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Dal sito di Baobab Experience:

#OpenArms #AvecBenoit

Vorrebbero vederci inermi, senza speranze, impauriti, succubi di una “sindrome di accerchiamento”, alimentata ogni giorno con nuovi attacchi, nuovi fantasiosi elementi contro chi cerca di salvare vite, come in mare così in terra.
Dopo i tentativi di estorsione della guardia costiera libica per i salvataggi, il carosello politico e giudiziario nostrano invece di prendersela con gli estorsori, da circa un anno tenta di screditare il lavoro prezioso delle organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi in mare, gettandole, in un clima diffuso di sospetto, verso una china giustizialista che auspichiamo reversibile.

“Le navi delle ONG si spingono troppo vicino alle coste libiche e rappresentano un fattore di attrazione per i migranti” “Le ONG portano i migranti in Italia perché vogliono alimentare il business dell’accoglienza”. Sono solo alcune delle accuse più gettonate dalla nuova inquisizione che hanno portato all’apertura di un fascicolo negli uffici del procuratore distrettuale di Catania, Carmelo Zuccaro.
Non era bastata l’ accusa generica di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, verso le ONG di essere un “fattore di attrazione” per i migranti in fuga dalla Libia, ci voleva un super giudice a marchiare il soccorso in mare e la solidarietà verso persone disperate in fuga, come “associazione a delinquere per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Sembra inverosimile ma è ciò che è accaduto all’equipaggio dell’Associazione Umanitaria iberica Open Arms, nel nostro cattolicissimo e misericordioso Paese, di rientro a Pozzallo dopo una disperata missione di salvataggio che ha strappato ai lager libici 218 persone: molte donne, bambini e malati con urgente bisogno di cure mediche. Associazione umanitaria che pur di poter continuare a svolgere la propria missione aveva sottoscritto anche il codice Minniti.
Cosa farà Zuccaro, indagherà anche sul Ministro degli Interni?
Il procuratore distrettuale, invece, dovrebbe studiare meglio le leggi che tenta di applicare, in modo lesivo e incoerente: nei soccorsi in mare, infatti, viene applicata la convenzione di Amburgo del 1979 secondo cui lo sbarco deve avvenire in un “porto sicuro” anche dal punto di vista dei diritti garantiti alle persone soccorse, non solo nel porto più vicino. Le organizzazioni impegnate in tali attività devono garantire ai naufraghi la possibilità di richiedere asilo e di ottenere un’accoglienza dignitosa, cosa che non sarebbe possibile nei paesi frontalieri come la Tunisia l’Algeria il Marocco ecc. Inoltre nello stesso Testo Unico sull’Immigrazione, all’articolo 12.2, dove si trova la dicitura “non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”, non ci sono riferimenti alle acque internazionali.

Citando questi articoli di legge ci chiediamo quale sia quindi la violazione che alimenta questo teorema giudiziario. Ma oltre la legge, che auspichiamo torni a servire la Giustizia, in questo scenario da incubo, vogliamo anche ricordare le migliaia di vite salvate e le operazioni che hanno permesso di vedere da vicino quanto accade in mare o in Libia, lontano da occhi indiscreti. Ed è forse proprio questa testimonianza diretta che rende “scomodo” il ruolo e la presenza delle ONG nelle acque del Mediterraneo. Queste incriminazioni, volendo usare le parole di Arjan Hehenkamp, ​​direttore generale di Medici senza frontiere, sembrano “un tentativo d’intimidire e screditare” il loro operato e di ridurre i finanziamenti a favore di questo tipo di attività. Attività di soccorso ma ciò che forse spaventa di più, di testimonianza.

“Vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto (…) Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che, in un’esplosione di violenza e di odio, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacciasse come cani, quasi non foste figli e opera di Dio, o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è ciò che provano gli stranieri. Questa è la vostra disumanità”.

Nel 2018 mai ci saremmo aspettati di dover citare Shakespeare, invece di un Giudice, a sostegno della nostra causa ma lo scoramento e il senso d’impotenza è così grande che cerchiamo ovunque un faro acceso verso un porto sicuro per questa umanità sotto attacco, quella che fugge da guerra e miseria e quella costretta a subire una Giustizia non più degna di questo nome. Anche al confine con la Francia infatti l’accanimento verso i solidali è surreale, anzi infernale. Come l’arresto della guida alpina Benoit Ducos, incriminato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver portato in ospedale una gestante in travaglio. La sua colpa? Averla trovata dispersa a 1850 mt sulle Alpi, straniera senza più terra senza più forze.
(http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/03/19/salva-migrante-incinta-guida-alpina-sotto-accusa_ih2aOBfsgMu1Ywy7WiHgVM.html)

In un clima politico esacerbato e incerto con Matteo Salvini che minaccia di “denunciare il governo italiano” per aver soccorso migliaia di persone al largo della Libia e Beppe Grillo che sul suo blog aziendale fantastica sul “ruolo oscuro delle ONG”, gli operatori umanitari ormai sono alla berlina e questo non può che preoccupare sul destino dei diritti umani in Italia e in Europa.

