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Montaigne prova il bisogno di riservarsi un luogo lontano dal mondo – un luogo dal quale possa essere spettatore della vita degli uomini e dove si senta libero da ogni tranello. Se il mondo è un teatro ingannatore, non bisogna più restare in scena; occorre il modo di stabilirsi altrove. Esiliarsi da un mondo che ha bandito la verità, non è veramente esiliarsi.

(…)

La secessione prende così l’aspetto di un atto inaugurale. Esso determina il sito dove Montaigne cessa di appartenere al traffico ingannatore; essa stabilisce una frontiera, consacra una soglia. Questo luogo non sarà un promontorio astratto: per Montaigne, tutto prende corpo; il luogo isolato sarà la “libreria” nella torre – luogo dominante, belvedere sistemato all’ultimo piano del castello di famiglia. Sappiamo che Montaigne ne farà la sua residenza permanente: dedicherà ancora molto tempo agli affari pubblici, alle trattative conciliatrici. Non si sottrae a quello che considera come un dovere nei confronti del bene comune. L’importante, per lui, è avere conquistato la possibilità di fissarsi in un territorio personale e privato, di potervi prendere le distanze, in qualsiasi momento, uscendo dal gioco: l’importante è aver dato una localizzazione, insieme simbolica e concreta, alla distanza riflessiva, averle riservto un luogo sempre accogliente, senza essere costretto ad abitarlo costantemente. Da quel momento un vuoto onirico si interpone tra lo sguardo dello spettatore e le agitazioni umane, un intervallo puro che gli permette di percepire la schiavitù in cui la folla si getta volontariamente, mentre in cambio assicura a se stesso una nuova libertà. Percepisce i legami che incatenano gli altri; sente cadere i propri. Perché la principale posta in gioco non è il sapere: è la presenza a sé.

da Montaigne. Il paradosso dell’apparenza, Jean Starobinski, Il Mulino (1984)

la responsabilità di Aiace

Aiace ha poi un bel sapere che Atena l’ha ingannato, la responsabilità della dea non lo solleva dalla sua. Il fatto di essere stato il giocattolo di una potenza superiore non l’autorizza affatto a dichiararsi innocente. Senza dubbio questo può sorprendere il lettore moderno, tanto abituato a considerare la follia, la nevrosi stessa, ragione di non luogo a procedere; appena si sostituisce una condizione alienante alla volontà dell’individuo, questi non ci sembra più responsabile delle sue azioni. Lo stato morboso è uno spossessamento, e noi attribuiamo al meccanismo causale – meccanismo che rende la colpa estranea all’individuo – gli atti estremi, che cessano perciò di essere imputabili all’alienato. Per Sofocle e per i suoi personaggi non sembra che esista questa via all’innocenza. Che Edipo abbia compiuto parola per parola la predizione dell’oracolo non lava la macchia del re parricida e incestuoso. Che Aiace sia stato accecato da Atena non lo libera dal disonore. Quel che conta è l’atto compiuto. Da chi? Su chi? DI sua volontà? Le sole domande sono queste. Per non aver agito con piena conoscenza di causa, l’individuo non manca di essere macchiato dalla sua azione.
Parole di Tecmessa:

ora è cosciente: e nuova
angoscia ora lo domina.
Preda vedersi di mali discesi
solo dal proprio errore
fa più intenso lo spasimo.

Sofocle resta fedele alla concezione elementare che lega l’opera compiuta, la gloria o il disonore che ne vengono, al braccio che l’ha effettivamente eseguita. Se ogni azione straordinaria implica una componente sovrumana, l’eroe può tuttavia essere semplicemente considerato un giocattolo delle forze che lo guidano. E per quanto importante sia la funzione reggitrice degli dèi e del fato, l’eroe deve assumersi la responsabilità di quel che il fato lo ha costretto a compiere. Una delle fonti del tragico è nel bisogno di Aiace di pagare, solo, per delle azioni a cui non ha preso parte solo, per dei misfatti la cui direzione aberrante gli è stata imposta, ma ai quali ha sovvenuto con tutta la sua forza passionale. Nelle gesta notturne di Aiace, Atena era responsabile della fallace deviazione, non della violenza, non del furore sanguinario, non dell’idea assassina, che sono pienamente imputabili all’eroe.

da Tre furori, Jean Starobinski, SE Studio Editoriale, trad.di Silvia Giacomoni