Tag Archives: luca donnini

proprietà emergenti

In fotografia la successione delle riscoperte è più rapida che in qualsiasi altra arte. Illustrando quella legge del gusto, di cui T.S. Eliot diede una formulazione definitiva, secondo la quale ogni nuova opera importante modifica necessariamente la nostra percezione dell’eredità del passato, le nuove fotografie cambiano la maniera in cui noi guardiamo le vecchie.

da Sulla fotografia, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

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donnini al lago

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Donnini

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donnini concessione

Hugo Erfurth

appunti per Trentasei e dieci vedute n.12

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Gli uomini che per primi segnarono un cammino tra due luoghi, portarono a termine una delle più grandi imprese dell’umanità. essi potevano andare e venire da entrambi i luoghi, avendoli collegati per così dire in modo soggettivo.

(…)

Il ponte, dunque, assume un valore estetico, non solo perché nella fattualità e nella soddisfazione di fini pratici stabilisce un collegamento di ciò che è separato, ma anche perché lo rende immediatamente visibile. Per collegare le parti del paesaggio il ponte fornisce all’occhio lo stesso sostegno che offre ai corpi rispetto alla realtà pratica. La semplice dinamica del movimento, nella cui realtà di volta in volta si esaurisce il “fine” del ponte, è divenuta qualcosa di visibilmente duraturo, così come il ritratto immobilizza il processo vitale, fisico e psichico, attraverso il quale la realtà dell’uomo si compie e per così dire raccoglie in un’unica visione stabile e senza tempo ciò che l’intero flusso e riflusso di questa realtà nel tempo mai si mostra né potrebbe mostrare.

da Ponte e porta. Saggi di estetica, Georg Simmel, Archetipolibri, trad.di Andrea Borsari e Cristina Bronzino

i miei nuclei di condensazione

In tutti i tempi sono sorti uomini eccezionali

(…)

Perché i santi hanno così degli imitatori, e perché i grandi propagatori di bene hanno trascinato dietro di sé folle? Essi nulla domandano, e tuttavia ottengono. Non hanno bisogno di esortare; non hanno che da esistere: la loro esistenza è un richiamo. Tale infatti è il carattere di quest’altra morale. Mentre l’obbligazione naturale è pressione o spinta, nella morale completa e perfetta c’è un richiamo.
La natura di questo richiamo l’hanno conosciuta interamente solo coloro che si sono trovati in presenza di una grande personalità morale; ma ciascuno di noi, in momenti nei quali le sue massime abituali di condotta sembravano insufficienti, si è domandato che cosa quel tale o quel tal altro avrebbe atteso da lui in simile occasione. Questo poteva essere un parente, un amico, che evocavamo così col pensiero; ma poteva anche essere un uomo che non avevamo mai incontrato, di cui ci avevano semplicemente raccontato la vita, e al giudizio del quale sottomettevamo allora, in immaginazione, la nostra condotta, temendo da lui un biasimo, fieri della sua approvazione. Poteva anche essere, tratta dal fondo dell’anima al lume della coscienza, una personalità che nasceva in noi, che sentivamo capace di invaderci interamente più tardi, e alla quale volevamo attaccarci per il momento come fa il discepolo con il maestro.

da Le due fonti della morale e della religione, Henri Bergson, SE Studio Editoriale, trad.di Mario Vinciguerra

segnature

foto di Luca Donnini

Di cosa è fatto uno spettro? Di segni, anzi, più precisamente, di segnature, cioè di quei segni, cifre o monogrammi che il tempo scalfisce sulle cose.
Uno spettro porta sempre con sé una data, è, cioè, un essere intimamente storico. Per questo le città vecchie sono il luogo eminente delle segnature che il flâneur  legge quasi distrattamente nel corso delle sue derive e delle sue passeggiate; per questo i cattivi restauri, che confettano e uniformano le città europee, ne cancellano le segnature, le rendono illeggibili. E per questo le città – e in special modo Venezia- assomigliano ai sogni. Nel sogno, infatti, ogni cosa strizza l’occhio a colui che la sogna, ogni creatura esibisce una segnatura, attraverso la quale significa di più di quanto i suoi tratti, i suoi gesti, le sue parole potrebbero mai esprimere. Eppure, anche chi cerca ostinatamente di interpretare i suoi sogni, da qualche parte è convinto che essi non vogliano dir nulla. Così nella città tutto ciò che è accaduto in quella calle, in quella piazza, in quella ruga, di colpo si condensa e cristallizza in figura, insieme labile ed esigente, muta e ammiccante, risentita e distante. Quella figura è lo spettro o il genio del luogo.

da Nudità, Giorgio Agamben, Nottetempo

sull’arte dell’esitazione

Fontana di sperma, di Luca Donnini, Via degli Zingari 22 a Roma 28 aprile 2012

un soggetto sufficientemente ‘movimentato’

(esitante non perché indeciso ma)

deciso a non prendere di mira le cose.

(…)

…(pensare) le cose su scala umana, ossia (pensarle) aggiungendovi esplicitamente l’uomo (o me in quanto persona), non già facendo astrazione dall’osservatore, che è ciò che costituisce la scala umana. So sempre che c’è (una)∞ di altri punti di vista, (una) ∞ di altre espressioni dello stesso sistema di impressioni. Alla stessa realtà, corrispondono (una) ∞ di considerazioni valide. Per es(empio): lo stesso avvenimento sarà diverso nelle conseguenze se cambia il tempo durante il quale se ne osserveranno le conseguenze. E da ciò dipendono ogni valutazione e ogni azione dedotte da quell’avvenimento.

