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All’amica lontana nel 2021

Nove anni da che t’ho salutata
o mia dimenticata, giovane siciliana.

Fra noi due si distese
un’impervia rovina
di lontananza e tempo,
e il trombettiere delle morti
sui valichi suona il silenzio.

Ma l’eco d’una tua risata,
ultimo celeste addio
per nove anni si aggirò
su quel desolato paese
rimbalzando in corsa, l’effimera
fanciulletta. E l’approdo
quale fu? Sola
nella mia stanza ero
oggi, e stupore mi morse.
L’eco d’un tratto udii
della tua risata.
Ti riconobbi, e il piacere
d’un batticuore mi corse.

A te grazie, fragile eco!
Canaria bella volavi
a questo nido.
Dolce marina frugavi
fra queste foglie.
Gemma arancione t’accendevi
sul calcinato muro.

Poi, fu di nuovo il silenzio
nella memoria,
e io della stanza vuota
signora.

(Già s’incrinava, nel punto
che l’orecchio mi sfiora.)

(1943)

da Alibi – Poesia per Saruzza, Elsa Morante, Garzanti

stazione

In sere d’eterno
diluvio m’è grato rifugio
la cupola inferna
della stazione; e mi basta
sentire l’odore di solfo
del fumo dei treni
perché subito si sfreni
la mia fantasia sedentaria
e via se ne fugga
fuor della scura tettoia
cercando nel buio dei prati
la gioia
dell’erba nera che succhia la pioggia.

Cammino su e giù per l’asfalto
di questa gran piazza coperta
che simula un vuoto mercato
o una cattedrale smessa.
I greci avevano il portico candido,
ma a noi meglio si conviene
questo fumoso chiesone
sconsacrato, ridotto a stazione.

Chiaror di lampi celebra
sotto l’arco di ferro
il puro altare delle montuose nevi.

da Conclave di sogni, Giorgio Vigolo, Poesia Anno VI Ottobre 1963 n.66

l’errante

A Compiègne, anche la donna non ha per poco ricevuto il calcio del fucile in pieno viso. Neppure lei aveva lasciato il suo sguardo diventare opaco, come acqua morta. Si è messa a camminare accanto a loro, sul marciapiede, al passo con loro, come se volesse prendere su di sé una parte, la parte più grande possibile, del peso della loro marcia. Aveva un’andatura altera, malgrado le scarpe con la suola di legno. A un certo momento, ha gridato qualcosa verso uno di loro, ma Gérard non ha potuto sentire. Qualche cosa di breve, forse addirittura una sola parola, quelli che si trovavano alla sua altezza si sono voltati verso di lei e le hanno fatto un cenno con la testa. Ma quel grido, quell’incoraggiamento, o quella parola, qualunque essa fosse, per spezzare il silenzio, per rompere la solitudine, la sua stessa solitudine, e quella degli altri uomini, incatenati a due a due, stretti gli uni agli altri, ma solitari, perché nell’impossibilità di esprimere quel che di comune c’era tra loro, quel grido ha attirato l’attenzione di un soldato tedesco che camminava sul marciapiede, qualche passo davanti a lei. Si è voltato e ha visto la donna. La donna camminava verso di lui, col suo passo deciso, e certamente non distoglieva gli occhi. Camminava verso il soldato tedesco, a testa alta, e il soldato tedesco le ha urlato qualche cosa, un ordine o un’ingiuria, una minaccia, con un viso sconvolto dal panico. Quell’espressione di paura ha sorpreso Gérard, a tutta prima, ma in realtà essa era ben chiara. Qualsiasi avvenimento che non combaci con la visione semplicistica delle cose che si fanno i soldati tedeschi, qualsiasi gesto imprevedibile di ribellione o di fermezza, deve infatti terrorizzarli. Perché evoca istantaneamente la profondità di un universo ostile, che li circonda, anche se la superficie di esso vive una calma relativa, anche se in superficie i rapporti delle truppe di occupazione con il mondo circostante si svolgono senza urti troppo visibili. A un tratto, quella donna che cammina verso di lui, a testa alta, lungo la colonna di prigionieri, evoca al soldato tedesco mille realtà di spari nella notte, di imboscate fatali, di partigiani spuntati dall’ombra. Il soldato tedesco urla di terrore, malgrado il dolce sole invernale, malgrado i compagni d’arme che camminano avanti e dietro di lui, malgrado la sua superiorità su quella donna disarmata, su quegli uomini incatenati, urla e alza il calcio del fucile al viso della donna. Restano qualche secondo faccia a faccia, lui che continua a urlare, e poi il soldato tedesco se ne va in fretta per riprendere il suo posto lungo la colonna, non senza gettare un ultimo sguardo di timore carico d’odio verso la donna immobile.

da Il grande viaggio, Jorge Semprun, Einaudi, trad.di Gioia Zannino Angiolillo

 

Tutti i treni passano tra le mie mani fumigando
tutti i grandi porti cullano navi per me,
tutte le strade dei viandanti si riversano nelle campagne,
e qui esse prendono congedo; poiché all’altro capo,
lieta di portar loro il mio saluto, vi son io che sorrido.

