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il porto

Il pescatore che rema a casa all’imbrunire
Non considera la quiete in cui si muove,
Così io, poiché il sentimento fa annegare, più non dovrei chiedere
Il crepuscolo sicuro che le tue mani calme davano.
E la notte, spronatrice di antiche falsità,
A cui ammiccano le stelle che sorvegliano le alture,
Non dovrebbero udire alcun segreto che ci sfugge; il tempo
Conosce quel mare scaltro e amaro, e l’amore erige muri.
Eppure gli altri che ora mi osservano avanzare verso il largo,
Su un mare che di ogni parola d’amore è più crudele,
Possono vedere in me la calma che il mio passaggio crea,
Sfidando nuove acque in un antico imbroglio;
E i protetti dal pensare possono imbarcarsi sicuri sulle navi
Sentendo brusii di rematori annegare accanto agli astri.
da Isole. Poesie scelte (1948-2004), Derek Walcott, Adelphi, trad.di Matteo Campagnoli

finale

Lassù sull’altopiano di Ribes Sappa

   Nell’ultimo viale,
seduti,
all’aria aperta e soli,
pensierosi, mano nella mano.

La luce diffusa dell’ultima
ora,
di cose che, se sono state,
tornano a poco
a poco.

Paese ormai scomparso.

Assenza di sguardi
che volano dalla torre
nel cielo,
in un viaggio senza fine.

Parola sola che pende
dal filo di ferro
sulla strada, leggera.

Dolce festa di pace nel crepuscolo,
dolce festa che si guarda
fuori nella vita,
nel leggero zeffiro,
innanzi alla primavera.

da Ambito, Vicente Aleixandre, Liguori Editore, trad.di Gabriele Morelli

 Il vento bisogna sentirlo sul
mare alzare i marosi, stracciare
le nuvole e ritesserle, staffilare
le alberature, rauco, fiorito di
salino, buio, inumano.
Divorare la sabbia, sibilare tra gli
scogli, spingersi sino a far tremare le automobili
sui viadotti.
Fare lividi sotto l’orizzonte: bruciare
gli occhi.
Si è persa la memoria di Mentone
dove le onde salivano a lasciare
laghi sulla strada della frontiera, di
Vado dove al largo i turbini
levavano brevi alberi
di nebbia.

Giorgio Conte

lumini in acqua

Lumini in acqua, anime allontanate,
occhi che cercano altri occhi nelle onde,
si ritrovano, vogliono essere un corpo solo,
mescolano fra loro tutto, capelli, ginocchia, spalle,
ma gli manca sempre un pezzetto,
a donne e marinai, a questi volti spanati
le onde gorgogliano: non torneremo indietro,
voi siete tutti mare, i denti che mordono
pane speziato, le dita strette sul setaccio,
le facezie e le preghiere, deve restar sotto
quel che fa mangiare i pesci, cuoio
marcio, nonne e nipoti, la luna nuova.

Le creature si stringono in quel lucido
che le piccole sacche di onde fanno nel cappello
chiaro e dicono piano versi non strutturati,
come bambini piccoli, che specchiano per noi
il mondo che luccica per un solo istante

da Viagiar a casa mia, Fabio Doplicher, Caramanica Editore

La spiagia ad nòta

Andémmi da burdéll éulta la spiagia
e l’éra nòta e u s batévva e’ cor
ch’l’éra tott nir, tranne cagl’òndi biènchi.
La sabia la s faseva morbi i pii
e néun a caminémmi ad che rumòur
ch’l’éra una cantiléna
e che batévva lizìr
cumè una prumèssa ad sònn
o d’una morta dòulza.

da Antologia di poesie in dialetto romagnolo, Nino Pedretti, Pier Giorgio Pazzini Editore

La spiaggia di notte

Andavamo da bambini lungo la spiaggia
ed era notte e ci batteva il cuore,
che tutto era nero tranne quelle onde bianche.
La sabbia ci faceva morbidi i piedi
e noi camminavamo in quel rumore
che era una cantilena
e che batteva leggero
come una promessa di sonno
o d’una morte dolce.

la macchina del tempo

 

