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sull’autobiografia

Georges Perec: “Quest’autobiografia dell’infanzia si è fatta partendo da descrizioni di foto, da fotografie che servivano da intermediari, da strumenti di avvicinamento a una realtà di cui sostenevo di non possedere il ricordo. In realtà si è fatta attraverso un’esplorazione minuziosa, quasi ossessiva a forza di precisazioni, di dettagli. Attraverso questa minuziosità nella scomposizione, qualcosa viene rivelato. Je me souviens si colloca in una specie di via di mezzo e ptrebbe continuamente precipitare nella relazione che ho con questo ricordo. Quando scrivo “Mi ricordo che la mia prima bicicletta aveva le gomme piene”, non è un’innocente banalità! Ne ho ancora la sensazione fisica eppure, apparentemente, è una cosa neutra.”

Frank Venaille: “Sì, è per quanto riguarda questa pseudoinnocenza, questa falsa apparenza della neutralità, non pensi che avresti benissimo potuto lavorare con una scatola di fotografie portateti da qualcuno e appartenenti a una famiglia a te sconosciuta, che ti avrebbe così fornito gli elementi di una finzione?”

Georges Perec: “L’ho fatto! Ho partecipato a una trasmissione televisiva intitolata La vita filmata dei francesi, che era un montaggio di film di dilettanti degli anni ’30-’36, per il quale ho scritto il commento. Ho quindi lavorato su documenti nei quali ho ritrovato quasi la mia propria storia.”

da Sono nato – Il lavoro della memoria(intervista di Frank Venaille), Georges Perec, Bollati Boringhieri, trad.di Roberta Delbono

il viaggio

 

Nulla mi avrebbe impedito di prendere in affitto una camera in una delle strade tortuose sulle colline di Beyoglu, in riva al mare, e di starmene seduta alla finestra , un piano sopra il cupo suono dei vicoli guardando in basso, giorno dopo giorno, imperturbabile, fino a sera.

(…)

Non avevo una meta precisa, né intendevo un giorno fermarmi, trovar pace, pensare di essere giunta in un paradiso terrestre, perciò tutto questo mi diceva poco. Nel momento stesso in cui ci avvicinavamo a un orizzonte a lungo contemplato, scomparivano il campanile e i campi di grano, si spegnevano le bandiere, le campane tacevano, le donne portavano fazzoletti e gonne ondeggianti di foggia diversa; invece di vitelli bianchi, intenti a pascolare, vedevo bufali indolenti, lucidi come l’olio, distesi nel fango caldo sotto un ponte. Finite le ampie catene di colline e i campi estivi, una strada stretta scendeva lungo il versante di una romantica valle avvolta di ombre gialle, marroni e viola e si inoltrava nel cuore di montagne senza nome.

A cosa mai mi sarebbe servito conoscerne il nome! Una volta in viaggio si dimentica il desiderio di sapere, non si conosce più l’addio né il rimpianto, non ci si chiede più da dove né verso dove si va. Al massimo sono le lancette dell’orologio a dirti che è passata qualche ora e che si è andati ancora più verso est. Con il passare dei giorni diventa sempre più impossibile ritornare e, in fondo, non lo si vuole nemmeno. Strapparsi gli abiti, ammettere che si è andati troppo lontano, che in queste regioni straniere si è come un mendicante, un bambino senza culla, un prete senza chiesa, un cantante senza voce – ammettere che si cerca la sicurezza e si teme di vivere inutilmente? Che si vorrebbe riparare qualcosa, recuperare quanto si è perso?

Non sappiamo di cosa viviamo, come possiamo allora perdere qualcosa e rimpiangerlo? Era già tardi la sera in cui, arrivando a Istanbul, passai, esausta, sotto l’antichissimo arco della porta cittadina: il selciato risuonava, le piccole lampade a olio illuminavano il vicolo del bazar e arrivai infine alle acque scintillanti del Bosforo, che fluivano in silenzio incessante. Allora avrei potuto forse trarre un sospiro di sollievo e credere per un istante di aver raggiunto una meta, di aver ampiamente meritato questo incontro dai mille accenti. Ma poi sarei stata subito assalita da dubbi terribili e mi sarei chiesta se questa era davvero la meta giusta, l’ultima; avrei visto in sogno le cattedrali di altre città e al risveglio ne avrei cercato i nomi altisonanti sui cartelli stradali e sulle cartine geografiche. Il viaggio non richiede alcuna decisione e non mette la nostra coscienza di fronte a scelte che ci rendono colpevoli e pentiti, umili e ostinati fino a farci dubitare di ogni giustizia, pensando che questa nostra vita sia solo un labirinto, una prova fatale. La partenza è liberazione – oh, unica libertà che ci è rimasta!- e richiede solo un coraggio indomito, che ogni giorno si rinnova…

