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III

Io ero tu dicevi, ed imperfetto
sentenziava il didàscalo severo,
ché quello che tu eri era leggero
come una casa cui non copra ’l tetto.

Sarò farò insistevi pargoletto,
ma potrà mai il futuro farsi vero
se un atomo soltanto, un punto mero
diversi son dall’esito concetto?

Passati invece siamo di diritto,
passanti un giorno e trapassati poi
senza tensione, senza più tragitto;

frammenti di memoria, noi e voi,
precipiti nel nulla a capofitto
perché il passato è tutto, e siamo suoi.

 

da Ghirlanda, sette sonetti di Michele Mari, pubblicati nell’antologia Chi ha tempo. Storie di giorni che corrono, a cura di Alessandra Urbani, Marcos Y Marcos, 2016

Festa romana per Michele Mari

Sabato 5 maggio dalle 17.30 alle 20.00

FESTA ROMANA PER MICHELE MARI

c/o Apollo Undici, Via Bixio 80/A – Roma

(xilografia di R.L. Stevenson)

Tempo fa il Mucògeno mi leccò la faccia nel sonno: ridestandomi nel raccapriccio, capii immediatamente che la sua flegmatica bava, impregnandomi la pelle, mi stava trasmettendo dei dati. Fra questi un apologo, corrispondente a un dipresso al testo che segue:

“Ogne conchiglia ha lo càlcare secreto e formato dalle medulla sue; e tutto e congruo e verace. Ma se il mollusco defunge, e l’asilo deserto viene occupato da l’infingardo Paguro, questa l’addimandiamo Menzogna, poiché tutto è distorto: epperò la natura stessa del parassito la denuncia per tale, sicché a noi sape tuttavia di socratica Verità. Ma dessi anche il caso, ch’è il tertium, per cui il mollusco maliziosamente dia al proprio alloggio forma non necessaria, com’è dire bivalve allora che sia d’uopo di una, oppure in guisa di coclea allor che sua stirpe vorrebbe cuspide ovver cannolicchio: dove non è chi non veda come lo starsi dell’informe mollurie nel càlcare strutturato partecipi eziandio e del falso (poiché mentita è la forma) e del vero (poiché essa è nella Storia). Diximus”.

Non ci vuole molto a cogliere l’antifona: cristallizzandomi, mi sono falsificato: e vivendo e scrivendo, e scrivendo della mia vita e vivendo nella mia scrittura.

da Leggenda privata, Michele Mari, Einaudi

Oggi alle 18 incontro con M.M.

’Associazione Civita – Piazza Venezia, 11 – Roma

Bestia

Bestia è il violento e l’arrogante ma anche l’incompetente e l’ottuso; soprattutto lo è chi comunque suscita antipatia nel narratore, largo di ingiurie tanto “a quelle bestie di quegli Inghilesi” (p.104) quanto a “quelle bestie di quei Franciosi” (p.511) e “alle bestialità” commesse da quattro cavalieri tedeschi (p.324), tanto ai popolani quanto ai signori. Da questo punto di vista lo sguardo di Benvenuto è davvero ecumenico, abbracciando in un’unica famiglia locandieri e guide (“quella bestia di quell’oste”, p.251; “quella pazza bestia” di un maestro delle poste che “è il più bestia uomo che avessi mai questa città; e ha quivi due figliuoli (…) più bestiali di lui”; un cavallante più bestia del suo animale), occasionali compagni di viaggio come “quella bestia” di un milanese “il quale aveva viso di pazzo” (pp.418-421), militari (da un capitano lombardo “presuntuoso e ignorantissimo” detto a breve distanza “questa bestia”, “questa villana bestia” e “quel bestion”, pp.589-591, al citato Annebaut), artigiani come “quella bestia” di uno stampatore francesce (p.464) o “questa bestia” del Bandinelli (pp.529,551), poeti come Mattio Franzesi (“cotesta bestia”, p.290) o il Manetti (“quella bestia de l’Iuvinale”, p.307), pubblici funzionari (il notaio Ser Benedetto, percosso da Benvenuto “perché questa bestia se l’ha cerche”, p.248; il segretario di Cosimo I Pier Francesco Riccio, così epitetato numerose volte per la sua stupidità e il suo “impazzare”, fra pp.524 e 580), fino a un “cardinal bestia” (Giovanni Salviati) “che aveva più viso di asino che di uomo” (p.223) e, in cima alla piramide, nientemeno che il papa (“veduto io il Papa diventato così pessima bestia”, p.225; “il Papa, entrato in bestial furore…”, p.231). Ma a tanta bestialità è Benvenuto stesso a non poter restare indifferente, perché il contagio, nella vita prima che nella scrittura, è reciproco.

