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io vengo, vengo, apri la porta!


francesco balsamo

 

I tuoi giorni solo per questo ti sono stati dati:
perché la vita degli altri, come un disegno, vi si intessa.

da Poeti estoniL’ospite indesiderato, Marie Under, Edizioni Abete, a cura di Margherita Guidacci e Vello Salo

Sul marciapiede opposto passano due negri. Un vecchio triestino, con la moglie, commenta la loro negritudine. Io, tra me e me, commento la triestinità del triestino. Chissà come commenterà lui, appena avrà finito di guardarmi, e cosa penserà adesso, che col mio aspetto evidentemente forestiero, proprio adesso che sta arrivando l’autobus, mi giro e vado via.

da Lo stadio di Wimbledon, Daniele Del Giudice, Einaudi
     

“Leila, sai una pagina più del libro!” Anna Fiorentin

alfredo protti 2

Nella Lettera ai Romani II.20 san Paolo invitò i Romani che si erano convertiti al cristianesimo a non disprezzare gli ebrei. Il messaggio di Cristo (sottintendeva) è universale. Di qui l’esortazione:  μή ΰψηλοφρόνει άλλά φοβοϋ (“Ma non t’insuperbire, temi piuttosto…”). Nella Vulgata di san Gerolamo il passo corrispondente suona: “noli altum sapere, sed time”.
La Vulgata è spesso una traduzione molto letterale: e anche in questo caso “altum sapere” è più un calco che una vera e propria traduzione del greco ΰψηλοφρόνει. Ma a partire dal IV secolo nell’Occidente latino il brano fu spesso frainteso: “sapere” fu inteso non come un verbo dal significato morale (“sii saggio”) ma come un verbo dal significato intellettuale(“conoscere“); l’espressione avverbiale “altum“, d’altra parte, fu intesa come un sostantivo denotante “ciò che sta in alto”. “Non enim prodest scire,- scrisse sant’Ambrogio, – sed metuere, quod futurum est; scriptum est enim Noli alta sapere…” (è meglio temere le cose future che conoscerle: è stato scritto, infatti, Noli alta sapere…).
La condanna della superbia morale pronunciata da san Paolo diventò così un biasimo rivolto contro la curiosità intellettuale. Al principio del V secolo Pelagio criticò alcuni personaggi non nominati che, fraintendendo il significato e il contesto del passo, sostenevano che in Romani II.20 l’Apostolo intendeva proibire “lo studio della sapienza (sapientiae studium)”. Più di mille anni dopo Erasmo, seguendo un’indicazione dell’umanista Lorenzo Valla, osservò che il bersaglio delle parole di san Paolo era stato un vizio morale, non intellettuale. Nel suo dialogo incompiuto Antibarbarie gli scrisse che “queste parole non condannano l’erudizione, ma tendono a distoglierci dall’orgoglio per i nostri successi mondani”. “Paolo, – aggiunse,- rivolse le parole non altum sapere ai ricchi, non ai dotti”.

da L’alto e il basso, Il tema della conoscenza proibita nel Cinquecento e Seicento,in Miti emblemi spie, di Carlo Ginzburg, Einaudi