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avevo mandato una copia alla dama…

The copy desk, Peggy Bacon, 1945

La rivista apparve, con una copertina gialla che ne era la parte migliore perché almeno senza pretese; uscì per quattro mesi nella più indisturbata oscurità, e morì senza un sussulto. Il primo numero ebbe per direttori tutti noi quattro, con enorme trambusto; il secondo uscì soprattutto dalle mani di Ferrier e mie; il terzo fui solo io a redigerlo; ed è stato a lungo un solenne problema il sapere chi mai avesse diretto il quarto. Sarebbe forse più difficile poter dire chi lo aveva letto. Povero foglio verde, che aveva l’aria tanto piena di speranza nella vetrina di Livingstone! Povero innocuo giornale, che avrebbe potuto mettersi a pubblicare Shakespeare, ed era invece così goffamente sfigurato con delle scemenze. Dovrò anche dire poveri editori? Non posso compatire me, per il quale era tutto puro guadagno. Per me non fu una novità, ma soltanto la salutare conferma del mio giudizio, allorché la rivista si dibatté in mezza nascita, e subito si ammalò e decedé durante la notte. Avevo mandato una copia alla dama con la quale il mio cuore era in certo senso impegnato a quell’epoca, e che fece quanto era in lei per spezzarlo. Essa, con un certo tatto, passò sotto silenzio il regalo e i miei articoli diletti. Non ne provai certo piacere; ma le dirò adesso, se per caso riprenderà in mano l’opera del suo antico servitore, che l’ho stimata di più per il suo gusto.

da Memorie, Robert Louis Stevenson, Editori Riuniti, trad.di Flaminia Cecchi

il mio saluto alla chiusura di splinder


The very young world, Peggy Bacon, 1928

 

Quali radici hanno in noi pensiero e poesia? Per il momento, più che cercare la loro definizione, ci interessa la necessità, l’estrema necessità, che le due forme della parola possono colmare. Qual è l’indigenza d’amore alla quale mettono riparo? E tra le due necessità, qual è la più profonda, sorta nei recessi più nascosti della vita umana? Quale la più imprescindibile?
Se il pensiero è nato solo dalla meraviglia, secondo quanto tramandato da testi illustri, non si spiega certo facilmente come ben presto abbia preso forma di filosofia sistematica; non si spiega neanche come una delle sue migliori virtù sia stata l’astrazione, questa idealità conseguita con lo sguardo, sì, ma con un genere di sguardo che ormai ha cessato di vedere le cose. Perché lo stupore che produce in noi la generosa esistenza  della vita che ci circonda è tale da non permettere un così rapido distacco dalle molteplici meraviglie che l’hanno suscitato. E proprio come la vita, tale stupore è infinito, insaziabile e non disposto a decretare la propria morte.

da Filosofia e poesia, Maria Zambrano, Pendragon, trad.di Lucio Sessa