Vorrebbero vederci inermi, senza speranze, impauriti ma non ci fermeranno perché la nostra barca, per quanto sembri fragile, ha il vento in poppa e l’orizzonte aperto di chi crede possibile ogni impresa e accoglie l’altro, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, a braccia aperte.

Libia e Minniti

Il governo che dirige la mano della guardia costiera libica è l’interlocutore che Marco Minniti trova autorevole, decisionale e affidabile e con il quale ha sottoscritto accordi…

Spara al migrante

Alla luce del fuoco della guardia costiera libica contro i colleghi italiani, un commento ‘a caldo’ sugli accordi Minniti-Libia, , , ?

Contribuisci a Pensare Migrante 2017

Il 5/6/7 Maggio, alla Città dell’Altra Economia di Roma, torna “Pensare Migrante”, la tre giorni di incontri, dibattiti con esperti e Associazioni, attività per le scuole e proiezioni sul tema delle migrazioni in Italia e in Europa. Il programma delle attività è in corso di aggiornamento nella pagina dell’evento.

Alla drammatica gestione del fenomeno migratorio a livello nazionale ed europeo, le politiche poco lungimiranti fatte di chiusura delle frontiere e criminalizzazione del migrante e della solidarietà, Baobab Experience risponde incontrando gruppi di attivisti provenienti da tutta Europa, per rafforzare una rete di realtà non istituzionali che si occupano di diritti e accoglienza di profughi e migranti.

 La manifestazione sarà un’occasione per coinvolgere e sensibilizzare la cittadinanza, affinché il fenomeno migratorio non sia più avvertito come un problema, ma come una risorsa che arricchisce e fa crescere il nostro Paese.

 Per questo abbiamo previsto momenti di approfondimento ma anche di cultura e svago, con una sezione di attività-gioco per gli studenti delle scuole medie e superiori, l’allestimento di mostre fotografiche e proiezioni di video sul tema e serate di musica e spettacolo.

 Per le spese di realizzazione dell’evento, in particolare per finanziare il viaggio degli attivisti europei, l’allestimento degli spazi e la promozione, invitiamo chi voglia sostenerci a donare un contributo e a pubblicizzare questa raccolta in crowdfunding.

Vi ringraziamo per il senso civile e umano che dimostrate partecipando al nostro progetto.

Baobab Experience – Le attiviste e gli attivisti

Maslax

Maslax, il mio amico somalo poco più che ventenne, si è impiccato nei giardinetti vicino al C.A.S. a Santa Palomba, Pomezia.

Conobbi Maslax la scorsa estate, quando Baobab era una distesa di tende lungo Via Cupa: sempre sorridente, pronto a una partita a basket, a una corsa o a una gita al mare, disponibile a dare una mano per la pulizia della via e dei bagni chimici o ad aiutare i volontari a far rispettare la fila per i pasti. Maslax, pur dormendo in strada, allora era felice, con la gioia che deriva dall’intrecciare la propria vita a quella degli altri e a partecipare ad un’impresa.

Maslax riuscì a raggiungere il Belgio passando per la Francia, qualche settimana dopo lo sgombero di Via Cupa. A dicembre mi scrisse di essere stato trasferito, dopo dieci giorni a Bruxelles, nel centro di accoglienza Jodoigne a Fedasil (http://fedasil.be/fr/center/jodoigne) e in questi termini mi confidò la sua solitudine e la sua frustrazione: “Sister, Yes In the Camp Put Idon have Any Frends This camp No moral” e un’altra volta: “No friends, no school, no job”.
Il 5 febbraio mi diede la notizia del suo ‘dublinamento’, contento di tornare a Roma dai fratelli e dalle sorelle di Baobab. Da allora non sono mai riuscita a vederlo, perché era stato assegnato al CAS a Santa Palomba, un luogo che non sapeva neanche nominare (“Ok dowrry i well came i call you one day just i am center i dont have teket I well came one meybe i dont now”) quando lo reclamavo per un incontro al presidio alla Stazione Tiburtina o quando mi offrivo di andarlo a trovare. Maslax parlava male l’inglese e ignorava l’italiano, quindi non avrebbe potuto esprimere via chat la sua sofferenza, che però avrei comunque dovuto immaginare, ricordando la sua giovialità a Via Cupa. Avrei dovuto riconoscere, nell’assenza di visite da parte sua a Piazzale Spadolini, il sintomo di una grave impossibilità (fisica o psicologica) che andava indagata: non è difficile immaginare la prostrazione di un uomo in un paese straniero di cui ignora la lingua e nel quale non gli è davvero concessa, in un centro di accoglienza con una scarsa o nulla mediazione culturale, alcuna prospettiva di studio e formazione professionale e nella totale ignoranza riguardo alla durata di tale purgatorio.

La prigionia non coincide necessariamente con la privazione della libertà di movimento, ma anche con la privazione della possibilità di sognare e progettare il proprio futuro: Maslax si è trovato in uno stato di detenzione dal quale ha creduto di poter uscire solo privandosi della vita.