da Da alcune ossessioni celliniane, Michele Mari, ACME Annuali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, Vol.LV – Fascicolo III – Settembre/Dicembre 2002

I numeri di pagina indicati dopo le citazioni si riferiscono a:
Benvenuto Cellini, Vita, a cura di E. Camesasca, Milano, Rizzoli, 1985

c’è un’estasi che indica il culmine della vita

C’è un’estasi che indica il culmine della vita, quello oltre il quale la vita non può ergersi. Ed è tale il paradosso della vita, che quest’estasi arriva sì quando si è più vivi, ma presentandosi nella forma del completo oblio di essere vivi. Quest’estasi, questo oblio di essere vivi visitano l’artista, rapito a se stesso da una cortina di fiamme, visitano il soldato, ebbro di guerra nel campo di battaglia; e visitavano Buck, che guidava il branco elevando l’antico grido di lupi, proteso al cibo che era vivo e che fuggiva velocemente davanti a lui nel chiaro di luna.

Il richiamo della foresta, Jack London, Bompiani, traduzione di Michele Mari

Quando l’autunno carco di presagi

Quando l’autunno carco di presagi
s’appresta ad incontrare il duro inverno
tutta è già scritta in natural quaderno
l’onta dei giorni suoi mesti e randagi.

Ma se un arcano con sue torte ambagi
svelle dell’anno l’inconcusso perno
le stagioni sciogliendo dall’Averno
che le rilega in sempiterne stragi:

vedresti allora il tempo declinante
riconfortarsi ai zefiri orientali,
e il rosso della foglia vacillante

ritingersi di verde, ché son tali
nel sogno d’ogni core che sia amante
d’autunno e primavera gli sponsali.

Poesia di Michele Mari da 50 ANNI DI BIANCA (1964-2014), AA.VV., Einaudi

o della casa come tana

Specchio della mente del suo proprietario, la casa ne sarà anche il corpo: un corpo adeso e catafratto come un carapace, formidabile baluardo ma anche strumento di tortura quale esempligratia la Vergine di Norimberga.
Maggiore la coesione, anzi l’identificazione, fra l’uomo e la casa, maggiore l’intolleranza per ogni intromissione mondana, automaticamente percepita come violenta ed incivile aggressione: laonde, nel vivo, nel moribondo e nel morto, la nota ostilità nei confronti degli intrusi e dei curiosi: ostilità destinata a scurirsi in odio feroce qualora gli intrusi non passino a volo come uccelli migranti, ma accampino ragioni per accampare se stessi nelle adiacenze della casa. Già la mera nozione della loro esistenza è cagione di tumulto quando gli adiacenti diano memento acustico di sé, della loro inopportuna e inutile vita. Donde più scarlatti sogni di sangue nella mente dell’interessato, più frequenti affezioni somatiche quali possono essere un travaso di bile o un’ulcera perforante: e surtutto l’insonnia, un’insonnia così esatta e precisa, date le concause che insistono nello schema generale, da diventare assolutamente connaturale a colui che sarà dunque un insonne a prescindere, sia o non sia l’ora del sonno, ottenga o non ottenga da perigliosi farmaci e da un generoso liquore il breve solacio di una spudorata parvenza di sonno.
Più dovrà difendersi dal rumore mondano, più l’uomo-talpa dovrà rintanarsi: più si rintanerà, più pretenderà la quiete che gli è dovuta: più questa ingenua e commovente equazione verrà smentita, più a fondo dovrà interrarsi sbarrando anditi porte finestre passaggi, rinunciando alla luce e intasando i propri padiglioni auricolari di ogni combinazione di cera, gommapiuma e fibre disvarie. Finché, un giorno, egli vedrà la soluzione, e da quel giorno, a poco a poco, vi si avvicinerà con sistematica volizione: morire, sottrarsi, convertire l’annullamento del mondo nell’annullamento di sé. Immaginare millenni e millenni di solitudine perfetta e di silenzio assoluto, allora, sarà l’unico balsamo alla sua vita riarsa: all’ultimo segmento, della sua vita riarsa.

da Fantasmagonia, Michele Mari, Einaudi

 

TETTO

Ebbene, no! Attenderò tranquillo,
piantato sotto il tetto,
che mi piombi qualche tegola,
per tuo ricordo.

Falciata ho l’erba e lecco
la pietra – sitibondo
come la Colica secca
del Miserere!

Sfonderò – Dio mi danni! –
il tuo timpano o la pelle d’asino
del mio buon tamburo.

Nei tuoi recessi, o Finestra
calma e pura, giace forse

un vecchio signore ignorante e sordo!

da Poesie, Tristan Corbière, Dall’Oglio, a cura di Clemente Fusero