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Graal esilarante

 

maestrina steineriana


(…) Ma la scoperta che più lo stupiva era che da Wagner e Chamberlain fino a Jung e a quel poveretto di Rudolf Steiner c’era stata e c’era una gran quantità di persone, alcune delle quali di intelligenza non comune, per le quali non si dava nulla di più importante del Graal, cioè del mito più ottuso, più stucchevole e più untuoso che l’umana mitopoiesi, sotto qualsiasi cielo, avesse mai elaborato. Con tutte le storie a disposizione, il Graal! Questo arredo da sacrestia ipersignificato da uno zelo da baciapile!

da Tutto il ferro della Torre Eiffel, Michele Mari, Einaudi

…cercavo in perpetuo lo stallo

“(…) Dispari è la condizione dell’uomo, e non quadrabile il cerchio. Viviamo dunque, ma viva ognuno secondo il suo genio: il mio essendo di evitare lo scacco, cercavo in perpetuo lo stallo…”
“Cosa può la paura del disinganno” osservò Pesùmai.
“Eppure bisognerebbe avere il coraggio di ingannarsi lo stesso, di sapersi, di volersi ingannare pena la rinuncia alla vita: in fondo il bello dell’inganno è proprio lì, nel pericolo incombente, nel rischio continuamente rinnovato e accettato, giocandosi ogni volta il tutto per tutto…”
“Sì, me lo sono  detto tante volte anch’io, ma non sono mai riuscito a convincermi…Mi sovviene alla mente quel filosofo antico che sosteneva l’innata bontà dell’Uomo: l’Uomo è creatura divina, diceva, e motivo di esultanza al suo Creatore, la perfezione della sua macchina corporea è un inno all’armonia dell’universo, il volo della sua mente è specchio verace della sapienza celeste…Non usciva mai di casa, questo filosofo antico, anzi vi si teneva sprangato a chiavarda e riceveva soltanto gli amici più stretti; quando uno di costoro gli chiese finalmente qual mai fosse la cagione di quel comportamento rispose che fuori c’erano gli uomini, e che lui non voleva correre il rischio di accorgersi di aver sbagliato tutto, ‘sono troppo vecchio’, avrebbe concluso, ‘e mi mancherebbe il tempo di correggere il mio sistema’. Così, pare (siamo a Napoli, in un grigio mattino del febbraio 1724), disturbato dai rumori che provenivano dalla strada Gian Battista Vico depose la penna e si alzò dal tavolino ove attendeva alla sua storia universale delle genti.’Che è cotesta marmaglia?’ disse affacciandosi alla finestra. ‘è il popolo, signore’ avvisò il cameriere. ‘Chiede il pane.’ ‘Popolo? Non mi risulta. Chiudi la finestra, Vincenzio’… (…)”

da Di bestia in bestia, Michele Mari, Longanesi & C, 1989

concorrenza sleale

Oh sì la letteratura…Non si dovrebbe mai leggere Omero prima di andare in Grecia, sapete quel che voglio dire, folle chi pietra su pietra si va costruendo la propria delusione, ed alleandosi alle forze del tempo e della cruda realtà viene spargendo nel nulla i suoi sogni leggeri: ma difendiamoci, per quanto sta in noi…Uno che ha passato tutta la sua vita fra i libri soleva dire che i libri possono fare alla vita una concorrenza sleale, molto sleale…

da Di bestia in bestia, Michele Mari, Longanesi & C.

La superiorità del narrare rispetto al vivere è che la narrazione stringe, consegue, morde, giunge a buon fine o mal fine laddove la vita si disperde, si frantuma, sfuma e sfiuma… Tu con questa narrazione ambigua, scissa, sconnessa sei molto più mimetica alla vita che non la scrittura mimetica vera e propria che oppone la vita a un ordine suo proprio, quello letterario. La letteratura – diceva il vecchio Satiro con aria avvolgente – solo la letteratura e l’erotismo possono contraddire la dispersione del vivere. Ciascuno di noi è quanto di cellule riesce ad aggregare attorno a una narrazione o a un desiderio.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1994

il significatore

collage di Hannelore Baron

 

“Vedete, ‘nella vita’ io facevo il filologo. Avete idea di cosa significa? Significa incontrare un testo grasso, flaccido, pieno di macchie e di impurità, e dirgli: testo, io ti riporterò alla tua verità. Mi seguite?”

