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don’t ask

Le telefonate con mio cugino Igor avevano uno strano carattere dovuto all’ambito limitato delle nostre conversazioni. Igor non era solo taciturno. Come molti russi era una persona che rimuginava continuamente sul dolore collettivo mentre seppelliva dentro di sé quello individuale. Inoltre, il codice di comportamento russo vietava di porre domande che potessero suscitare nell’interlocutore una sensazione sgradevole, e non era nemmeno usuale gravare gli altri dei propri problemi privati.

da Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

La jetée

Noialtri siamo tenuti, si sa, dal nostro passato e dall’avvenire. Passiamo quasi tutto il nostro ozio e quanta mai parte della nostra professione, facendoli oscillare in su e in giù in equilibrio. Dove l’avvenire si avvantaggia in estensione, il passato sostituisce il peso, e alla loro fine l’uno e l’altro non si distinguono più, la prima giovinezza diventa più tardi chiara come l’avvenire  e la fine dell’avvenire con tutti i nostri sospiri è, a rigore, già esperienza e passato. Così si chiude quasi questo cerchio lungo il cui margine siamo incamminati. Ebbene, questo cerchio è nostro solo fintanto che lo teniamo; se una volta ci spostiamo per qualche dimenticanza di noi stessi, per una distrazione, uno spavento, uno stupore, una stanchezza, ecco che lo abbiamo perduto nello spazio; finora avevamo ficcato il naso nella corrente dei tempi, ora ci tiriamo indietro ex nuotatori, presenti passeggiatori, e siamo perduti. Siamo fuori della legge, nessuno lo sa e pure ognuno ci tratta in tal senso.

Dalla domenica del 19 luglio 1910, Diari, Franz Kafka, Mondadori (trad. di Ervino Pocar)

“Povera umanità, la mia compassione è inesauribile”

Quando godiamo, ci troviamo in un buco che ci acceca. Separati dagli altri, ci aggrappiamo fisicamente a loro. Tenuti lontani dalla gloria e dal progresso, ci illudiamo di gloria e autocompiacimento. Non possediamo niente e niente abbiamo in atto: ci sembra di possedere l’intero universo attraverso un essere specifico. Ci immaginiamo aperti al mondo con il quale comunichiamo, mentre siamo confrontati a un oggetto corporeo che detiene un mondo chiuso. Ne usciamo sempre così poco immortali e indispensabili, e meno lucidi.

da Muscolature, Nathalie Gassel, ES, trad. di Monica Martignoni

In 5 years

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore, amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore