Tag Archives: ivelise perniola

appunti per Mi chiamo M.M. n.4

L’intera filmografia markeriana può essere letta alla luce di un tributo ai fari del proprio sapere, ai modelli spirituali, alle guide che hanno disvelato una visione del mondo.

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Il cinema, fonte ispirativa primaria, non poteva non suscitare grandi amori; uno di questi è per il sensei (il termine giapponese che indica “maestro”) Akira Kurosawa.

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Quello che Marker ci mostra è un meticoloso artigiano (Kurosawa) all’opera, impegnato in questioni pratiche, occupato in un febbrile lavoro di trasformazione degli oggetti in simulacri, del banale in meraviglioso, del reale in cinema.

Ivelise Perniola su AK di Chris Marker

appunti per Mi chiamo M.M. n.2

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Ecco l’immagine che aspettavo, che tutti aspettavano, e senza la quale non ci sarebbe stato questo film serio su di un paese che si trasforma: l’opposizione del passato e dell’avvenire (…). Il vecchio e il nuovo, la tradizione e il progresso, il Tevere e l’Oronte, Filemone e Cloe, guardateli bene, non ve li mostrerò più.

Chris Marker, Commentaires, Editions du Seuil, 1961, p.55 Cit. nel saggio di Ivelise Perniola

appunti per Mi chiamo M.M. n.1

Attraverso il cinegramma la fotografia si anima grazie a un montaggio che suggerisce il movimento, che la fotografia aveva gelato. Tuttavia non siamo ancora nel dominio del cinema, dal momento che l’impressione di staticità della foto persiste nonostante il dinamismo del filmico. La scommessa di Marker (con La jetée) sarebbe dunque stata quella di dimostrare la possibilità di fusione tra i due media, portando avanti un discorso formale inerente più al mezzo che al contenuto. Anche l’unico fotogramma in movimento (quello del battito di ciglia della donna) scaturisce da una serie sempre più in grado di distinguere se il movimento vi è stato davvero o se è stata solo un’impressione prodotta dal montaggio. Del resto il cinegramma si presenta anche come il modo più idoneo per mettere in immagini una storia sul tempo: esso condensa il valore del passato (è passato) con il dinamismo del presente (sta passando), fornendo attraverso il montaggio un valore attualizzante a ciò che sembra per sempre imbalsamato in una fotografia.

da Chris Marker o del film-saggio, Ivelise Perniola, Lindau

Cinegramma, termine ideato da Philippe Dubois per il film Si j’avais quatre dromadaires di Chris Marker

tempo qualitativo

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Il filosofo francese Henri Bergson, in opposizione con le interpretazioni scientifico-positivistiche del concetto di tempo (come successione di istanti statici calcolabili e determinati), avanza l’ipotesi di un tempo formato da istanti qualitativamente diversi l’uno dall’altro e aventi una durata distinta a seconda dell’investimento emotivo del momento. Il tempo diventa dunque un fattore soggettivo. La vera durata è quella la cui sintesi è qualitativa, ossia un graduale organizzarsi fra loro delle nostre sensazioni successive. Il tempo quantitativo è quello che considera gli istanti come due punti nello spazio e di un’azione calcola il punto di partenza e il punto di arrivo. Il tempo qualitativo invece è quello che considera la qualità di ciò che intercorre tra i due punti. Il protagonista del film di Marker (La Jetée) vive nella seconda dimensione; egli, attraverso la memoria, reitera all’infinito una durata temporale che ha avuto su di lui una carica emotiva dirompente.

da Chris Marker o del film-saggio, Ivelise Perniola, Lindau

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appunti per Mi chiamo M.M. n. -2