Per me l’individuo non ha un’esistenza chiara – ben definita.
In altri termini – io tengo conto istintivamente della variabilità delle condizioni implicite.

dai Cahiers I 1894-1914, Paul Valéry, Adelphi

 

rivelazione

Il poeta quindi esiste realmente proprio in quanto ha una sua direzione, segue una sua traiettoria come l’unica via possibile, disperato perché costretto ad appropriarsi del mondo intero, colpevole per l’arroganza di volerlo definire. E il suo compito gli si rivela nel momento in cui capisce di non avere altra scelta, di non potere sfuggire a se stesso. Quanto più comincia a essere consapevole dei compiti che gli stanno di fronte, quanto più li individua con chiarezza, tanto più le sue opere sono accompagnate da un impegno teorico nascosto o palese.

da Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Ingeborg Bachmann, Adelphi, trad.di Renata Colorni

parole notturne

foto di Luca Donnini

Rispetto per il lettore significa che il poeta o il romanziere invita la coscienza del lettore a collaborare con la propria nell’atto della rappresentazione. Non dice tutto perché la sua opera non è un sillabario per i bambini o i ritardati mentali. Non esaurisce tutte le possibili reazioni delle fantasticherie del proprio lettore, ma si compiace del fatto che saremo noi a riempire con la nostra vita, con le risorse della memoria e del desiderio che ci sono proprie, le linee che egli ha tracciato. Tolstoj è infinitamente più libero, infinitamente più eccitante dei nuovi scrittori erotici allorché tronca il proprio racconto sulla soglia della camera da letto di Karenina, quando si limita appena a iniziare, tramite la similitudine di una fiamma morente, della cenere che si raffredda sulla griglia, la percezione di una sconfitta sessuale che ciascuno di noi può rivivere o particolarizzare per se stesso. George Eliot è libera e tratta i propri lettori da esseri umani liberi e adulti, allorché comunica, tramite l’inflessione dello stile e dell’umore, la verità sulla luna di miele di Casaubon in Middlemarch, allorché lascia che immaginiamo da soli come Dorothea sia stata violata da una certa fondamentale ottusità. Queste sono scene profondamente eccitanti, queste sì che arricchiscono e complicano la nostra coscienza sessuale, ben più degli idilli da quattro soldi del romanzo “libero” contemporaneo. Non vi è nessuna libertà nelle coercitive esattezze fisiologiche dell’ “alta pornografia” attuale, perché non vi è alcun rispetto per il lettore, le cui risorse immaginative sono ridotte a zero.

da Linguaggio e silenzio, George Steiner, Rizzoli, trad.di Ruggero Bianchi

la gigantessa


Luca Donnini

Quando ogni giorno, estrosa, la Natura
generava altri mostri, avrei voluto vivere
vicino a una fanciulla gigante, come un gatto
voluttuoso vicino a una regina.

Vedere insieme all’anima il suo corpo fiorire
e libero in terribili giochi crescere – e capire
dall’umida nebbia che fuma nei suoi occhi
la fiamma buia accesa nel suo cuore.

Minuzioso esplorare la fastosa bellezza
delle sue forme, scalare le sue ginocchia immense,
e a volte, d’estate, quando il torbido sole

l’atterra supina per tutta la campagna
addormentarmi all’ombra del suo seno
come un borgo tranquillo appiè d’una montagna.

da I fiori del male, Charles Baudelaire, Einaudi, trad.di Giovanni Raboni

la resistenza

foto di Luca Donnini


Una domenica di quell’inverno si trasformava del 1944, uno dei più freddi, sotto la tempesta di neve, ritrovai di nuovo il mio giovane ‘musulmano’. Seduto al suo fianco, mi scaldai prima di intraprendere l’ultima parte del percorso. Stavamo entrambi in silenzio.
Davanti a noi, davanti al nostro sguardo che era diventato indifferente, si allineava la lunga fila dei deportati, accovacciati, a defecare. Assorti nel dolore lacerante della defecazione. Poco lontano, alla nostra sinistra, un gruppo di vecchi litigava per un mozzicone che di sicuro non circolava equamente. Alcuni dovevano considerarsi in credito, e protestavano. Ma il loro scarso vigore, la loro vitalità quasi svuotata, facevano di questa protesta,che probabilmente avevano insistito per fare, un simulacro di gesti e di mormorii irrisoriamente lamentevoli.
Non potei fare altro che recitare a voce alta il poema in prosa di Rimbaud a cui avevo già pensato altre volte, da quando conoscevo le latrine del Campo Piccolo.
“Betsaida, la piscina dei cinque portici, era un ritrovo di noia. sembrava un lavatoio sinistro, sempre oppresso dalla pioggia e ammuffito…”
Lanciò una specie di grido rauco, come se d’un tratto si risvegliasse dal suo letargo cachettico.
Io continuai a recitare:
“e, sui gradini interni illividiti da bagliori di tempesta forieri dei lampi dell’inferno, i mendicanti s’agitavano…”
Poi, una lacuna nella memoria: il resto del poema era svanito.
Fu lui che continuò a recitare. La sua voce non aveva più quella specie di gracchio metallico, la risonanza ventriloqua del primo giorno in cui gli sentii pronunciare due parole.
Senza interruzione, tutto d’un fiato, come se recuperasse a un tempo la voce e la memoria – il suo stesso essere – recitò la continuazione.
“…scherzando sui loro ciechi occhi blu, e sulle fasce bianche o azzurre dei loro moncherini. O lavanderia militare, o bagno popolare…”
Piangeva a forza di ridere, la conversazione stava diventando possibile.

da Vivrò col suo nome, morirà con il mio. Buchenwald 1944, Jorge Semprun, Einaudi, trad.di Paolo Collo e Paola Tomasinelli