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Kätchen e Pentesilea

Chi infatti ama la Kätchen non può non comprendere la Pentesilea, perché esse vanno appaiate come il + e il – dell’algebra e sono la medesima creatura, immaginata però in relazioni antitetiche.

Dalla lettera (Dresda, 8 dicembre 1808) di Heinrich von Kleist ad Heinrich Josef von Collin, citata a pag.9 dell’introduzione di Ervino Pocar alla Pentesilea, Guanda

una quercia sana

disegno di Luca Cambiaso

Ma io dico la verità: leggendo la Pentesilea di Kleist ho dimenticato l’epistolario di Kleist. La tragedia m’è bastata completamente per se stessa. La qual cosa può giudicare un mio semplicismo, ma può anche indicare un più puro interesse artistico. La chiarezza solare di caratteri e di immagini che c’è in Pentesilea, alcuni se la sono intorbidita perché non hanno avuto il coraggio, per una più semplice e sana comprensione artistica, di turarsi gli orecchi dinanzi a quella sirena che è la vita di Kleist. A forza di psicologizzare si sono fatti l’enigma. Lo svolgimento del dramma ha in sé tutti i motivi necessari perché andar a cercare per ciò  nella storia dell’individuo Kleist? Da questa storia appunto assillati storditi, è allora anche lo sbranare di Pentesilea ci può sorprendere come chi sa qual mistero patologico della natura kleistiana, che sa quale terribilità realistica. Ma invece pensate: Pentesilea è una natura di donna nella sua verginità originale, è una Urkraft, essere d’una passionalità elementare, non passato non raffinato per alcuna educazione moderna, d’un egoismo non tormentato da alcun concetto etico-sociale. È vero che la sua anima “non si lascia calcolare”,ma non per chi sa quale complicazione di sensibilità vibratili decadenti, ma semplicemente per la intensità e la direzione momentanee della sua energia vitale. Pentesilea è una “quercia sana”.

da Kleist e la Pentesilea, di Carlo Stuparich (raccolto in La Famiglia Stuparich. Saggi critici, a cura di Vittorio Frosini, Del Bianco Editore

come un bel fiore

(…) nel bel mezzo di quei momenti orribili in cui tutti i beni terreni degli uomini perivano e la natura intera minacciava di sprofondare, lo spirito umano sembrava sbocciare come un bel fiore. Sui campi, fin dove giungeva l’occhio, si vedevano persone di ogni ceto confuse insieme, principi e mendicanti, matrone e contadine, funzionari e braccianti, frati e monache compiangersi a vicenda, porgersi reciprocamente aiuto, dividere con gioia quanto avevano salvato per mantenersi in vita, come se la generale sventura avesse fatto di tutti coloro che ne erano scampati una sola famiglia.

da Il terremoto del Cile in Tutti i racconti, Heinrich von Keist, Mondadori, trad.di Marina Bistolfi

jonas

 jonas

Un contadino del Meclemburgo, di nome Jonas, era noto in tutto il paese per la sua forza fisica. Un abitante della Turingia, capitato nella zona, udendone tessere gli elogi, si propose di misurarsi con lui. Giunto davanti alla casa, dall’alto del cavallo vide oltre il muro un uomo che spaccava legna nel cortile, e gli chiese se abitasse lì Jonas il forzuto, ma non ottenne risposta. Allora smontò da cavallo, aprì il portone, menò dentro il cavallo e lo legò al muro. Quindi manifestò la sua intenzione di misurarsi con il forte Jonas. Jonas lo afferrò, lo scaraventò in un batter d’occhio oltre il muro e riprese il suo lavoro. Dopo mezz’ora quello della Turingia gridò, di là dal muro: “Jonas!”. “Che c’è dunque?” ribatté questi. “Caro Jonas” disse quello della Turingia “sii gentile, e buttami di qua anche il cavallo!”.

da Favole senza morale. Aneddoti e scritti brevi, Heinrich von Kleist, Mondadori, a cura di Marina Bistolfi

agnizione

Eraserhead-02

Saranno state pressapoco le undici, quando quello arrivò di galoppo, con scorta e gran fracasso, davanti a casa, smontò tutto coperto d’acciaio, ed entrò nella bottega: dovette abbassare profondamente il capo per passare attraverso al porta con le penne di airone che oscillavano sull’elmo. Guarda qui, maestro, dice, sto andando contro il conte palatino che vuole abbattere i vostri bastioni; la voglia che ho di incontrarlo mi fa saltare le piastre; prendi ferro, filo e, senza ch’io debba spogliarmi, riattaccale bene. Signore, io dico, se il petto vi schianta l’armatura in questo modo, il conte palatino lascerà stare i nostri bastioni; lo faccio accomodare su una sedia, in mezzo al locale e grido verso la porta: vino, prosciutto appena affumicato, per uno spuntino! e gli metto davanti uno sgabello, con gli attrezzi per aggiustargli la piastra. E mentre fuori il destriero ancora nitrisce e raspa il suolo coi cavalli della scorta, alzando una polvere come se fosse sceso un cherubino dal cielo: adagio, portando sul capo un grande vassoio d’argento su cui erano disposti bottiglie, bicchieri e mangiare, la ragazza apre la porta, entra. Beh, guardate, se a questo punto mi apparisse il Signore tra le nuvole, mi comporterei pressapoco come lei. Vassoio, bicchieri, mangiare, appena visto il cavaliere, giù tutto; bianca come una morta, le mani giunte in adorazione, baciando il pavimento che tocca col petto e con la fronte, crolla davanti a lui, come fulminata. Io dico: Signore Iddio! Che ha questa figliola? e la sollevo: lei, il viso in fiamme girato verso di lui, come se avesse davanti un’apparizione. Il Conte von Strahl le prende la mano, chiede: di chi è questa bambina? Garzoni e fantesche si precipitano dentro e gemono: Dio aiuti! Che è successo alla Juengerferlein? ma lei, dopo qualche timida occhiata al suo viso, si riprende, io penso che l’incidente sia passato, e con aghi e punteruolo mi metto al lavoro. E dico: bene, signor cavaliere, ora potrete incontrare il conte palatino; la piastra è allacciata, il cuore non ve la farà più saltare. Il conte si alza; guarda sopra pensiero, dalla testa ai piedi, la ragazza che gli arriva al petto, si china, la bacia in fronte e dice: il Signore ti benedica, ti protegga, ti doni la sua pace. Amen! E mentre ci accostiamo alla finestra: nel momento in cui lui sale sul destriero, con le mani alzate la ragazza si butta sul lastricato da trenta piedi: come un’infelice che abbia perso la testa.