“Sì”.

“Allora dovete scegliere gli strumenti più affilati. Le lame della paleografia, la grattugia della recensio, lo squartamento della tradizione nelle nudità dello stemma, l’amputativo tronchese della variantistica: e poi sezionare, eviscerare, potare: e poi prendere dei secchi, delle casse, scavare delle fosse, e metterci dentro tutto quel crassume escerpato, tutta quella schifosa corruzione, ah! Sto male soltanto a pensarci! Insomma, quando avete pulito e asciugato dappertutto siete voi due soli, voi e il testo, perfetto nella sua semplicità originaria, nudo, scheletrico, puro! Avete capito?”

“Sì”.

“No, non potete. Non avete mai fatto un’edizione critica”.

Ancora quel rantolo, ora più gorgogliante. Quando riprese a parlare mi parve più vecchio di quanto avessi immaginato fino a quel momento.

“Anche se non tutto quello che ho detto vi è chiaro, so cosa state pensando: che per mera inerzia analogica io sia passato dai testi agli umani, tentando l’intreccio dei visceri dopo aver saggiato quello delle parole e delle forme”.

“No, no, io non penso niente…”

“Male! Mi avete chiesto perché uccido? In un certo senso è per avere degli interlocutori. Voi entrate in casa mia dopo avermi rotto la finestra, frugate nelle mie tenebre con la vostra torcia indiscreta, e non volete essere mio interlocutore? Mmmmh…penso che non sappiate nemmeno cos’è l’ermeneutica, per cui ve la dirò io. È la scienza dell’interpretare, sommamente decisiva al filologo e al critico. Ora immaginatevi questo: un uomo che per tutta la sua vita sveste e riveste i testi di interpretazioni, che li ruota fra le mani come prismi per trarne sempremai nuove luci, che inventa nuove rubriche ove ascriverli, un uomo che li palpa, i testi, e palpandoli li sente gonfi di tutte le interpretazioni che prima di lui altri uomini han dato loro, interpretazioni cui la sua, sopraggiungendo postrema, conferirà nuovi accenti…I capolavori! Ma siamo noi che li abbiamo fatti diventare tali, leggendoli e rileggendoli, e caricandoli di senso fino a saturarli di storia e di energia, ecco, quando ho capito questa cosa io, il significatore, ho cominciato a chiedermi: e a me chi lo conferisce il senso? Chi mi interpreta?(…)”.

 

Da La serietà della serie in Euridice aveva un cane, Michele Mari, Einaudi

sulla lettura


Balbec

 

Esiste un margine di mistero, nel procedimento artistico, che nessuna critica e nessuna filologia riusciranno mai ad annullare del tutto. Della realtà, nella sua metamorfosi estetica, qualcosa si perde, qualcosa si altera, qualcosa si invera: tutto si stilizza cristallizzandosi nella convenzione formale, tutto lievita nell’affabulazione, nulla di ciò che era immediato rimane tale. Di fronte all’opera d’arte si danno pertanto due atteggiamenti fondamentali: uno di abbandono alla sua pienezza, e uno di curiosità analitica. Per chi Combray resta un luogo ideale dello spirito o un pezzo della propria carne o un flatus musicale è incomprensibile che ci siano stati uomini che, Recherche ed epistolario di Proust alla mano, abbiano girato la Francia per determinare l’esatta ubicazione e denominazione di quel luogo. Eppure è inevitabile, che nella difficoltà di comprendere come sia stata realizzata l’opera, qualcuno cerchi di scoprire almeno alcuni ingredienti originari.

da I demoni e la pasta sfoglia, Michele Mari, Quiritta

 

Illiers-Combray, il sentiero dei biancospini

ho sognato un nuovo maestro

Da ieri notte Michele Mari è diventato insegnante di ruolo in una scuola elementare romana. Ho orecchiato mentre il nuovo maestro iniziava i bambini alle meraviglie della geometria leggendo loro Flatlandia di Edwin Abbott: quando sono andata – con la nomina di Rappresentante di Classe e di Consiglio Interclasse per l’anno scolastico 2010/2011 in mano- a complimentarmi con il maestro Mari per la brillante scelta e per chiedergli conto della programmazione educativa e didattica dei discenti, ha annunciato che dopo le festività natalizie i fanciulli godranno di 5 incontri con Michel Serres. Mi sono offerta come merenda.