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tre sorelle

Ritratto dell'Eterno 1935 Manuel Alvarez Bravo

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Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa ecco tutto.
L’ombra proprio ancora non era scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano a tratti qua e là un po’ prima della prata dei pascoli. Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora. […] In mezzo a tutto quel silenzio e quel freddo e a quel livido e a quel immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei. Si chinava, e mi pare anche a fatica, affondava gli stracci nell’acqua, li torceva e sbatteva su un sasso: poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora così. Né lentamente né in fretta, e senza mai alzare la testa.

da Casa d’altri, Silvio D’Arzo

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Spento il diurno raggio in occidente,
e queto il fumo delle ville, e queta
de’cani era la voce e della gente;

quand’ella, volta all’amorosa meta,
si ritrovò nel mezzo ad una landa
quanto foss’altra mai vezzosa e lieta.

Spandeva il suo chiaror per ogni banda
la sorella del sole, e fea d’argento
gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda.

I ramuscelli ivan cantando al vento,
e in un con l’usignol che sempre piagne
fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.

Limpido il mar da lungi, e le campagne
e le foreste, e tutte ad una ad una
le cime si scoprian delle montagne.

In queta ombra giacea la valle bruna,
e i collicelli intorno rivestia
del suo candor la rugiadosa luna.

Sola tenea la taciturna via
la donna, e il vento che gli odori spande,
molle passar sul volto si sentia.

Se lieta fosse, è van che tu dimande:
piacer prendea di quella vista, e il bene
che il cor le prometteva era più grande.

Come fuggiste, o belle ore serene!
Dilettevol quaggiù null’altro dura,
né si ferma giammai, se non la speme.

Ecco turbar la notte, e farsi oscura
la sembianza del ciel, ch’era sì bella,
e il piacer in colei farsi paura.

Un nugol torbo, padre di procella,
sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,
che più non si scopria luna né stella.

Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,
e salir su per l’aria a poco a poco,
e far sovra il suo capo a quella ammanto.

Veniva il poco lume ognor più fioco;
e intanto al bosco si destava il vento,
al bosco là del dilettoso loco.

E si fea più gagliardo ogni momento,
tal che a forza era desto e svolazzava
tra le frondi ogni augel per lo spavento.

E la nube, crescendo, in giù calava
ver la marina sì, che l’un suo lembo
toccava i monti e l’altro il mar toccava.

Già tutto a cieca oscuritade in grembo,
s’incominciava udir fremer la pioggia,
e il suon cresceva all’appressar del nembo.

Dentro le nubi in paurosa foggia
guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;
e n’era il terren tristo, e l’aria roggia.

Discior sentia la misera i ginocchi;
e già muggiva il tuon simile al metro
di torrente che d’alto in giù trabocchi.

Talvolta ella restava, e l’aer tetro
guardava sbigottita, e poi correa,
sì che i panni e le chiome ivano addietro.

E il duro vento col petto rompea,
che gocce fredde giù per l’aria nera
in sul volto soffiando le spingea.

E il tuon veniale incontro come fera,
rugghiando orribilmente e senza posa;
e cresceva la pioggia e la bufera.

E d’ogn’intorno era terribil cosa
il volar polve e frondi e rami e sassi,
e il suon che immaginar l’alma non osa.

Ella dal lampo affaticati e lassi
coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,
gìa pur tra il nembo accelerando i passi.

Ma nella vista ancor l’era il baleno
ardendo sì, ch’alfin dallo spavento
fermò l’andare, e il cuor le venne meno.

E si rivolse indietro. E in quel momento
si spense il lampo, e tornò buio l’etra,
ed acchetossi il tuono, e stette il vento.

Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

Frammento XXXIX della cantica giovanile Appressamento della morte, Giacomo Leopardi, Einaudi, a cura di Niccolò Gallo e Cesare Garboli

 

