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Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
E’ morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra le forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Roncoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precise case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

da Elogio dell’ombra, Jorge Luis Borges, Einaudi, trad. di Francesco Tentori Montalto

l’incertezza è pane del suo disegno

Il problema storico se Ugolino della Gherardesca abbia esercitato nei primi giorni di febbraio 1289 il cannibalismo è, evidentemente, insolubile. Il problema estetico o letterario è di tutt’altra natura. Lo si può enunciare così: Dante ha voluto che pensassimo che Ugolino (l’Ugolino del suo Inferno, non quello storico) abbia mangiato la carne dei suoi figli? Arrischierei questa risposta: Dante ha voluto che lo sospettassimo. L’incertezza è pane del suo disegno.

da Nove saggi danteschi, Jorge Luis Borges, Adelphi, a cura di Tommaso Scarano

limiti

Di queste vie che scavano il ponente
Una certo (non so quale) ho percorso
Ormai l’ultima volta, indifferente
E senza saperlo, sottomesso

A Chi prefigge onnipotenti norme
E una misura rigida e segreta
Alle ombre, ai fantasmi e alle forme
Che tessono e che disfano la vita.

Se per tutto c’è termine e c’è regola
E l’ultima volta e per sempre ed oblio
Chi potrà dirci a chi, in questa casa,
Senza saperlo abbiamo detto addio?

Fa grigio il vetro la notte morente,
della pila di libri che una tronca
Ombra allunga sul tavolo impreciso
Ce n’è qualcuno che non leggeremo.

C’è al Sud più d’un portone consumato
Coi suoi vasi di pietra e i fichi d’India,
Che al mio passo nostalgico è vietato
Come se fosse una litografia.

Hai richiuso per sempre qualche porta
E c’è uno specchio che t’attende invano,
E quel crocicchio che ti sembra aperto
È vegliato dal quadrifonte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
Che s’è perduto irreparabilmente;
Non ti vedran riandare alla sua fonte
Il bianco sole né la gialla luna.

Non riandrà la tua voce quel che il perso
Disse in suo idioma d’uccelli e di rose,
Quando al tramonto di luce dispersa
Vorresti dire memorande cose.

E l’incessante Rodano ed il lago
Tutto l’ieri sul quale oggi mi chino?
Sarà perduto come lo è Cartago
Che con fuoco e con sale arse il latino.

Credo udire nell’alba un frettoloso
Rumore, come gente che va via:
È quello che m’ha amato e obliato;
Già spazio, tempo, Borges mi abbandonano.

da Poesia, Anno IV, Luglio-Agosto 1991 n.42, Jorge Luis Borges a cura di Francesco Tentori Montalto