Tag Archives: querulopatia

“quant’è, dottò?” “300,00 euro”

La rarità del genio non è stata, nelle intenzioni del creatore, un motivo per cui la società si mettesse in ginocchio davanti all’uomo dotato di facoltà eminenti, ma un mezzo provvidenziale perché ogni funzione fossa assolta con massimo vantaggio per tutti.
 
Il talento è una creazione della società molto più che un dono della natura; è un capitale accumulato e colui che lo riceve ne è soltanto il depositario. Senza la società, senza l’educazione che essa dà e senza il suo aiuto poderoso, il temperamento più bello resterebbe – anche nel campo che deve esaltarlo- al di sotto delle capacità più mediocri. Più vasto è il sapere di un uomo, più bella è la sua immaginazione, più fecondo il suo talento, più costosa ancora è stata la sua educazione, più brillanti e numerosi furono i suoi predecessori e i suoi modelli, maggiore è il suo debito.

da Che cos’è la proprietà, Pierre-Joseph Proudhon

Sor Lurè, avevi ragione tu…

Siur padrun da li béli braghi bianchi

Dream 2, Federica Salemi

Siur padrun da li béli braghi bianchi,
föra  li palanchi, föra  li palanchi,
sciur padrun da li béli braghi bianchi,
föra li palanchi, ch’anduma a cà.

da Canzoni italiane di protesta 1794/1974, dalla Rivoluzione francese alla repressione cilena, a cura di Giuseppe Vettori, Newton Compton Editori

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

la città delle zecche

Si uncinano cercando la nuca
la pelle tenera vicino agli occhi
per sfuggire la furia delle unghie e dei denti –
fino che si inturgidiscono di sangue:

se un colpo le stacca
la goccia cade
ma gli acuti rampioni restano affissati
dentro le carni
altrui

pur si aggrovigliano le zecche
umane si aspirano pungendosi –

di cemento si espande il disperato
nido,
la città delle zecche –

succhiano
succhiano per dimenticare.
da Il Dio delle zecche, Danilo Dolci, Mondadori

cinema totale

“Dopo la guerra in corso, si fabbricheranno in grandi serie degli apparecchi riceventi perfezionati. Ma riceveranno solo spettacoli mediocri. Per fabbricare un film che dura due ore occorrono parecchi mesi di lavoro, di messa a punto, di scelta, e un numero considerevole di milioni. Uno studio televisivo, che trasmetterà anche soltanto dieci ore al giorno di spettacolo sempre nuovo, non potrà permettersi il lusso di una tale preparazione. Le emittenti si trasformeranno in surrogati di teatri, e ci mostreranno tutti i divi e tutti i repertori delle sale sovvenzionate. Inframezzeranno questi spettacoli polverosi con vedute all’aria aperta, con attualità sportive. Utilizzeranno tutto quello che non costa niente. E, naturalmente, cercheranno di proiettare dei film. Nondimeno le compagnie capitaliste di produzione si opporranno, perché se lo spettatore riceve il cinema a casa, non passerà più al botteghino. Come prendergli, allora, il suo denaro?
Anche se il cinema diventa un’industria statale, lo Stato non potrà distribuire gratuitamente, al vento, ciò che sarà costato tanti sforzi e inoltre somme sempre più considerevoli. Dovrà trovare il mezzo di fare pagare lo spettatore in camera sua.”

 

“Comunque, qualunque sia il procedimento che sarà adottato, il cinema disporrà un giorno del volume, come dispone oggi del suono e del colore.
Cosa se ne farà? I primi realizzatori che utilizzeranno il rilievo si divertiranno a dare alle folle il fremito della sorpresa e della paura. Sugli spettatori tranquillamente seduti sulle loro poltrone, precipiteranno delle macchina urlanti, delle belve inferocite, delle tempeste.
Passata la prima emozione, con il mondo abituato a questo nuovo giocattolo, occorrerà diventare seri. Allora i commercianti, che sono i padroni del cinema mondiale, reclameranno cosce e seni, poiché è ancora questo che attira di più i consumatori. E potendo offrirglielo a colori “naturali” e in rilievo, “dando così perfettamente l’illusione della realtà”, e certo che essi correranno ai botteghini.”