 

ma appena ti desti…

Figures in the castle, Manuel Álvarez Bravo, 1920

15 aprile

(…)

sera

Sul declinar del meriggio Tardegardo chiuse i suoi libri ed avviossi per la solita passeggiata sul colle, e com’ei mi sembrò meno ombroso de’giorni passati, gli chiesi di portarmi con sè. Egli parve alquanto esitare, poi, com’altri prende una decisione cruciale, dissemi “Andiamo”.
Il colle era tutto quiete e silenzio, e come giungemmo nel sito caro a Tardegardo mi sentii separato dal mondo, e credo che anch’ei l’ami tanto per questo. Dopo esser rimasto per oltre mezz’ora in silenzio e con gli occhi semichiusi in contemplar l’orizzonte, Tardegarso parlò. “Se non pensi, se non sogni e non ricordi e non temi, ed i sensi si stanno tranquilli senz’esulcerare i loro organi, sei felice, Orazio mio, o almen non sei infelice; e sai dond’avviene? Perché allora è come se le nostre passioni non parlassero romorosamente siccom’esse fan perlopiù, ma sussurrassero fra lor piano piano senza svegliare il nostro essere, che può così seguitare il suo placido sonno nel seno della Madre Natura, che ci culla, e vezzeggia, e riscalda al suo tepido fiato. Ma appena ti desti ti sgomenterà la sua infinità disumana, ed il suo aspetto mostruoso: allor cercherai di fuggire dimenando le membra ed urlando, ed Essa, con suprema indifferenza, ti schiaccerà nella sua medesima mole”.
Si fermò per calmare l’agitazione del respiro, poi riprese pallidissimo in volto: “Perché ciò non avviene ai bambini? Essi temono l’Uomo Nero e la Strega, certo, ma non conoscono quest’angoscia straziante del sapersi vivi; il lor terrore è lo straordinario: l’ordinario si è il nostro. Tu ‘l sai, essi son nella Natura più addentro di noi, e per quanto parli in lor timidetto il pensiero, e’ agiscono sempre secondo Essa ditta: ed anco gli Antichi, tanto di noi più felici, eran con Essa in un rapporto più intrinseco e stretto, e bene osserva al proposito il profondissimo Vico potersi la Storia dell’Umanità partirsi in etadi coma la vita d’un uomo, e doversi imaginare gli Antichi non già come gravissimi vegli muniti di barbe canute, siccome soliamo, ma come teneri infanti. Solamente la vasta famiglia de’bruti, Orazio diletto, non conosce cangiamenti restando fedele a sé stessa di millennio in millennio, e sol tu vedi ch’appresero l’arte dell’infelicità, in una picciola quota, quelle Specie che studiarono alla scuola dell’uomo, come i cani domestici, che soffrono se il padrone non parla loro con voce benigna o se nega l’usata carezza, e certi cavalli ed asini de’più sensibili, ed anco certe simie e certi papagalli, che s’affezionano a’marinaj a tal segno che quando i lor padroni defungono, e’ lasciansi morire di fame”.
dopo queste parole arrestossi più lungamente della prima volta, e non ripigliò se non dopo lenti sospiri. “Rimembri tant’anni fa, quando il signor Padre ci chiamava le sue Bestjuole, e noi ruzzavamo tutto il giorno per terra? Quaj versi, quali informi grugniti emettevamo mentre ci azzuffavamo con le unghie e co’ denti, e più ‘l giuoco sapea di bestiale più noi godevamo? Ed anco il giuoco del nascondersi, non era la caccia del lupo al cerbiatto, e l’union di due palpiti opposti? Non fummo mai così vivi com’allor che ci uccidemmo e morimmo, resuscitando per morire ed uccidere ancora. Solo allora, fratellino mio, solo allora eravamo in armonia con la legge della Natura, e con il mistero della sua arcana energia. Ascoltami Orazio, io son venuto recentemente scoprendo cose tremende e insieme maliose, ed in esse come in un sogno m’aggiro cercando di capir cos’è vero o cosa sarallo o lo fu, ma sempre n’esco prostrato e confuso, com’avessi bevuto del vino. Per cui non posso dirti ancor nulla, né ‘l voglio, ad eccezione del poco che a sufficienza riluce. Conosci ‘l secreto di tornare bambino? No, certissimamente che no. Conosci tu un Mito, anch’uno solo, che narri d’uomo o d’un dio ritornato bambino? Nemmeno, perché la legge del Tempo tiene delle Scienze esatte, e non consente illusioni. Ma prendi il Minotauro o le Sfingi, prendi gli amanti di Circe o i Centauri, vedrai che le leggende dell’uomo son piene di mostri mezzo uomini e mezzo animali, d’animali che furono uomini, d’uomini che furo animali. Sai tu donde questo procede? Non d’altro, Orazio mio, che da nostalgia”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Cavallo di Ferro, 2012

 

Sempre grata a Maurice Sans Terre per le scoperte fotografiche