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sulla scrittura

 

“oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con glassner. mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. troppe parole mi danno fastidio. vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in ungran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. come in quell’illustrazione con il ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. io detesto gli accumuli di parole. in fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. se mai scriverò – e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto. e sarà più difficle rappresentare e dare un’anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio – il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. e in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. è buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro – per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza.”

da diario 1941-1943, etty hillesum, adelphi