 

da Cinema totale di René Barjavel, Editori Riuniti, 2001, trad. di Ribes Sappa

Il libro è stato scritto tra i primi anni ’30 e il 1940, uscito fortunosamente il 20 luglio 1944 per le éditions denoël

jeans jesus


nuovo dio al città di roma

 

17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan
 
Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i “luoghi” dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene “applicata”, sono cioè luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.
C’è un solo caso di espressività -ma di espressività aberrante- nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.
 
La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.
Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come “fine di tutto”? Qualcuno -come me- tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.
Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei jeans “Jesus”: “Non avrai altri jeans all’infuori di me”, si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità -subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte- faceva troppo ragionevolmente prevedere.
Si veda la reazione dell’”Osservatore romano” a questo slogan: con il suo italianuccio antiquato, spiritualistico e un po’ fatuo, l’articolista dell’”Osservatore” intona un treno, non certo biblico, per fare del vittimismo da povero, indifeso innocente. È lo stesso tono con cui sono redatte, per esempio, le lamentazioni contro la dilagante immoralità della letteratura o del cinema. Ma in tal caso quel tono piagnucoloso e perbenistico nasconde la volontà minacciosa del potere: mentre l’articolista,infatti, facendo l’agnello, si lamenta nel suo ben compitato italiano, alle sue spalle il potere lavora per sopprimere, cancellare, schiacciare i reprobi che di quel patimento son causa. I magistrati e i poliziotti sono all’erta; l’apparato statale si mette subito diligentemente al servizio dello spirito. Alla geremiade dell’”Osservatore” seguono i procedimenti legali del potere: il letterato o cineasta blasfemo è subito colpito e messo a tacere.
 
Nei casi insomma di una rivolta di tipo umanistico -possibili nell’ambito del vecchio capitalismo e della prima rivoluzione industriale- la Chiesa aveva la possibilità di intervenire e reprimere, contraddicendo brutalmente una certa volontà formalmente democratica e liberale del potere statale. Il meccanismo era semplice: una parte di questo potere -per esempio la magistratura e la polizia- assumeva una funzione conservatrice o reazionaria, e, come tale, poneva automaticamente i suoi strumenti di potere al servizio della Chiesa. C’è dunque un doppio legame di malafede in questo rapporto tra Chiesa e Stato: da parte sua la Chiesa accetta lo Stato borghese -al posto di quello monarchico o feudale- concedendo ad esso il suo consenso e il suo appoggio senza il quale, fino a oggi, il potere statale non avrebbe potuto sussistere: per far questo la Chiesa doveva però ammettere e approvare l’esigenza liberale e la formalità democratica: cose che ammetteva e approvava solo a patto di ottenere dal potere la tacita autorizzazione a limitarle a sopprimerle. Autorizzazioni, d’altra parte, che il potere borghese concedeva di tutto cuore. Infatti il suo patto con la Chiesa in quanto instrumentum regni in altro non consisteva che in questo: mascherare il proprio sostanziale illiberalismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidando la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, accettata in malafede come superiore istituzione religiosa. La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c’è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest’ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo di meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all’interno la Chiesa, perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni Trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il neocapitalismo la distrugge. L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. Essa non ha infatti intuito -eterna della propria funzione istituzionale- che la Borghesia rappresentava un nuovo spirito che non è certo quello fascista: un nuovo spirito che si sarebbe mostrato dapprima competitivo con quello religioso (salvandone solo il clericalismo), e avrebbe finito poi col prendere il suo posto nel fornire agli uomini una visione totale e unica della vita (e col non avere più bisogno quindi del clericalismo come strumento di potere).
È vero: come dicevo, alle lamentele patetiche dell’articolista dell’”Osservatore” segue tuttora immediatamente -nei casi di opposizione “classica”- l’azione della magistratura e della polizia. Ma è un caso di sopravvivenza. Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell’apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.
 
