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la retorica

La retorica è senza dubbio antica quanto la filosofia; si dice che Empedocle l’abbia “inventata”. In tal senso ne è la nemica e l’alleata più vecchia: è sempre possibile che l’arte di “ben dire” si emancipi dalla preoccupazione di “dir vero”; la tecnica fondata sulla conoscenza delle cause che generano gli effetti della persuasione conferisce un potere formidabile a colui che la possiede perfettamente: il potere di disporre delle parole senza le cose; e di disporre degli uomini perché si dispone delle parole. Forse dovremo cercar di capire che la possibilità di questa scissione accompagna tutta la storia del discorso umano. Prima ancora di diventare futile, la retorica è stata pericolosa. Per questo Platone la condannava: ritiene infatti che la retorica è nei confronti della giustizia – virtù politica per eccellenza- quel che la sofistica è per la legislazione; e che ambedue sono per l’anima quello che rispetto al corpo, sono la cucina rispetto alla medicina e la cosmesi rispetto alla ginnastica -vale a dire arti dell’illusione e dell’inganno. Tale condanna della retorica, in quanto appartenente al mondo della menzogna, dello pseudo, non dovrà esser persa di vista.

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Che cosa vuol dire persuadere? In che cosa la persuasione si distingue  dalla adulazione, dalla seduzione, dalla minaccia, cioè dalle forme più sottili della violenza? Che significa influire mediante il discorso? Porre questi interrogativi, vuol dire decidere che non è possibile tecnicizzare le arti del discorso senza sottoporle a una riflessione filosofica radicale la quale delimiti il concetto di “ciò che è persuasivo”.

da La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione, Paul Ricoeur, Jaca Book, trad.di Giuseppe Grampa

Definiamo dunque la retorica come la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere.

da Opere – Retorica, I, 1355b 25), Aristotele, Laterza, Bari, 1973

persona

Edward Steichen

Il desiderio di essere riconosciuti dagli altri è inseparabile dall’essere umano. Questo riconoscimento gli è, anzi, così essenziale, che, secondo Hegel, ciascuno è disposto a mettere in gioco la propria vita. Non si tratta, infatti, semplicemente di soddisfazione o di amor proprio: piuttosto è soltanto attraverso il riconoscimento degli altri che l’uomo può costituirsi come persona.

Persona significa in origine “maschera” ed è attraverso la maschera che l’individuo acquista un ruolo e un’identità sociale. Così, a Roma, ogni individuo era identificato da un nome che esprimeva la sua appartenenza a una gens, a una stirpe, ma questa era, a sua volta, definita dalla maschera di cera dell’antenato che ogni famiglia patrizia custodiva nell’atrio della propria casa. Di qui a fare della persona la “personalità” che definisce il posto dell’individuo nei drammi e nei riti della vita sociale, il passo è breve e persona finì col significare la capacità giuridica e la dignità politica dell’uomo libero. Quanto allo schiavo, così come non aveva né antenati, né nome, non poteva nemmeno avere una “persona”, una capacità giuridica (servus non habet personam). La lotta per il riconoscimento è, dunque, lotta per una maschera, ma questa maschera coincide con la “personalità” che la società riconosce a ogni individuo (o col “personaggio” che, con la sua connivenza a volte reticente, essa fa di lui).

Non stupisce che il riconoscimento della propria persona sia stato per millenni il possesso più geloso e significiativo. Gli altri esseri umani sono importanti e necessari innanzitutto perché possono riconoscermi. Anche il potere, anche la gloria, anche le ricchezze, a cui gli “altri” sembrano essere così sensibili, hanno senso, in ultima analisi, solo in vista di questo riconoscimento dell’identità personale. Si può certo, come si dice amasse fare il califfo Baghdad Hārūn al-Rashid, camminare in incongnito per le vie della città vestiti come mendicanti; ma se non ci fosse mai un momento in cui il nome, la gloria, le ricchezze e il potere fossero riconosciuti come “miei”, se, come certi santi raccomandano di fare, io vivessi tutta la vita nel non-riconoscimento, allora anche la mia identità personale sarebbe perduta per sempre.

