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Fra qualche tempo

Fra qualche tempo
ore anni minuti
non sarò neppure
capace di invecchiare
ma quanto
rimarrà in me
non vorrà avere età
per svanire
con qualche vanto
o pianto
di propositi perduti

vorrà forse mostrarsi
con il male ed il bene
da mettere a confronto
e un rimpianto solo
là in fondo
un puntino luminoso
che continuerà a brillare
dentro le ombre.

(1989)

Roberto Rebora

da Tre inediti e un’intervista a cura di Giuliano Donati, Poesia – Mensile di cultura poetica, Anno III, numero 28, Aprile 1990

deliberato ottimismo

Fino alla fine degli anni Settanta avrei avuto il tempo di porre queste domande a mio padre. Ma siccome scoprii le lettere solo dopo la sua morte, e le lessi decenni più tardi, non ne ho avuto mai l’occasione. Dubito che avrebbe accettato di darmi qualche risposta. Non era uso parlare di vicende che lo toccavano nell’intimo, o che avrebbero potuto ferirlo. Il suo deliberato ottimismo e la sua avversione quasi giapponese a importunare gli altri con i propri sentimenti, con un dolore o una perplessità, non gli permettevano di mostrare una tale “debolezza”.

Una volta, poco prima che morisse, lo vidi respirare a fatica alla finestra del salotto. All’improvviso sembrò che non riuscisse più a prendere fiato, e si aggrappò alla maniglia della finestra come se soltanto in tal modo potesse evitare di cadere. Quando gli chiesi se aveva bisogno di qualcosa si rimise bene in piedi, inarcò la schiena, scosse la testa e riprese la conversazione con me dopo una pausa, della cui lunghezza probabilmente non aveva avuto coscienza. Niente, non aveva bisogno di niente, si era soltanto dimenticato di cosa stavamo discutendo.

da Gli amori di mia madre, Peter Schneider, L’Orma Editore, trad. di Paolo Scotini

12 luglio 1820

mira

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piacer a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè di durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere alcun piacere che eguagli 1. nè la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, sia circoscritto. Il detto piacere non ha limiti che per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

dal Pensiero 165 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

Non vorrei crepare senza (cit. Boris Vian):

– aver letto tutti i libri di Giovanni Amelotti (escluso Il Leopardi maggiore, che possiedo);

– aver compiuto un viaggio fino a Recanati nel 12 luglio 1820 (una volta arrivata là, saprei arrangiarmi);

– RD 70 → ∞ ;

– essere riuscita a trovare e vedere a Moneglia il quadro di Luca Cambiaso  in una inarrivabile sagrestia

a Ismaele

Punta Gilberto a Moneglia

Aneddoto

Sapete, sono pazzo a immaginarmelo
Sono un uomo di agili dita
Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene
False pieghe del mio cervello ansioso
Storie ad arabesco ricordi
Sono felice soltanto in alto mare
Dove si va più lontano
Sulle onde anonime.

da Poesie e disegni della figlia nata senza madre, Francis Picabia, Einaudi, trad. di Diana Grange Fiori

segnature

foto di Luca Donnini

Di cosa è fatto uno spettro? Di segni, anzi, più precisamente, di segnature, cioè di quei segni, cifre o monogrammi che il tempo scalfisce sulle cose.
Uno spettro porta sempre con sé una data, è, cioè, un essere intimamente storico. Per questo le città vecchie sono il luogo eminente delle segnature che il flâneur  legge quasi distrattamente nel corso delle sue derive e delle sue passeggiate; per questo i cattivi restauri, che confettano e uniformano le città europee, ne cancellano le segnature, le rendono illeggibili. E per questo le città – e in special modo Venezia- assomigliano ai sogni. Nel sogno, infatti, ogni cosa strizza l’occhio a colui che la sogna, ogni creatura esibisce una segnatura, attraverso la quale significa di più di quanto i suoi tratti, i suoi gesti, le sue parole potrebbero mai esprimere. Eppure, anche chi cerca ostinatamente di interpretare i suoi sogni, da qualche parte è convinto che essi non vogliano dir nulla. Così nella città tutto ciò che è accaduto in quella calle, in quella piazza, in quella ruga, di colpo si condensa e cristallizza in figura, insieme labile ed esigente, muta e ammiccante, risentita e distante. Quella figura è lo spettro o il genio del luogo.

