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Perin del Vaga – Luca Cambiaso – scuola lombarda – Georges de la Tour

Cristo davanti a Caifa
Genova, Galleria di Palazzo Bianco (deposito dell’Accademia Ligustica)

“è stato ben a ragione definito il più grande notturno del ‘500 ed in verità le soluzioni luministiche attuate in questo dipinto ebbero larga eco specialmente nel secolo successivo. Particolare significato presentano le relazioni con l’opera del La Tour (Mostra didattica del 1951 a Palazzo Bianco”

da Luca Cambiaso e la sua fortuna, AA.VV. (Angelo Costa, Caterina Marcenaro, schede redatte da Giuliano Frabetti e Anna Maria Gabbrielli, allestimento della mostra curato dal pittore Eugenio Carmi), Ente Manifestazioni Genovesi, Palazzo dell’Accademia, Genova, Giugno-Ottobre 1956

Fuga dal fuoco

(…) Dobbiamo fidarci dei titoli, dal momento che Troia in fiamme non si vede affatto (…)
La fuga da Troia mostra una famiglia, in cui son presenti tre generazioni, che scappa a precipizio. È osservata da una prospettiva insolita e potente, dall’alto e di tre quarti, per meglio suggerire l’urgenza della fuga stessa. Il pesante corpo del padre di Enea, Anchise, è raffigurato a cavallo delle spalle del figlio, all’altezza del nostro occhio, per farci sentire l’incombenza del suo peso, ulteriormente aggravato dalla pia ostinazione del vecchio nel voler portare con sé le divinità familiari. Oppure si tratta di un dio solo? La statuetta rappresenta una figura col turbante, forse appartenente a una tradizione ancora più antica della medesima Troia. Il movimento della famiglia lungo la diagonale di fuga è rapido e deciso, e la sposa e madre lo chiude in modo emblematico. Sappiamo anche troppo bene ciò che avvenne a Enea. E Anchise ebbe onorata morte in Sicilia. Che cosa accadde alla sposa di Enea? Qualcuno dice che si perse nelle tenebre. Qualcun altro afferma che morì arsa viva. Non riuscì a tenere il passo. Rimase indietro. Era necessario che sparisse, affinché Enea potesse amare Didone senza commettere adulterio. Anche Didone morì in fiamme. Su di una pira funeraria. Enea si accompagna a donne ardenti.

da Volare via dal mondo, Peter Greenaway, Abscondita, trad. di Roberto Rossi Testa

una quercia sana

disegno di Luca Cambiaso

Ma io dico la verità: leggendo la Pentesilea di Kleist ho dimenticato l’epistolario di Kleist. La tragedia m’è bastata completamente per se stessa. La qual cosa può giudicare un mio semplicismo, ma può anche indicare un più puro interesse artistico. La chiarezza solare di caratteri e di immagini che c’è in Pentesilea, alcuni se la sono intorbidita perché non hanno avuto il coraggio, per una più semplice e sana comprensione artistica, di turarsi gli orecchi dinanzi a quella sirena che è la vita di Kleist. A forza di psicologizzare si sono fatti l’enigma. Lo svolgimento del dramma ha in sé tutti i motivi necessari perché andar a cercare per ciò  nella storia dell’individuo Kleist? Da questa storia appunto assillati storditi, è allora anche lo sbranare di Pentesilea ci può sorprendere come chi sa qual mistero patologico della natura kleistiana, che sa quale terribilità realistica. Ma invece pensate: Pentesilea è una natura di donna nella sua verginità originale, è una Urkraft, essere d’una passionalità elementare, non passato non raffinato per alcuna educazione moderna, d’un egoismo non tormentato da alcun concetto etico-sociale. È vero che la sua anima “non si lascia calcolare”,ma non per chi sa quale complicazione di sensibilità vibratili decadenti, ma semplicemente per la intensità e la direzione momentanee della sua energia vitale. Pentesilea è una “quercia sana”.

da Kleist e la Pentesilea, di Carlo Stuparich (raccolto in La Famiglia Stuparich. Saggi critici, a cura di Vittorio Frosini, Del Bianco Editore

E gli altri, i personaggi che il nostro riluttante lettore si dovrà rassegnare a considerare come i membri della sua nuova famiglia?

2013-07-15 17.12.10

Roderick si sentiva pietrificato. Cosa volevano dire quelle parole? Lui, a Fenham? C’era per forza un errore, intanto però doveva cercare di arrivare in tempo da Jack. Senza più indugio spiccò una corsa in direzione di Cork. Come il lettore ricorderà, c’era la luna, la cui luce dava al fuggiasco la sensazione di essere inseguito; voltandosi vedeva le ombre degli alberi protendersi verso di lui lungo la strada, e più di una volta provò l’impulso di nascondersi dietro un cespuglio. Ma a spingerlo in avanti c’era il pensiero di Jack, per cui correva, il piccolo Roderick, correva, e correva…
A dieci miglia di distanza, nel suo letto, un altro bambino sognava di correre, mentre lunghe ombre nere cercavano di afferrarlo. Voleva gridare, nel sogno, ma non poteva, perché era muto, come nella vita.
E gli altri, i personaggi che il nostro riluttante lettore si dovrà rassegnare a considerare come i membri della sua nuova famiglia? Sognano anch’essi, naturalmente, e passano gli uni nei sogni degli altri, come delfini nell’acqua, dal più abbrutito avventore dell’Oca Rossa riverso sotto un tavolo alla Badessa, sepolta sotto le coltri del suo altissimo letto; dal signor Moriarty, scosso da un rictus intermittente che altro non è se il lascito di una sifilide mal curata, a Chester Grobar detto Cheddar, che nuota nelle profondità di se stesso come nella pasta di un formaggio onirico; Peabody, Jones, pescatori e puttane; sono tutti al cospetto di se stessi, liberi e prigionieri nello stesso tempo. Uno solo non sogna mai, mai.

da Roderick Duddle, Michele Mari, Einaudi

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Luca Cambiaso

Grandi scrosci, sempre più fitti pullulano i fantasmi del mare,
il marinaio è corso su per la scala, state pronti, figlioli!
è corso su, si è steso, si è sospeso in una rete invisibile,
come un ragno che spia le scosse della tela.

Vento! – vento! La nave imbizzisce, e strappa le briglie,
cade sul fianco, affonda nella spumosa bufera,
s’impenna, ha calpestato le onde e prende di scorcio il cielo,
taglia di fronte le nuvole, acciuffa il vento sotto le vele.

E il mio animo l’albero innalza a volo in mezzo al vortice,
l’immaginazione si gonfia come la treccia di queste vele,
involontariamente un grido si unisce al coro festoso;

apro le braccia, cado sul petto della nave,
mi sembra di incalzare il suo slancio col mio petto:
mi sento leggero! forte! felice! so cosa sia essere un uccello.

da I sonetti di Crimea e altre poesie, Adam Mickiewicz, Adelphi, a cura di Elena Croce e Elisabetta Cywiak