In rete uno sconosciuto carica una foto/un video di un momento non necessariamente importante della propria vita: immaginiamo che questo signore scelga la foto di gruppo che ritrae un divertente bagno di mezzanotte alla Secca di Moneglia, immortalato nei primi minuti del 13 agosto 1991 e immaginiamo
ora che, proprio e solo in questa foto, si veda sullo sfondo il terrazzino della camera numero 12 dell’Hotel Leopold e un signore che fuma una sigaretta (la sua ultima). Lo sconosciuto carica la foto/il video su facebook o su youtube indicizzando con la seguente dicitura “La Secca, Moneglia, 13 agosto 1991″.
Ora invece ecco un’altra persona che sceglie di caricare in rete la foto o il video di una serie di onde di una mareggiata a Moneglia avvenuta in un giorno di luglio alla fine degli anni ’70 e, per caso o per scelta, include nello sguardo dell’obiettivo l’ abbraccio salvifico di un bambino intorno al piccolo tronco di una bambina che arriverà ad essere un albero carico di frutti grati.

Questa è la mia macchina del tempo. Io non potrò viaggiare fino alla mia infanzia, ma grazie alla precisa
indicizzazione di ciascuna foto e di ciascun video, forse i miei figli potranno viaggiare nel proprio tempo (non quello scelto dall’occhio dei genitori), almeno virtualmente.

Le foto che si scattano in famiglia e tra amici non sono davvero quelle rappresentative degli istanti di “radicamento”. Le foto/i video scattate/ripresi da sconosciuti possono invece casualmente cristallizzare quei momenti. La foto della bambina che rotola sulla sabbia, immaginando di lottare con il lupo, non sarà memorabile per lei (che giocava alla lotta ma non è uscita mutata dal gioco): sarà solo una bella foto, ben scattata, forse poetica.

 

Ci si radica inconsapevolmente, non è possibile riconoscere un momento come importante (e quindi scegliere di fotografarlo) mentre lo si vive. Non si può essere testimoni della propria vita (artificio dell’autobiografia).

L’unica foto che mi sorprende in uno dei momenti di ‘radicamento’ è quella che chiamo “Una giornata perfetta”: mio padre la scattò in un giardino labirintico e a terrazze a Molinetti di Recco nel 1979 e lui fu uno sconosciuto inconsapevole  dell’importanza di quell’istante; altrimenti non avrebbe scattato la foto.

 

Se volete donare una macchina del tempo ai posteri, indicizzate esattamente le foto e i video oppure seguite l’articolo di Chiara Somajni nell’inserto Domenica del Sole 24 ore del 30 maggio 2010

http://www.librinecessari.it/macchina del tempo.jpg

per alan

 

Il non tempo del mare di Biagio Marin

Una sera de magio
color perla rosagia
la luna la spiasa
la veva basao.

El mar anche élo
s’ha fato putelo
vogioso de basi
persuasi,

de longo respiro.
Cussì ‘l s’ha disteso
sonando su éla
a l’antica maniera.

Un grando respiro
comosso ha le stele
za fisse in levante
a luna calante.

istae – estate; a sie – a scie; tu son – tu sei; gno – mia; zogia – gioia

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Per una volta incora istae xe blu:
qua su la porta de la note negra
dame quela to boca alegra
de luse e zoventù.

Ché, incora la me tenta
cussì piena de rie,
co’ tanto sol a sie
che l’aria fa contenta.

El càlisse tu son de la gno zogia
che bevo a sorso a sorso
co’ l’ultima passion, senza rimorso,
fiaba d’amor che ‘l tempo me desfogia.

Za splende sora ‘l mar la prima stela.
in ponente xe rosso duto ‘l siel,
xe dolse tanto l’ultimo to miel
e la to luse a l’anema dà vela.

 

rosagia – rosata; basato – baciato

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Tu sa dute de sal e de salmastro
comò l’erba volàiga là in marina
e l’ocio tovo brusa comò un astro
nel supio blu de la tramontanina.

E no t’ha pase soto la brusera
del sol de lugio che te manda in fiame
né te calma ‘l maestral che vien da tera
né la luna rinfresca le to brame.

Che tu sirchi smaniosa duto ‘l zorno
tra sielo e mar comò ‘na corcalina?
Vento gagiardo sufia e ‘l porta intorno
l’anima tova, vela pelegrina.

Tu sa de sal – senti di sale; l’erba volàiga – l’alga; l’ocio tovo – il tuo occhio; brusa – brucia; la brusera – la caldana; supio – soffio; sirchi – cerchi; corcalina – gabbianella; gagiardo – gagliardo

Il non tempo del mare di Biagio Marin, Mondadori 1964