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Quell’andarsene nel buio dei cortili…

Robert Doisneau, dono di Maurice Sans Terre

Mi attendono nascosti. Talvolta
li ho portati alla vita, al grande
alfabeto del momento. Ma loro tornano lì,
muti, si stringono a un palo,
non ne vogliono sapere. E il mondo
sembra un’eco della frase
che non trovano più, caduti nel buio
di un gesto qualunque, un sabato,
in un centro commerciale.
Parlo di eroi, naturalmente, corpi
che sul quaderno avevano una spina.

da Quell’andarsene nel buio dei cortili, Milo De Angelis, Mondadori

dedicato al piccolo Ferdinand

Leopardi e i suoi fratelli persuasi

Maurits Cornelis Escher

La coscienza della infelicità, sia poi superata o meno, nasce dal bisogno di una vita più profonda, che la comune non sia; dal bisogno di chiedere alla vita altro, di nobilitarla e elevarla dall’intimo stesso di sé.

(…)

La singolarità particolarissima dell’opera del Leopardi deriva dal fatto, che egli, forse primo nella storia del pensiero (per quanto si sappia di persone come il “persuasor di morire” Egesia, filosofo cirenaico), si ferma all’infelicità e la fa risaltare in un rilievo aspro e forte. In lui non è possibile trovare il “nutrimento”, che danno tanti pensatori cattolici, che cercano di rinnovare tutta la vita al di là dell’ammissione dell’infelicità. In lui è la “verità” nella sua nudità estrema, e la rappresentazione del mondo, qual è in rapporto all’esistenza di una tale verità. L’uomo può trovare, nella sua opera, espressa solo l’essenza del proprio problema, e il mondo, come il mondo è in rapporto a esso.

(…)

Questa estrema nudità, una disperazione tale che resta legata e inchiodata al motivo da cui nasce, né si svaga, né si volge ad altro, né si lascia superare da alcuna speranza, ma è tutta volta a precisarsi, è il duro nocciolo, la petrigna essenza delle Operette.

Dall’assurdo contrasto e contrappunto che, correndo tra la chiarezza estrema della coscienza e della visione e la strana realtà delle cose, mette a nudo infelicità e imperfezione, si sprigiona naturalmente una stupita e profonda ironia. Nel suo complesso, e in ogni suo quadro la rappresentazione, nel suo fondo melanconica e sconsolata, ha non solo un tono ironico: ma in lei prende consistenza vera e propria l’ironia, che è nell’esistenza di un essere quale l’uomo nell’universo, e nell’esistenza stessa di un tale universo in cui è possibile un tale uomo. L’espressione dolorosa deve essere nel suo intimo stesso ironia. L’ironia è delle cose verso l’uomo; e l’uomo, nel rilevarla, nel far lei discorso e dialogo anche suoi, trova il fluido in cui spietrare la chiusa amarezza. L’ironia è il centro stesso della finzione tutta delle Operette; dominata pure come il Leopardi la rende dalla chiarezza calma della mente che ragiona. Egli anzi unisce in una fusione mai prima veduta (e perciò forse difficile a cogliere ed anche più a definire), un acume sottile d’intendimento  e di penetrazione, e una forza piena e sicura di icastica rappresentazione.

da Il Leopardi maggiore (Opera postuma), di Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orfini – Genova, 1939

L’avvocato G., la zia Anita

“Li credi malati, tu?… Uno geme… un altro rutta… Quello barcolla… Questo è pieno di pustole… Vuoi vuotar tutta la sala d’aspetto? Istantaneamente? … anche di quelli che s’accaniscono ad espettorare fino a farsi schiattare il petto? Proponi una botta di cinema! … un aperitivo gratis, sbattuto in faccia!… vedrai quanti ne resteranno… Se vengono a cercarti, è soprattutto perché si scocciano. Mica ne vedi uno la vigilia d’una festa… Ai disgraziati, ricorda quel che ti dico, manca un’occupazione, mica la salute…Voglion semplicemente che tu li distragga, che tu li metta di buon umore, che tu li interessi coi loro rutti, i loro gaz… i loro scricchiolii…che tu gli scopra delle flatuosità… delle febbriciattole… dei borborigmi… degli inediti! Che tu ti dilunghi… che tu t’appassioni… Per questo hai la tua laurea… Ah! Divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand! Se li tengon cari, quelli, i loro scoli, le loro sifilidi, i loro tubercoli. Ne han bisogno! E della vescica piena di bave, del retto in fiamme, di tutto questo mica gl’importa nulla! Ma se ti darai da fare, se saprai interessarli, aspetteranno te per morire, è il tuo guiderdone! Ti verranno a scovare fino all’ultimo.”

da Morte a credito, Louis-Ferdinand Céline, Garzanti, versione di Giorgio Caproni

saluti all’avvocato


maniera nera di Annalisa Prisco

 

So che sulla terra esistono esseri davanti ai quali m’inchino spontaneamente, ma essi non sono purtroppo quelli a cui bisogna ricorrere per mangiare. Questi qui sono in genere molto più pretenziosi ed esigono da coloro che dipendono da loro una sottomissione rispettosa, che il ridicolo ha definitivamente scacciato da me, e reso impossibile.
È per questo che percorro e percorrerò ancora il mondo, in occupazioni fantasiose, è per questo anche che molti altri che hanno visto si uniranno a noi. È per questo che il reggimento dei perduti e degli ‘erranti’ verrà rinforzato da numerose unità, transfert totale della disillusione, àncora dell’amor proprio, baluardo contro la servitù che avvilisce e degrada, ma contro cui nessuno protesta, poiché essa ha solo la nostra mente come spettatore.

da Le onde, Louis-Ferdinand Céline, Via del Vento Edizioni, trad.di Anna Rizzello