da Nudità, Giorgio Agamben, Nottetempo

“Il dovere di parola” di Pierre Clastres

 

Parlare presuppone anzitutto il potere di parlare, o meglio, l’esercizio del potere assicura il dominio della parola: soltanto i signori possono parlare; ai sudditi il silenzio del rispetto, della venerazione o del terrore. Parola e potere intrattengono rapporti tali che il desiderio dell’una si realizza nella conquista dell’altro. Principe, despota o capo di Stato, l’uomo di potere è sempre non solo l’uomo che parla, ma la sola fonte di parola legittima: parola immiserita, parola povera, certamente, ma ricca d’efficacia, perché si chiama COMANDO e non vuole che l’OBBEDIENZA dell’esecutore. Potere e parola, estremi, ciascuno per sé, inerti, non sussistono che l’uno nell’altro, ciascuno è sostanza dell’altro e se il perdurare della coppia sembra trascendere la Storia, ne alimenta tuttavia il movimento: si dà evento storico quando, abolito ciò che li separa e li condanna, quindi, all’inesistenza, potere e parola si instaurano nell’atto stesso del loro incontro. Ogni presa di potere è anche presa di parola. S’intende che tutto ciò concerne in primo luogo le società fondate sulla divisione: padroni-servi, signori-sudditi, dirigenti-cittadini, ecc. Il segno primordiale di questa divisione, il suo luogo privilegiato di manifestazione, è il fatto massivo, irriducibile, forse irreversibile, di un potere avulso dalla società nel suo insieme, poiché soltanto alcuni dei suoi membri lo posseggono, di un potere che separato dalla società si esercita su di essa e, all’occorrenza, contro di essa. Ciò a cui ci riferiamo è l’insieme delle società statuali, dai dispotismi più arcaici ai più moderni Stati totalitari, passando attraverso le società democratiche il cui apparato statale, per quanto liberale, riamane nondimeno il lontano possessore della VIOLENZA LEGALE.
Vicinato, buon vicinato, della parola e del potere: suona chiaro ai nostri orecchi da gran tempo avvezzi a intendere quella parola. Né si può disconoscere questo insegnamento decisivo dell’etnologia: il mondo selvaggio delle tribù, l’universo delle società primitive, o anche -è la stessa cosa- delle società senza Stato, offre stranamente alla nostra riflessione questa alleanza già individuata, ma nelle società statuali, fra il potere e la parola. Sulla tribù regna il Capo. Il quale regna altresì sulle parole della tribù. In altre parole, e particolarmente nel caso delle società primitive amerindiane, gli Indiani, il capo –l’uomo di potere-detiene anche il monopolio della parola. Fra i selvaggi non si deve domandare: chi è il vostro capo? Bensì: chi fra voi è colui che parla? Signore delle parole: così molti gruppi chiamano il loro capo.
Sembra dunque impossibile concepire separatamente il potere e la parola poiché il legame, chiaramente metastorico, non è il meno indissolubile nelle società primitive che nelle formazioni statuali. Sarebbe tuttavia poco rigoroso fermarsi a una determinazione strutturale di questo rapporto. Infatti la divisione radicale che attraversa le società, reali o possibili, secondo che siano con o senza Stato, non può non interessare il modo in cui potere e parola risultano connessi. Come si presenti questa connessione nelle società senza Stato, ce lo mostra l’esempio delle tribù amerindiane.
Qui si manifesta una differenza, la più evidente e, nello stesso tempo, la più profonda, nella coniugazione della parola e del potere: ché se nelle società statualila parola è il DIRITTO del potere, nelle società senza Stato, essa è il DOVERE del potere. O, in altri termini, le società amerindiane non riconoscono al capo il diritto di parola perché egli è il capo, ma esigono dall’uomo destinato ad essere capo che egli dia prova del suo dominio sulle parole. Parlare è, per il capo, un obbligo assoluto: la tribù vuole ascoltarlo: un capo silenzioso non è più un capo.
