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imitazione felice

Secondo la concezione primitiva, quella antica, la rappresentazione di un avvenimento favoloso o meraviglioso dovrebbe essere necessariamente non realistica; secondo la concezione qui seguita, importa l’evidenza della cosa rappresentata, evidenza che non si valuta affatto solo chiedendosi se alcunché di simile si sia mai veduto o sia credibile; noi chiamiamo per esempio imitazione felice della vita un quadro di Rembrandt che raffigura l’apparizione di Cristo a Emmaus, perché perfino chi non crede, colpito dall’evidenza di ciò che vede, è costretto ad accettare l’esperienza del fatto miracoloso.

da Studi su Dante, Erich Auerbach, Feltrinelli, trad.di Maria Luisa De Pieri Bonino

e dunque vicino a lui sedette

Teti e Zeus

(…) e Teti non scordò la preghiera del figlio; ella emerse dall’onda del mare, salì all’alba verso il cielo, all’Olimpo; trovò il Cronide vasta voce seduto in disparte dagli altri sopra la vetta più alta dell’Olimpo ricco di cime; e dunque vicino a lui sedette, abbracciò le ginocchia con la sinistra, e con la destra sotto il mento prendendolo, parlò supplichevole al sire Zeus, figliuolo di Crono (…)

Iliade, Libro I, 495 -502, Omero, Einaudi, trad. Rosa Calzecchi Onesti

ogni scarrafona è bella a papà suo…

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Quale oscuro vapore si vede uscir dalle nubi,
quando per la calura si leva bufera orrenda,
tale Ares di bronzo a Diomede Tidide
parve, al cielo vasto con le nubi salendo.
Raggiunse velocemente la sede dei numi, l’Olimpo scosceso,
e sedette vicino a Zeus Cronide, col cuore angosciato,
mostrando il sangue immortale che dalla ferita colava;
e disse lamentoso parole fuggenti:
“Padre Zeus, non t’adiri a veder fatti così atroci?
di continuo noi numi subiamo mali orrendi,
gli uni a causa degli altri, per compiacere i mortali.
Ma tutti l’abbiamo con te, perché hai generato una pazza
funesta, che medita sempre empietà.
Perché tutti gli altri, quanti son numi in Olimpo,
ubbidiscono a te, ti teme ognuno di noi;
ma questa non biasimi mai, né a parole né a cenni;
lasci che faccia, perché l’hai generata tu solo tal figlia funesta (…)”

Iliade, Libro V, vv. 864-881, Omero, Einaudi, versione di Rosa Calzecchi Onesti