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Tutti i giorni

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza.
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.

da Poesie, Ingeborg Bachmann, Guanda, trad.di Maria Teresa Mandalari

Fotografia di Giorgio Baroni

della corretta disposizione dei libri

foto di André Kertesz

Francoforte , 9.12.1957

Ingeborg, mia cara Ingeborg,
Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti eri voltata a guardare, ma io ero troppo lontano.
Dopo improvvisa una sensazione violentissima di soffocamento.
E quando sono rientrato nello scompartimento, è accaduto qualcosa di molto strano. è stato così strano che mi ci sono abbandonato per un lungo tratto del viaggio – adesso te lo racconto, esattamente come è accaduto – ma ti chiedo sin d’ora scusa del mio comportamento forse un po’ troppo impulsivo.
Rientrato, dunque, nello scompartimento ho preso dalla cartella le tue poesie. è stato per me come annegare tutto in una luminosa trasparenza.
Quando ho alzato lo sguardo ho visto la giovane signora che occupava il posto accanto al finestrino tirare fuori Akzente, l’ultimo numero, e incominciare a sfogliarlo. Lei continuava a sfogliare, il mio sguardo, che seguiva il suo sfogliare, sapeva che le tue poesie e il tuo nome sarebbero comparsi. Alla fine erano lì e la mano che sfogliava si è fermata. Mi sono accorto che aveva smesso di sfogliare, i suoi occhi, adesso, leggevano, e tornavano di nuovo a leggere. Ancora e ancora. Le sono stato così grato. Poi, per un istante, ho pensato che doveva trattarsi di una persona che ti aveva ascoltato leggere, ti aveva visto e riconosciuto.
Ho voluto, allora, saperlo. Gliel’ho chiesto. E le ho detto che eri tu, fuori.
Ho poi invitato la signora a prendere un caffè, era una giovane scrittrice che a Monaco aveva consegnato un manoscritto alla casa editrice Desch e, come ha detto, scriveva anche lei poesie. Dalle sue parole, allora, ho capito quanto fosse grande la sua ammirazione per te.
Sono stato abbastanza cauto nel parlare, Ingeborg, ma lei aveva già capito tutto, per lei questo era un fatto straordinario.
Alla fine le ho regalato entrambi i miei volumi di poesie e l’ho pregata di leggerli soltanto quando fossi sceso dal treno.
Era una giovane donna, avrà avuto trentacinque anni, ora sa tutto, ma non credo vada a dirlo in giro. Credo proprio di no. Non essere arrabbiata, Ingeborg. Ti prego, non essere arrabbiata.
Era così strano, strano come lo sono le cose del nostro mondo – la persona a cui lo dovevo era giusto che sapesse chi aveva avuto davanti a sé. Dimmi cosa ne pensi – ti prego!
Penso anche che potresti inviarle un saluto, l’indirizzo è:

Margot Hindorf
Koeln-Lindenthal
Duerener Str.62

Scrivimi una riga a Parigi, mercoledì sera sarò lì.
A Francoforte, erano le otto, ho telefonato subito alla signora Kaschnitz – nessuno ha risposto. Domani tenterò di nuovo.
Devo rivederti, Ingeborg, sì ti amo.
Paul

Qui sono ospite da Christoph Schwerin: i nostri libri stanno l’uno vicino all’altro.

naufragi

Francesco Balsamo

Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi 16.2.1952

Cara Ingeborg,
poiché mi è così difficile rispondere alla tua lettera, ti scrivo soltanto oggi. Non è la mia prima lettera per te da quando cerco una risposta, ma spero che infine questa sia la lettera che davvero ti mando.
Questo è quanto voglio dirti: non parliamo più di cose perdute per sempre, Inge – esse riaprono soltanto la ferita, suscitano in me collera e fastidio, resuscitano il passato – e questo passato così spesso mi sembrava una colpa, lo sai, te l’ho fatto sentire, capire -, fanno affondare tutto in un buio, sopra il quale bisogna stare a lungo accovacciati per riportarle alla luce, l’amicizia si rifiuta ostinatamente di intervenire in nostro aiuto -, come vedi accade il contrario di quanto desideri, tu crei, con poche parole che il tempo disperde davanti a te non proprio a breve distanza l’una dall’altra, quelle oscurità che devo giudicare severamente proprio come un tempo ho fatto con te.
No, non rompiamoci il capo per ciò che non ritornerà più, Ingeborg. E ti prego, non venire a Parigi per me! Ci faremmo soltanto del male, tu a me e io a te – e perché mai, ti chiedo?
Ci conosciamo abbastanza, per renderci conto che fra noi può restare solo l’amicizia. L’altro è irrimediabilmente perduto.
Se mi scrivi, so che a questa amicizia tu tieni un poco.