 

Da Therapia-La via per Kabul 1939-1940, Annemarie Schwarzenbach, Il Saggiatore (regalo di Rocco & Vincenzo della Libreria Simon Tanner di Roma)

nell’incanto di un sogno

Nell’incanto di un sogno, vedo a volte
un’amorosa fata, ed è già pronta
a servirmi con tutta la sua scienza.
Esultando con l’anima ingannata,
io le sussurro i miei miraggi…ebbene?
è strano ma anche nel sogno la gioia
mi è irraggiungibile: sempre ai suoi doni
essa pone una qualche condizione,
malevolmente escogitata, così
che li avvelena oppure li cancella.
Dunque, è schiavo perfino il nostro spirito
del beffardo destino della terra,
dunque, la nostra povera ragione
si sottomette a tal punto al reale
che, senza immaginarlo, le sue leggi
trasporta sino al mondo dei miraggi.

da Liriche, Evgenij Baratynskij, Einaudi, trad.a cura di Michele Colucci

che cosa è reale?


foto di Milo

Ho ancora un vivido ricordo dello schock che provai al mio primo incontro con il concetto dei molti mondi. L’idea di 100¹°°+ copie leggermente imperfette di me stesso che si dividono costantemente in altre copie, che alla fine diventano irriconoscibili, non è facile da riconciliare con il senso comune. Questa è schizofrenia a oltranza.

Bryce DeWitt a proposito della Interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica di Hugh Everett III

14 aprile 1956

L’orizzonte che vedo è limitato dal mio sguardo e sfuma dal centro verso i confini del mio occhio, ma non per questo io dubito di altri orizzonti, quelli che so che potrei vedere voltandomi o guardando da altre posizioni. Orizzonti che sono sempre presenti nella stessa percezione dell’orizzonte che ora vedo e senza i quali esso non sarebbe quello che è, orizzonti che non solo posso e potrò raggiungere ma anche che non posso più o non potrò mai raggiungere. In ciò che io ora percepisco sono innestati altri tempi e passati irrecuperabili, che fanno il presente che si apre al futuro. Il presente vive del passato che muore e non può far morire che un passato realmente esistito.

dalle pagine del 28 marzo 1958

Esperienza e visione razionale sono infinite come infinito è il passato e infinito l’avvenire: l’infinito ci circonda come qualcosa di potenziale e di oscuro e vive tuttavia nella concretezza del nostro tempo finito. Questa suggestione derivata da Husserl è organica e orientata: da questo punto di vista non è priva di analogie con la prospettiva filosofica di Whitehead. Oggi so come, anni fa, avrei dovuto scrivere su Whitehead.
Il feeling di Whitehead è la Lebenswelt. Nel feeling l’universo non si chiude in una teoria compiuta. Si attua in un processo, nella storia delle varie vite, in ogni interrelazione degli eventi nel tempo. Le cose diventano monadi aperte, nel passato e nel futuro, collegate ad infinite altre monadi. Queste monadi, proprio perché sono centri spazio-temporali, non monadi chiuse, si intersecano e si incontrano. Socialità di eventi che si relazionano con altri gruppi di eventi nel tempo e nello spazio. L’intenzionalità di Husserl è analoga al sentimento estetico di Whitehead.

da Diario fenomenologico di Enzo Paci, Il Saggiatore

 

Che cosa è reale?

 

“Per Everett la risposta è: l’unica entità fisica reale è la funzione d’onda. Il prezzo di questo monismo è il problema della base privilegiata. Poiché la funzione d’onda di un sistema composto si può rapprensentare in tanti mondi diversi, l’applicazione delle idee di Everett a generi diversi di rappresentazioni suggerisce che la medesima funzione d’onda contiene non solo molte storie, ma anche molti generi diversi di storie. Questo conduce a un’intepretazione dei molti mondi

“Io (Julian Barbour) rispondo: le configurazioni”

da La fine del tempo, Julian Barbour, Einaudi

 

 

