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Sulla scrittura (5)

2 giugno 1942

Non dimenticare mai che la guerra finirà e che tutta la parte storica sbiadirà. Cercare di mettere insieme il maggior numero di cose, di argomenti…che possano interessare la gente nel 1952 o nel 2052. Rileggere Tolstoj. Indispensabili le descrizioni, ma non storiche. Insistere su questo. Per esempio in Dolce i tedeschi nel villaggio. In Captivité la prima comunione di Jacqueline e la serata in casa di Arlette Corail.

dagli Appunti di Irène Némirovsky sullo stato della Francia e sul suo progetto Suite francese tratti dal suo diario, in Suite francese, Adelphi, trad. di Laura Frausin Guarino.

il resto

Forse si potrebbe azzardare che per Calvino l’infanzia evocata, la vera infanzia, è solo il bianco della pagina intonsa capace di accogliere tutti i segni possibili, la pagine come immaginazione dei segni iscrivibili, come piacere di iscriverli e iscriversi senza fatica, senza ‘resto’ o ‘effetto’, pagina sognata, senza tempo, spazio totale e possibile, foglio del mondo su cui correre senza attrito, senza tracce bianche, correre secondo una progressione:”parole idee sogni ed è finito”. Ma il segno, la scrittura, è un resto, è appunto ciò che resta sulla pagina, è l’indelebile della traccia.

da L’occhio di Calvino, Marco Belpoliti, Einaudi

quando il testo offre in figura il suono


Alphabet, Robert Mapplethorpe

Il silenzio con cui le parole ci confrontano – perché è vero, le parole scritte tacciono, non più udibile è la voce che le ha pronunciate- non fa che ripetere il silenzio del mondo. Perché anche le cose tacciono; e tuttavia il mondo è pieno di suoni, e tutto ha la sua voce. È solo questione di ascolto, ma disciplinando l’orecchio potremo finalmente raggiungere quell’attenzione dell’anima che ci farà udire, nelle lettere mute della scrittura, la voce -lì dove la lettera si ricongiunge ad un corpo.

da Nomi, Nadia Fusini, Feltrinelli

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

Perché si scrive

Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento ef­fettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lon­tananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.
È una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto.
Se esiste un parlare, perché scrivere? Ma l’espres­sione immediata, quella che sgorga dalla nostra spon­taneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamen­te la responsabilità, perché non emana dalla totalità in­tegrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’ esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo li­beri, liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea. Ma la parola non ci pone al riparo, né per­tanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla suc­cessione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere. E’ una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.
E da questa sconfitta intima, umana, non di un singolo uomo ma dall’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogniqualvolta abbiamo parlato a lungo. La vittoria del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole, avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più il momento oppressore, non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in se stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei momenti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera.

da Verso un sapere dell’anima, Maria Zambrano, Raffaello Cortina Editore, traduzione a cura di Rosella Prezzo

Bellezza

“Se mi dicessero di scegliere tra l’appartenere ai poderosi della terra e l’appartenere a quelli che possono dar vita a una nuova parola, non vacillerei nemmeno un momento. E se mi dicessero che mi danno una grande poesia in cambio della miseria, ma solo una grande poesia, scelgo quest’ultima, benché sia solo una. Così è stato da quando ho capito che la poesia non era per me solo una propensione, ma un destino implacabile. Non c’è cosa che non dia per la Bellezza che a sua volta è una forma di Dio; la più vicina alla Sua Natura. per questo la curo e con essa curo le mie azioni più che il mio fisico. Dobbiamo fare in modo che la Bellezza non scompaia”

Lettera di Eunice Odio all’amico poeta Juan Liscano, trad. di Tomaso Pieragnolo, da Questo è il bosco e altre poesie, Via del Vento Edizioni

 

ancora su Eunice Odio

sulla scrittura (3)


abcdario di marta

a una lumaca

se “la concentrazione è il primo dono dello stile”,
tu la possiedi. la contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
non già l’acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, “un metodo di conclusioni”;
“una conoscenza di princìpi”,
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale.

Marianne Moore

 


vetrina, foto di ribes sappa