Sembra folle, ripeto, ma il caso dei jeans “Jesus” è un spia di tutto questo.
Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati nel mercato, usando per lo slogan di prammatica uno dei dieci Comandamenti, dimostrano -probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi- di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale.
C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. Tale laicità è un “nuovo valore” nato nell’entropia borghese, in cui la religione sta deperendo come autorità e forma di potere, e sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile.
Ma l’interesse di questo slogan non è solo negativo, non rappresenta solo il modo nuovo un cui la Chiesa viene ridimensionata brutalmente a ciò che essa realmente ormai rappresenta: c’è in esso un interesse anche positivo, cioè la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo teconologico. Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività. Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui modello è l’anglosassone “Cristo super-star”): al contrario, esso si presta a un’interpretazione, che non può essere che infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e estetici della espressività. Vuol dire – forse – che anche il futuro che a noi – religiosi e umanisti – appare come fissazione e morte, sarà in un modo nuovo, storia; che l’esigenza di pura comunicatività della produzione sarà in qualche modo contraddetta. Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi – sia pur incosciente – che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. L’articolista dell'”Osservatore” questa volta sì è davvero indifeso e impotente: anche se magari magistratura e poliziotti, messi subito cristianamente in moto, riusciranno a strappare dai muri della nazione questo manifesto e questo slogan, ormai si tratta di un fatto irreversibile anche se forse molto anticipato: il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori.
 
Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari (cortesemente trascritto da sor lurè)

 

Bertinotti debutta a teatro

sarà Piero Calamandrei

di ANNA BANDETTINI

Da giorni, diligentemente, tra una seduta e l’altra di Montecitorio, ripassa la parte. Copione in mano, Fausto Bertinotti si prepara per il suo debutto da attore, il 16 ottobre al Teatro Valle di Roma. Esordio con tutti i crismi, anche ideologici. Il presidente della Camera reciterà nel ruolo di Piero Calamandrei, padre della patria, tra le più carismatiche personalità della sinistra italiana, in uno spettacolo importante per il suo valore civile prima ancora che per quello estetico. È vietato digiunare in spiaggia infatti parla, a dieci anni dalla morte, di Danilo Dolci, sociologo, sloveno che fece molto per il Sud, pacifista, figura quasi gandhiana che si spese contro la miseria e la mafia.

“Ho accettato questa prova perché considero Danilo Dolci una delle figure di riferimento nella mia formazione della non violenza – spiega il presidente della Camera – Dolci fu un punto d’eccellenza del pacifismo italiano e incarnò la speranza di rinascita del Mezzogiorno”. Fiero, dunque, di rendergli omaggio Bertinotti reciterà l’arringa che Calamandrei fece nel ’56, qualche mese prima di morire, in difesa di Dolci accusato di aver messo in piedi in Sicilia uno sciopero “all’incontrario”, coi lavoratori disoccupati che invece di incrociare le braccia costruirono una strada in campagna. Dodici minuti tesi e suggestivi, con riferimenti all’articolo 4 della Costituzione e all’Antigone. “Le parole di Calamandrei – dice Bertinotti – sono per me sempre una grande emozione”.

“Ci tenevamo che a leggerle fossero persone che hanno a loro volta fatto qualcosa per la cultura della pace – spiegano il regista Franco Però e l’autore Renato Sarti, direttore dell’agguerrito teatro della Cooperativa milanese che ha prodotto lo spettacolo con la provincia di Trieste e la collaborazione del Mittelfest, del Teatro Valle, dell’Eti, che l’ha voluto per aprire la propria stagione. Bertinotti è il primo di una lunga lista di voci autorevoli che si avvicenderanno in quella parte: Gherardo Colombo, Leoluca Orlando, Don Gallo, Vincenzo Consolo, Giancarlo Caselli, Marco Travaglio, Lidia Menapace, Dacia Maraini e uno dei ragazzi di Scampia.

