Tag Archives: piero calamandrei

(…)

Recentemente i miei rapporti con l’ambienza sono stati offuscati da qualche nuvolone moraleggiante, dato che le seggiole giubborossistiche insufflano, tramite il condotto intestinale, nell’anima dei seduti, la disposizione a occuparsi con giusto rigore agli affari del prossimo: e la precingono del laticlavio di sufficienza sive autarkeia.
In quella nicchia ogni più raro fante[1] si sente santo, e nimbato di un alto silenzo e’ fa pùf pùf con la sigheretta, ciài una sigaretta, mi dài una sigaretta, prestami una sigaretta, ecc. ecc. = A procurarmi qualche urticazione è valsa la mia simpatia (letteraria) per il poeta delle ortiche, cioè Dante: (non Dante Alighieri ma Dante Giampieri, da San Miniato, quello del Carducci e delle cicale che non frinivano ma viceversa cantavano). Il Giampieri è un taciturno e povero insegnante amico di Piero Santi: esecrato dai direttori di riviste: che dispongono di ben altri poeti, come tu vedi, e che interpellano per l’accettazione il corpo completo delle loro Sibille. Le Sibille hanno decretato che Dante non vale nulla: anche se fosse,  dico io, musica di provincia, musica di operetta, o non c’è chi ama le operette? Una tesi di laurea sulle “operette” sarebbe, come corrispettivo di vita, qualche cosa di più importante che una tesi di laurea su la poesia di Falla-a-buon-mercato[2].

(…)

se le mie scarpe non fossero più vergognose di quelle di Beethoven e la mia casa non vedesse girare in pigiama il Rosamarcello e la menopausa della su’ signora e donna! I lavori polluti dal Marcello (piccolo borghese adorno del senso del diritto e di forza d’animo di tipo italiota-rivendicativo) non trovano burro di cacao valevole a imbesciamellargli l’esulcerato ano. Per sbrattar la casa da così eccitante pigiama, bisognerebbe essere un membro della direzione del Partito d’Azione, Raffaello Ramat o Piero Pantalamandrei in persona. Ma io non Piero io non Raffaello sono, e devo rassegnarmi ad essere il Calapantalamandrei del nuovo jus della res pubblica de’ mia zebedei. Bà.

 

(…)

dalla lettera di Carlo Emilio Gadda a Gianfranco Contini del 10 dicembre 1946

————————————————————————————-

[1] Alludo a pittorastri, scrittorelli, ecc. (nota dell’A.)

[2] Allude a Luigi Fallacara, scrittore e poeta di potere (nota di Mila)

Permetta a un lettore privato si salutarla con gratitudine

Agostino Straulino e Nicolò Rode nel 1950

Marina di Poveromo, 14 agosto 1950

Caro Pavese,
quantunque non abbia il piacere di conoscerla di persona, non posso fare a meno di scriverle: perché mezz’ora da ho terminato di leggere La luna e i falò.
Solo nelle poche vacanze posso permettermi il lusso di leggere libri di mio gusto. Ho seguito in questi anni con crescente comprensione la Sua opera di narratore. Il secondo racconto di Prima che il gallo canti, che lessi qualche mese fa, m’aveva colpito ancor più degli altri Suoi scritti. Ora, in queste vacanze d’agosto ho potuto leggere con viva ammirazione il trittico di Bella d’estate, e tra ieri e oggi La luna e i falò. E ne sono ancora, più che ammirato, turbato.
Questa è grande arte e poesia vera: di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni tra arte e politica non hanno più senso. Gli artisti veri, senza proporselo, toccano sempre le ferite della loro società, l’accento occasionale che prende nel loro tempo la eterna pena dell’uomo: sono del loro tempo e di tutti i tempi.
Permetta a un lettore privato di salutarla con gratitudine.
Il suo,

Piero Calamandrei

.-.-.-

 

Torino, 21 agosto 1950

Caro Calamandrei,
la sua lettera è venuta come una brezza nel deserto. Traversavo e traverso un periodo tristissimo, e sia pure soltanto un sollievo come quello di sentire che non si è lavorato invano e che i migliori d’Italia se ne sono accorti, è bastato a darmi respiro. Le espressioni che ha voluto usare riguardo alla mia opera sono tali che, se non fossi certo di chi è Calamandrei, quasi avrei creduto a una leggera canzonatura. Ma so bene invece il loro senso, e considero la lettera epoch-making nella mia vita.
Spero di superare queste secche e lavorando dell’altro darle ragione fino in fondo. Ma quella “serena contemplazione del ricordo” che lei rileva nei miei libretti non è stata se non a prezzo di tali rinunzie nella mia vita che oggi ne sono tramortito. Vedremo.
Grazie, caro Calamandrei, suo

Cesare Pavese

Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi