito sulla lavagna dove viene annunciato il piatto.
(2 pullman di turisti, il secondo si chiama “Walz Reisen”): i turisti di oggi possono essere gli stessi di ieri (ma una persona che fa il giro di Parigi in pullman un venerdì ha voglia di rifarlo il sabato?)
Ieri, c’era sul marciapiede, proprio davanti al mio tavolino, un biglietto della metropolitana; oggi, ma non è detto che sia nello stesso posto, c’è l’involucro di una caramella (cellophane) e un pezzo di carta difficilmente riconoscibile (più o meno grande come una scatola di “Parisiennes” ma di un blu molto più chiaro).

da Tentativo di esaurimento di un luogo parigino TELP1, Georges Perec, Voland, a cura di Alberto Lecaldano

appunti per Trentasei e dieci vedute n.2

venere di mila

A sessantatré anni comincia le sue Trentasei e dieci vedute del monte Fuji; le porta a termine a settantadue con l’aggiunta di Dieci vedute. A settantaquattro, nella prefazione alle Cento vedute della stessa montagna, dichiara:

Fin dall’età di sei anni, avevo la mania di disegnare la forma degli oggetti. Verso l’età di cinquant’anni, avevo pubblicato un’infinità di disegni, ma tutto ciò che ho prodotto prima dei settant’anni non vale la pena di essere tenuto in conto. Solo all’età di settantatré anni ho capito più o meno la struttura dell’autentica natura degli animali, delle erbe, degli alberi, degli uccelli, dei pesci e degli insetti. Di conseguenza, all’età di ottant’anni avrò fatto ancora più progressi; a novant’anni avrò penetrato il mistero delle cose; a cento, sarò certamente giunto a una fase meravigliosa, e quando ne avrò centodieci, tutto ciò che farò, un punto, una linea, sarà vivo. Prego coloro che vivranno a lungo quanto me di vedere se manterrò la promessa.
Scritto nel mio settantacinquesimo anno d’età, da me medesimo, un tempo Hokusai, oggi Gwakio Rojin, il vecchio innamorato pazzo del disegno.

(…)

Quando, nel 1862, Claude Monet si installa al primo piano di un edificio di Rouen per dipingere le sue Venti cedute della cattedrale, ricorda le Trentasei e dieci vedute del Monte Fuji, ma resta sempre alla stessa finestra.

(…)

Hokusai, invece, per ogni trasformazione apportata dal passare delle ore e dal cambiamento del tempo, vento, pioggia, cielo sereno o foschia, cerca sempre altri punti di vista.

(…)

è impossibile immaginare Hokusai mentre riprende venti volte lo stesso disegno accontentandosi di cambiare solo i suoi inchiostri (si potrebbe fare una mostra con una sola stampa, in base alle sue sottili differenze di tiratura): il Fuji non è solo un pretesto, ma il soggetto vero e proprio, la montagna sacra, immensamente importante per lui e per quello che lo circondano, ed egli desidera studiarne tutti gli aspetti.

Il Fuji è un punto di riferimento topografico straordinario, poiché mette in collegamento tutti gli elementi della regione che esso domina con la sua altissima presenza.

(…)

L’itinerario al quale ci invita Hokusai è un pellegrinaggio, e a ognuna delle sue stazioni la divina montagna ci svela qualcosa di nuovo.

(…)

All’esplorazione oraria, topografica, formale, si aggiunge un’esplorazione poetica. Nella liturgia cattolica si aggiunge al nome della Vergine tutta una serie di epiteti:

Rosa mistica,
Torre di Davide,
Torre d’avorio,
Casa d’oro,
Arca dell’Alleanza,
Porta del cielo,
Stella mattutina,
Salvezza degli infermi,
ecc.

e così, analogamente, le Trentasei e dieci vedute sono le litanie del Fuji; come nel culto della Vergine, che in Italia si frammenta in tutta una serie di Madonne e di apparizioni tanto diverse nei loro aspetti e nelle loro influenze quasi quanto le dee dell’antichità, ognuna col suo santuario che si può visitare, al quale si possono portare le proprie particolari devozioni, così in ciascuna stazione del suo pellegrinaggio Hokusai propone per la usa montagna santa un nome ogni volta diverso.

da Saggi sulla pittura. Holbein, Caravaggio, Hokusai, Picasso, Mondrian, Rothko, Michel Butor, Abscondita, trad.di Massimo Porfido

appunti per Trentasei e dieci vedute n.1

Marta cestista a mergnano

Il ritratto compiuto si spiega dalla fisionomia del modello, dalla natura dell’artista, dai colori disciolti nella tavolozza; ma, anche con la conoscenza di ciò che lo spiega, nessuno, neppure l’artista, avrebbe potuto prevedere esattamente che cosa sarebbe diventato il ritratto, perché il predirlo sarebbe stato come produrlo prima che fosse prodotto: ipotesi assurda che si distrugge da sé. Così per i momenti della vita, di cui siamo gli artefici. Ogni momento è una specie di creazione. E come il talento del pittore si forma o si deforma, comunque si modifica, sotto l’influenza stessa delle opere che produce, così ognuno dei nostri stati di coscienza, nell’atto stesso in cui esce da noi, modifica la nostra persona, essendo la forma nuova che ci siamo data or ora. Si ha dunque ragione di dire che ciò che facciamo dipende da ciò che siamo; ma bisogna aggiungere che siamo, fino ad un certo segno, ciò che facciamo, e che veniamo creando continuamente noi stessi. Questa nostra creazione di noi stessi è tanto più compiuta, d’altronde, quanto meglio si ragiona su ciò che si fa.

da L’evoluzione creatrice, Henri Bergson, Dall’Oglio, trad.di Umberto Segre