(articolo da La Repubblica del 5 ottobre 2007)

 

ridurre danilo dolci alla figura di pacifista è comodo…danilo dolci era un uomo prima di tutto d’azione non violenta, ma d’azione…non da golfino di cachemire con chiappetta su poltrona.

allattamento

dietro quei no, il potere dei maschi

“ti cacciano dal prado, ti fanno scendere dall’aereo, ti chiedono di uscire dal bar. prima ti dicono che è tuo preciso dovere di donna e di madre allattare tuo figlio, se non lo fai sei degenere, lo privi per frivolo egoismo degli anticorpi che gli serviranno per vivere, mini la sua saluta sei una specie di serial killer. campagne ministeriali, proprio. il latte in polvere oltretutto costa una fortuna, le aziende ci speculano quindi ok al seno. poi quando lo fai ti pregano di allontanarti perché sei indecente, che vergogna quello spicchio di seno, ma che fa, ma dove crede di vivere, si copra.
io non ci credo. non credo all’indignazione né al turbamento maschile, non credo che siano stupidi né ipocriti che quasi sempre è lo stesso. viviamo in un epoca in cui le ditte di abbigliamento si fanno pubblicità con foto dove lui cerca di violentare lei mentre un terzo impassibile li guarda. esibire reggicalze e scollature anche posticce purché monumentali garantisce fama e denato e spesso un posto in parlamento. non ho mai visto una madre allattare farlo con ostentazione, è un gesto intimo e necessario che si compie chine su se stesse. i reggiseni, se questo è il problema, non sono wonderbra di pizzo: sono scafandri col bottone. le madonne dei quadri lo fanno nude, è difficile anche credere al turbamento estetico: siamo cresciuti davanti a icone di vergini nutrici. credo che sia un rigurgito di esercizio di potere, piuttosto.
i neonati hanno fame, ogni due ore, qualcuno ogni ora. se non puoi allattarli “in pubblico” devi stare a casa. non un supermercato né un cinema, non un caffè al bar, figuriamoci se puoi prendere un aereo o andare in visita a un museo, fare un concorso. è tuo dovere di donna pensare prima al bambino. meglio se sparisci dalla vista, dalla cometizione, dalla vita.
vai, esci pure di scena.
ripresentati quando sei in forma, lato A e lato B ben esposti, possibilmente con la biancheria giusta.”

Concita de Gregorio da la Repubblica del 25/09/2007

 

è interessante leggere la presentazione, purtroppo solo quella, della tesi di laurea di veronica matta “quelli che il latte lo bevevano al seno di mamma” e un accenno al saggio “La mortalità nei primi anni d’età e la vita sociale della Sardegna” di Francesco Coletti, (www.sardinews.it/1_03/05bis.html).
è chiaro che, l’abitudine a ritenere la presenza di un neonato al fianco della madre lavoratrice un ostacolo alla produttività della stessa, sia responsabile della riduzione dell’allattamento materno, dell’inaspettato incremento della mortalità di bambini nei primi due anni di età e, qui mi ricollego all’articolo di concita de gregorio, della scarsità di donne nella classe dirigente.

come ho scritto più volte all’on.donatella poretti e in altre occasioni sul blog, per rompere questo conformismo che nuoce alla donna che desidera godere della maternità e contemporaneamente dimostrare il proprio valore nella sua professione, è necessario che le madri che occupano posti privilegiati (assunte a tempo indeterminato, libere professioniste, commercianti) si organizzino pacificamente e pubblicamente, come le donne che si sono recate al prado per la poppata davanti alla maya desnuda dopo che una di loro la settimana precedente era stata allontanata, per recarsi a lavoro con il bambino che allattano.

Io ho una bambina di 3 anni e mezzo che ho allattato a richiesta per 30 mesi e che durante i suoi primi due anni e mezzo di vita è venuta a lavoro con me.
lavoro in libreria: passo del tempo davanti al computer -come un’impiegata- sbrigando la corrispondenza per la vendita online, chiacchiero con i lettori, mi reco alla posta per le spedizioni e mia figlia non è mai stata di ostacolo. Posso ammettere d’aver rallentato il ritmo, ma la serenità d’averla avuta con me mi ha permesso di eseguire il mio lavoro con la stessa precisione. Se non avessi avuto questo privilegio e fossi stata costretta a lasciare mia figlia in un asilo nido, tutta la mia giornata sarebbe stata scandita dal ticchetìo del tempo che mi separava dal ricongiugimento.


A fine novembre nascerà il mio secondo figlio: dopo i primi mesi di necessario riposo e reciproca esplorazione madre/figlio a casa, che mi vengano a trovare in libreria le madri scettiche.