14 agosto 1958

La spiaggia è un teatro di innnumerevoli figure alla Bosch. Gambe, pance, seni, sesso. Corpi avvizziti e deformati dalla vecchiaia, volti che assomigliano a tutte le specie animali. Umanità nuda che sa di carnaio. Quasi tutti i vizi sembrano rappresentati in questo o quel tipo. Ogni corpo ha una sua storia, un suo dramma: spesso è una caricatura grottesca. Certo si potrebbe anche dire che si vedono delle belle donne e degli uomini belli. Eppure hanno qualcosa di artificiale e di costruito. L’occhio cerca, invano, finché si posa sui bambini nei quali la vicenda umana si rinnova per riprendere tenacemente il cammino nnostante la tristezza, il grottesco, il diabolico.
Una piccola francese di quattro anni. Corre in acqua appena può e dopo ogni bagno si addormenta. Reagisce immediatamente a qualsiasi stimolo, buono o cattivo. Piange e ride. I suoi occhi sono di un azzurro vorace, quasi aggressivo.
Senso della vita che si rilancia: intenzionalità. Il processo vivente non avanza mai come una scala, un gradino dopo l’altro. è una curva che tocca un massimo e poi discende, si depaupera, si disgrega. Momenti nei quali ogni essere vivente, ogni civiltà, toccano il meriggio nell’aspirazione alla propria essenza.
Negli occhi dei bambini c’è la purezza del vento del martino sul mare: dell’orizzonte aperto al possibile.

da Diario fenomenologico, Enzo Paci, Il Saggiatore

a moneglia

Stradina, il tuo pensiero è lucido, la tua bellezza è nuova,
la tua età è senza fine, esistevi
già prima d’essere concepita.
La tua grazia somiglia una fanciulla
che si rivolta e si tira su, con le mani, i capelli.
Tu scendi e sali e non ti riposi mai
ma ecco a volte, tutt’ad un tratto, ti addormenti:
le tue ciglia sono socchiuse, le tue labbra appena schiuse,
sui sassi bianchi riposi e è tutto immobile intorno,
gli uccellini abbassano la loro voce,
gli alberi stanno immobili muti;
tu respiri piano e dei sogni dorati
entrano lentamente nella tua mente
con moti pieni di una speranza nuova.

da La mia casa, Claudio Damiani, Pegaso, 1994

il lupo e la bambina

 

Ed egli aveva paura che ella, con la sua borsa, cadesse a capofitto in quella folla, in quella polvere, che non si ritrovasse più, ed egli vi sarebbe accorso come su un mare che ha inghiottito un annegato, e avrebbe cercato di lei, e improvvisamente si sarebbe dimenticato come era fatta, ne avrebbe presa un’altra per errore, ed egli l’avrebbe creduta lei; poi forse l’avrebbe rasentata in altri luoghi e non l’avrebbe più riconosciuta, lei che gli era destinata.
Fu proprio lei che, dall’altra parte del fiume, levò il braccio per salutarlo. A lui parve che la riva dovesse partire, come sembra a chi sta a vedere su una nave che salpa, e che ella stesse là ad accennargli fino a che non fosse cancellata dalla lontananza. Anch’egli si mise ad agitare disperatamente le mani, e vedeva che ella rideva coi suoi denti bianchissimi, poi vide a pochi metri di distanza un ponte e si mise a correre per raggiungerlo, valicarlo, saltar davanti a lei. Ella si trovava ora sullo sbocco della strada popolata e si fermò esitante. L’uomo affrettò il passo, raggiunse il ponte, fu sull’angolo della strada. La donna era scomparsa. Aveva creduto che egli non l’avrebbe più raggiunta e che proseguisse per la sua strada senza badarle? Per un poco gli parve che ella si fermasse qua e là, a tutti gli angoli della vasta piazza affollata, che lo aspettasse alle fermate dei tram, che fosse sotto tutte le porte a guardare di ritrovarlo. Ora pensava di  non ricordarsi più della linea del fianco sotto l’impermeabile verde, e tutte le donne che incontrava gli pareva che avessero l’impermeabile verde. Gli era parso che quell’incontro fosse fatale, e non si poteva rassegnare che non avvenisse; e come chi si contenta con una piccola consolazione di una grande fortuna perduta, credeva che un’altra donna, che le somigliasse, gli sarebbe venuta incontro per errore, proprio tra quella folla che, ora che vi era passata lei, gli sembrava tutta della stessa famiglia. Invece lo guardavano come un ozioso che non avesse nulla da vedere con loro. Ora gli sembrava impossibile perfino seguitare a vivere. Rapidamente nella sua memoria si eclissava il volto di lei e non rimaneva che la pupilla grigia di quegli occhi. E l’impressione di una felicità rasentata e perduta, più bella forse della felicità raggiunta.

tratto da Avventure, del libro Viaggi attraverso le cose, Corrado Alvaro, Via del Vento Edizioni