da Nudità, Giorgio Agamben, Nottetempo

a moneglia

Stradina, il tuo pensiero è lucido, la tua bellezza è nuova,
la tua età è senza fine, esistevi
già prima d’essere concepita.
La tua grazia somiglia una fanciulla
che si rivolta e si tira su, con le mani, i capelli.
Tu scendi e sali e non ti riposi mai
ma ecco a volte, tutt’ad un tratto, ti addormenti:
le tue ciglia sono socchiuse, le tue labbra appena schiuse,
sui sassi bianchi riposi e è tutto immobile intorno,
gli uccellini abbassano la loro voce,
gli alberi stanno immobili muti;
tu respiri piano e dei sogni dorati
entrano lentamente nella tua mente
con moti pieni di una speranza nuova.

da La mia casa, Claudio Damiani, Pegaso, 1994

La spiagia ad nòta

Andémmi da burdéll éulta la spiagia
e l’éra nòta e u s batévva e’ cor
ch’l’éra tott nir, tranne cagl’òndi biènchi.
La sabia la s faseva morbi i pii
e néun a caminémmi ad che rumòur
ch’l’éra una cantiléna
e che batévva lizìr
cumè una prumèssa ad sònn
o d’una morta dòulza.

da Antologia di poesie in dialetto romagnolo, Nino Pedretti, Pier Giorgio Pazzini Editore

La spiaggia di notte

Andavamo da bambini lungo la spiaggia
ed era notte e ci batteva il cuore,
che tutto era nero tranne quelle onde bianche.
La sabbia ci faceva morbidi i piedi
e noi camminavamo in quel rumore
che era una cantilena
e che batteva leggero
come una promessa di sonno
o d’una morte dolce.

la macchina del tempo

 

In rete uno sconosciuto carica una foto/un video di un momento non necessariamente importante della propria vita: immaginiamo che questo signore scelga la foto di gruppo che ritrae un divertente bagno di mezzanotte alla Secca di Moneglia, immortalato nei primi minuti del 13 agosto 1991 e immaginiamo
ora che, proprio e solo in questa foto, si veda sullo sfondo il terrazzino della camera numero 12 dell’Hotel Leopold e un signore che fuma una sigaretta (la sua ultima). Lo sconosciuto carica la foto/il video su facebook o su youtube indicizzando con la seguente dicitura “La Secca, Moneglia, 13 agosto 1991″.
Ora invece ecco un’altra persona che sceglie di caricare in rete la foto o il video di una serie di onde di una mareggiata a Moneglia avvenuta in un giorno di luglio alla fine degli anni ’70 e, per caso o per scelta, include nello sguardo dell’obiettivo l’ abbraccio salvifico di un bambino intorno al piccolo tronco di una bambina che arriverà ad essere un albero carico di frutti grati.

Questa è la mia macchina del tempo. Io non potrò viaggiare fino alla mia infanzia, ma grazie alla precisa
indicizzazione di ciascuna foto e di ciascun video, forse i miei figli potranno viaggiare nel proprio tempo (non quello scelto dall’occhio dei genitori), almeno virtualmente.

Le foto che si scattano in famiglia e tra amici non sono davvero quelle rappresentative degli istanti di “radicamento”. Le foto/i video scattate/ripresi da sconosciuti possono invece casualmente cristallizzare quei momenti. La foto della bambina che rotola sulla sabbia, immaginando di lottare con il lupo, non sarà memorabile per lei (che giocava alla lotta ma non è uscita mutata dal gioco): sarà solo una bella foto, ben scattata, forse poetica.

 

Ci si radica inconsapevolmente, non è possibile riconoscere un momento come importante (e quindi scegliere di fotografarlo) mentre lo si vive. Non si può essere testimoni della propria vita (artificio dell’autobiografia).

L’unica foto che mi sorprende in uno dei momenti di ‘radicamento’ è quella che chiamo “Una giornata perfetta”: mio padre la scattò in un giardino labirintico e a terrazze a Molinetti di Recco nel 1979 e lui fu uno sconosciuto inconsapevole  dell’importanza di quell’istante; altrimenti non avrebbe scattato la foto.

 

Se volete donare una macchina del tempo ai posteri, indicizzate esattamente le foto e i video oppure seguite l’articolo di Chiara Somajni nell’inserto Domenica del Sole 24 ore del 30 maggio 2010

http://www.librinecessari.it/macchina del tempo.jpg

per alan