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Tutti idioti!

Healy fece una smorfia e levando un po’ in alto le mani mormorò: “Tutti idioti! Questo fu il verdetto della seconda notte. Erano circa le otto, piovigginava, la notte nebbiosa, io e lui stavamo seduti in una di quelle rientranze del ponte di Waterloo e sul fiume uno spettacolo: sapete, somigliava proprio ad una terra incantata che passi nella foschia, e tutte quelle luci… Dunque lui sta seduto un po’ lì, stanco per le corse dei due giorni precedenti, e guarda il traffico che scorre sopra il ponte; poi si alza, si appoggia al parapetto e non appena abbassa gli occhi sul fiume lo sento dire fra sé, “Idioti,” e ancora “tutti, tutti idioti”: mi pareva una specie di lamento, e scuoteva un po’ la testa. Poi vidi che si nascondeva il volto fra le mani e udii un suono che prima ricordava il pianto, quindi il riso; da quel momento il suo unico desiderio fu di tornare alla grotta”.

da L’isola degli inganni, Matthew Phipps Shiel, Serra e Riva Editori, Il Minotauro, trad.di Giovanni Pasetti

uccelli

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Nel corso di quella passeggiata mattutina vidi tre piccoli granchi, cinque patelle e due altri molluschi minuti, che vivevano la loro vita in una pozza d’acqua sotto una roccia barbata; ma ciò che mi stupì – e a dire il vero mi stupì dappertutto, perfino a Londra, e in altre città – fu la quantità di uccelli di quasi ogni specie, non esclusi quelli tropicali; a quanto pareva, anch’essi erano fuggiti all’arrivo della nube, da una contrada all’altra, per cadere infine vinti dalla stanchezza e dalla meraviglia dinanzi a Colui che dopo sessanta milioni di anni di perseveranza e di successo era riuscito a farli diventare quella cosa perfetta che erano.

da La nube purpurea, M.P. Shiel, Adelphi, trad. di Rodolfo Wilcock

racconto della discreazione

Per fortuna avevo avuto cura di chiudere tutto, altrimenti, ne sono certo, il tetto sarebbe volato via; e facevo comunione con me stesso, pensando: “Io, pover’uomo, perso in questa confluenza di infiniti, in questo vortice dell’Essere, che sarà di me, mio Dio? Perché buio, ahimè?, buio, è questo vuoto nel quale dal suolo fermo sono caduto, a una profondità di un trilione di bracci, giocattolo di tutti i turbini del vento, e sarebbe stato meglio per me perire con i morti, e non aver mai visto la tenebrosità dell’ineffabile, non aver mai udito la sconvolgente tetraggine dei venti dell’eternità; quando si dolgono, e sospirano, e gemono; quando si disperano e vengono meno; voci che nessun udito potrebbe mai udire: perché hanno l’intenzione di divorarmi, lo so, quei vasti bui, e presto sarò scomparso come la pula delle aie, per lasciare a loro il palcoscenico di questo teatro”. E così giacqui fino al mattino, borbottando, accoccolato e tremante: perché gli urti della tempesta pervadevano la chiesa sbarrata e mi raggiungevano il cuore; e ci furono tumulti e tuoni quella notte, Dio mio, come richiami e ghigni e risa di scherno urlate da una cima all’altra dei colli dell’Inferno.

da La nube purpurea, M.P. Shiel, Adelphi, trad. di Rodolfo Wilcock