Ma non ci si inganni: non si tratta del gusto, pur così vivo fra i selvaggi,per i bei discorsi, per il talento oratorio, per la magniloquenza. Non è questione di estetica ma di politica. Nell’obbligo imposto al capo di essere uomo di parola, traspare infatti tutta la filosofia politica della società primitiva, si manifesta il vero spazio che occupa il potere –spazio che non è quello che si potrebbe credere. Ed è la natura di questo discorso, alla ripetizione del quale vigila scrupolosamente la tribù, è la natura di questa parola autorevole, che ci indica il luogo reale del potere.
Che cosa dice il capo? Che cos’è una parola di capo? È anzitutto un atto ritualizzato. Quasi sempre il leader si rivolge al gruppo quotidianamente, all’alba o al crepuscolo. Disteso nella sua amaca o seduto vicino al fuoco, egli pronuncia ad alta voce l’atteso discorso. E la sua voce ha certo bisogno di potenza, per riuscire a farsi intendere. Nessun raccoglimento infatti, quando parla il capo, né silenzio, ma ciascuno continua tranquillamente, come se niente fosse, ad attendere alle sue occupazioni. LA PAROLA DEL CAPO NON è DETTA PER ESSERE ASCOLTATA. Paradossalmente, nessuno presta attenzione al discorso del capo; o meglio, si finge la disattenzione. Se il capo, come tale, deve sottostare all’obbligo di parlare, le persone cui egli si riferisce non sono invece tenute che a far mostra di non ascoltarlo. E, in certo senso, non vi perdono, se così si può dire, nulla. Perché? Perché il capo, nella sua prolissità, non dice letteralmente nulla. Il suo discorso consiste, quanto all’essenziale, in una celebrazione, ripetuta più volte, delle norme di vita tradizionali: “I nostri avi si trovarono bene vivendo come vivevano. Seguiamo il loro esempio e , in questo modo, condurremo insieme un’esistenza pacifica”. Ecco pressappoco a che cosa si riduce un discorso di capo. Si comprende allora come esso non susciti alcun interesse in coloro a cui è rivolto.
Che cosa significa, in questo caso, parlare? Perché il capo della tribù deve parlare proprio per non dire nulla? A quale domanda della società primitiva risponde questa parola vuota, che emana dal luogo del potere visibile? Vuoto è il discorso del capo appunto perché non è discorso di potere: il capo è separato dalla parola, perché è separato dal potere. Nella società primitiva, nella società senza Stato, il potere non si trova presso il capo: perciò la sua parola non può essere parola di potere, d’autorità, di comando. Un ordine è proprio ciò che un capo non può impartire, il tipo di pienezza rifiutato alla sua parola. Di là dal rifiuto d’obbedienza, che seguirebbe immancabilmente a un tale tentativo da parte di un capo dimentico del proprio dovere, non tarderebbe a porsi il rifiuto di riconoscimento. Il capo così folle da pensare, non tanto ad abusare di un potere che non possiede, quanto all’uso stesso del potere, il capo che vuol fare il capo, viene abbandonato: la società primitiva è il luogo del rifiuto di un potere separato, perché essa stessa, e non il capo, è il luogo reale del potere.
La società primitiva sa, naturalmente, che la violenza è l’essenza del potere. E in questo suo sapere è radicata la preoccupazione di mantenere costantemente separati il potere e l’istitutzione, il comando e il capo. Il campo stesso della parola assicura la demarcazione e traccia la linea di confine. Costringendo il capo a muoversi soltanto nell’elemento della parola, cioè all’estremo opposto della violenza, la tribù si assicura che tutte le cose restino al loro posto, che l’asse del potere si colga sul corpo esclusivo della società, e che nessuno spostamento delle forze possa mai sconvolgere l’ordine sociale.
Il dovere di parola del capo, quel flusso costante di parola vuota che egli deve alla tribù, è il suo debito infinito, la garanzia che impedisce all’uomo di diventare uomo di potere.
(Saggio apparso inizialmente in “Nouvelle revue de Psychanayse”,8, autunno 1973)

da “Società contro lo Stato. Ricerche di antropologia politica”, Pierre Clastres, Ombre Corte 2003