Ancora due domande: il dott. Schoenwiese non ha più interesse a fare una trasmissione con le mie poesie? Milo non mi ha scritto, dunque anche dell’invito per la Germania non se ne fa nulla?
Da Hilde Spiel ho ricevuto da circa due mesi fa una lettera genitle, questo è tutto finora: non ha risposto a una mia lettera nella quale le chiedevo se potevo ancora sperare di trovare un editore. Soffro molto per questa faccenda delle poesie, ma nessuno mi aiuta. Tant pis.

Fatti sentire di nuovo, Inge. Sono sempre felice, quando scrivi. Sono felice davvero.

 

Ingeborg Bachmann a Paul Celan, Vienna, 21.2.1952

Caro Paul,
ieri ho ricevuto la tua lettera del 16. – grazie. Scusa, però, se ti faccio alcune domande alle quali non dovrebbe esserti difficile rispondere, se credi alla possibilità di un’amicizia fra noi.
Non voglio porti di fronte a nuovi problemi e pretendere da te di riprendere il nostro legame dal punto in cui lo abbiamo interrotto. Non verrò a Parigi per te. Ma non è escluso che io venga lo stesso, un giorno o l’altro – è quasi normale per il mestiere che faccio. E vorrei chiederti, per evitare malintesi, se vuoi sapere quando vengo e, in tal caso, se hai intenzione, eventualmente, di venire a prendermi, oppure no? O ti secca rivedermi? Non arrabbiarti se te lo chiedo, ma la tua lettera mi ha reso molto insicura, ti capisco e non ti capisco; ho sempre saputo quanto era difficile, – il tuo disgusto e la tua “rabbia” sono comprensibili – ciò che non capisco, questo dovevo dirlo una buona volta – è questo terribile rifiuto alla riconciliazione, “il non perdonare e non dimenticare mai”, questa terribile diffidenza che sento verso di me.
Ieri, mentre leggevo e rileggevo la tua lettera, mi sono sentita una miserabile, tutto mi è sembrato senza senso e inutile, il mio impegno, la mia vita, il mio lavoro. Non dimenticare che le “oscurità” che tu condanni in me, sono una conseguenza del mio parlare nel vuoto. Non ho più la possibilità di riparare e questo è il peggio che possa capitare. La mia situazione diventa sempre più desolata. Ho puntato tutto su un’unica carta e ho perso. Ciò che sarà di me dopo mi interessa poco. Da quando sono ritornata da Parigi, non sono più capace di vivere come ho vissuto prima, ho disimparato la curiosità per il nuovo, non lo voglio neanche più, non voglio assolutamente più nulla. E non temere che io ricominci a parlarne – voglio dire delle cose passate.
Parlaiamo dunque d’altro: Schoenwiese porterà le tue poesie – la prossima settimana viene a Vienna e io sono certa che nelle trattative tra il suo e il nostro studio questo “punto” sarà risolto positivamente. I ritardi non hanno nulla a che vedere con te o con noi, ma dipendono da difficioltà esterne. La stazione radio ha appena superato una grave crisi, alcune cose sono cambiate – e in ogni momento sono sorti tanti problemi di natura tecnica, che gravano su una grande azienda, e questo ha protato a trascurare il lavoro vero e proprio. invece, trovo più triste che Hilde Spiel non faccia sapere nulla di sé. Ma tu non lasciarti scoraggiare! La cosa non deve toccarti.
Cerca, ti prego, di non dimenticare mai che noi – Nani, Klaus e tanti altri – pensiamo sempre a te e che un giorno uno di noi avrà le mani libere e acquisterà tanta influenza da volgere tutto al meglio.
Ingeborg

da Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, Ingeborg Bachmann, Paul Celan. Nottetempo

prender paese

Nella terra del pascolo giunsi
quand’era già notte,
fiutando le cicatrici nei prati
e il vento, prima che si levasse.
L’amore più non pascolava,
le campane erano spente
e i cespugli affranti.

Un corno piantato nel terreno,
dalla guidaiola ostinato,
nel buio confitto.

Dalla terra lo presi,
al cielo lo levai
con piena forza.

Per colmare
questo paese con suoni,
nel corno soffiai,
volendo nel vento incombente
e tra steli increspati
di ogni origine vivere!

 

da Invocazione all’orsa maggiore, Ingeborg Bachmann