Se solo potessi afferrare un lembo di questo mondo,
se solo trovassi anche gli altri tre, farei un nodo al fazzoletto,
lo appenderei a un bordone, lo poserei sulla mia spalla,
dentro il globo terrestre con le gote accese di rossore,
con i suoi chicchi marroni e il profumo di mela calvilla.

Grevi tralicci di ferro strepitando scagliano via il mio nome,
una casa ingobbita pedina spiando i miei passi;
immagini lontano smarrite tornano dentro le loro cornici,
la mia tazza di viaggiatrice attinge del cieco la brama
e dello zoppo i desideri, assetata bevo sino all’ultima goccia.

Come aratro immergo le nude braccia lottatrici in mari profondi,
tutto il cielo nel mio occhio luminoso faccio penetrare.
Presto o tardi verrà il momento di fermarmi in silenzio sulla lancetta del tempo,
di ordinare le misere provviste, d’incamminarmi esitante verso casa,
d’esser solo sabbia dentro le scarpe di chi dopo di me passerà.

da Metamorfosi e altre liriche, Gertrud Kolmar, Via del Vento Edizioni, trad.di Stefania Stefani

far off-shore

Look, the raft, a signal flying,
Thin-a shread;
None upon the lashed spars lying,
Quick or dead.
Cries the sea-fowl, hovering over,
“Crew, the crew?”
And the billow, reckless, rover,
Sweeps anew!

Herman Melville

 

Lontano in alto mare

Guarda, la zattera, un segnale svolazzante,
esile, uno straccio.
Nessuno giace sulle tavole legate,
sveglio o morto.
Urla l’uccello marino planandoci sopra:
“E la ciurma, la ciurma?”
E le onde rabbiose e indifferenti
la spazzano di nuovo.

“Pezzi di mare. Poesie” di Herman Melville, Acquaviva, trad.di Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

ars poetica

sergio larrain
foto di Sergio Larrain

 

Sono poeta – che m’importa,
in sé, della poesia! Se in cielo salisse
la stella del notturno
fiume, non sarebbe bello.

Il tempo scorre lentamente, io non cerco
il latte delle favole, mi disseto
al mondo reale, con spuma
di cielo all’orlo.

Bello bagnarsi alla fonte,
la quiete e il tremolio
si fondono, e si alza sulla spuma
un dolce e saggio chiaccherare.

Gli altri poeti – che me ne importa?-
su fino al petto lordandosi, con false
immagini, con alcooli, l’ebbrezza
fingano, io vado oltre

questa moderna osteria,
fino alla ragione e più in là;
con libera mente non recito la parte
sciocca e volgare del servo.

Possa tu mangiare, bere, dormire, far l’amore!
Misurati con l’universo!
Nemmeno a denti stretti io servo
potenze vili che ci opprimono.

Non c’è compromesso – devo essere felice! Oppure
chiunque potrà oltraggiarmi, rosse
macchie lo denunceranno, la febbre
si berrà i miei umori.

Non chiudo la bocca accusatrice,
mi appello alla ragione. Mi guarda
bevendo il mio secolo, mi pensa
arando il contadino, il corpo

dell’operaio tra due rigidi gesti
mi intuisce, e la sera
presso il cinema mi attende
il ragazzo malvestito.

E dove a schiera inseguono i teppisti
l’ordine delle mie poesie
avanzano fraterni carri armati
a diffondere rombando questi versi.

Ancora non è adulto l’uomo, mi dico. Ma
così si immagina, per questo è smisurato.
L’accompagnino i suoi due genitori
con lo sguardo: l’amore e la ragione.

 

da Gridiamo a Dio, Attila Jozsef, Guanda

il discorso poetico e le lenzuola gualcite

Il discorso poetico è un processo incrociato, e si compone di due specie di suono: la prima di esse è il cambiamento – che noi possiamo udire e percepire – degli strumenti stessi del discorso poetico, emersi strada facendo nello slancio del discorso; la seconda è il discorso vero e proprio, ossia l’attività che, sul piano dell’intonazione e della fonetica, viene svolta da tali strumenti.
Concepita in questi termini, la poesia non è una parte della natura – si trattasse anche della sua parte migliore, più eletta – e, ancora meno, è un suo rispecchiamento, ciò che si tradurrebbe in un dileggio del principio di identità; ma con strabiliante indipendenza essa si installa in un campo d’azione nuovo, extraspaziale, impegnandosi non tanto a raccontare, quanto piuttosto a recitare la natura, attraverso i mezzi strumentari denominati volgarmente immagini.
Il discorso, o il pensiero, poetico soltanto in modo estremamente convenzionale può essere definito sonoro, poiché in esso noi udiamo soltanto l’incrociarsi di due linee, una delle quali, se presa a sé, è affatto muta, mentre l’altra, se presa al di fuori della sua metamorfosi strumentaria, è priva di qualsiasi interesse, e si presta a venir parafrasata, il che, a mio parere, è un indizio sicurissimo dell’assenza della poesia: giacché, dove un’opera si rivela commisurabile alla sua parafrasi, là non ci sono lenzuola gualcite, la poesia, per così dire, là non ha pernottato.

da Conversazione su Dante, Osip  Mandel’štam, Il Melangolo, trad.di Remo Faccani