da Käthchen di Heilbronn, Heinrich von Kleist, Adelphi, versione di Giorgio Zampa

appunti per Mi chiamo M.M. n.5

franco carotti promulgazione di un editto parte prima

Noi vediamo che nella misura in cui nel mondo organico la riflessione si fa più debole e oscura, la grazia vi compare sempre più raggiante e imperiosa. Ma così, come l’intersezione di due linee, considerata da un punto dato, dopo aver traversato l’infinito, d’improvviso si ritrova dall’altra parte di quel punto, o l’immagine dello specchio concavo, dopo essersi allontanata all’infinito, d’improvviso ci ricompare vicinissima davanti; così si ritrova anche la grazia, dopo che la conoscenza, per così dire, ha traversato l’infinito; cosicché, contemporaneamente, appare purissima in quella costruzione umana che ha o nessuna o un’infinita conoscenza, cioè nella marionetta o nel Dio.

da “Sul teatro di marionette“, in Bambole, Heinrich von Kleist, Passigli, trad.di Leone Traverso

frutti vermigli

Fu la mia giovinezza un uragano
E una tenebra, rotta da brillanti
Soli. Il tuono e la pioggia han fatto scempio
Tal che del mio giardino
Pochi ritrovo ormai frutti vermigli.

Charles Baudelaire

 

Ulisse:”Bene. La troviamo, l’eroina di Scizia, Achille e io, immota in assetto da guerra, in testa alle sue vergini, succinta: il cimeiero le sovrasta il capo, e muovendo le sue nappe di porpora e d’oro, il cavallo pesta la terra sotto di lei. E pensosa, e per un istante, guarda priva d’ogni espressione la nostra schiera, come se noi fossimo lì, scolpiti nella pietra davanti a lei; ecco, questa palma della mia mano, te l’assicuro, è molto più espressiva del suo volto: finché, adesso, il suo sguardo cade sul Pelide: di colpo, un rossore, giù giù fino al collo le trascolora il volto, come se intorno a lei, di colpo, il mondo divampasse in chiare lingue di fiamma. Si butta, con un gesto improvviso – e uno sguardo truce getta su di lui – giù dal cavallo a terra, ci domanda, affidando le redini a una serva, che cosa ci porti lì da lei, così solennemente. E io: che noi Argivi ci rallegriamo di imbatterci in una nemica del popolo dei Dardani; quale odio divampa, da tempo, contro i figli di Priamo, enl cuore dei Greci; quanto utile, a lei come a noi, sia un’alleanza; e il resto, che il momento mi suggerisce. Ma con stupore, nel flusso del discorso, mi accorgo che non mi sente. Si volta di colpo con un’espressione di sbalordimento, come una fanciulla di sedici anni che torni dai giochi olimpici, verso un’amica che le sta al fianco, e grida: Protoe, un uomo simile mia madre Otrera non l’ha incontrato mai! L’amica, colpita da queste parole, tace; Achille e io ci guardiamo sorridenti. lei, lei, di nuovo indugia, con uno sguardo estasiato, sulla figura smagliante dell’Egineta: finché l’altra, timorosa, le si avvicina e le ricorda che mi deve ancora una risposta. Allora, tingendo la corazza, giù fino alla cintola, col rosso delle guance – fosse furore, fosse invece vergogna – confusa e fiera e scatenata insieme: che è Pentesilea, dice rivolta a me, regina delle Amazzoni, e che dalla faretra verrà la sua risposta!”

da Pentesilea, Heinrich von Kleist, Einaudi, trad. Enrico Filippini

 

Würtzburg, 14 settembre 1800


schoenhut circus toys

In nessun luogo si può conoscere più rapidamente, e nello stesso tempo più esattamente, il grado di cultura di una città e, in genere, lo spirito del gusto che vi regna quanto nelle biblioteche di lettura.
Sta’ a sentire che cosa ho trovato qui, e non sarà necessario che ti dica altro sui modi vigenti a Würtzburg.
“Vorremmo avere un paio di buoni libri”.- Ecco qui la raccolta a disposizione.- “Per esempio Wieland”. – Ho i miei dubbi che ci sia.- “Oppure Schiller, Goethe”. – Sarà difficile trovarli qui.- “Come? Tutti questi libri sono esauriti? Si legge tanto in questa città?”. – Non direi.- “Quali sono i lettori più assidui?”. – Giuristi, commercianti e signore maritate.- “E le nubili?” – Non posso chiederne.- “E gli studenti?”. – Abbiamo l’ordine di non dargliene.- “Ma dica un po’, se si legge così poco, dove diavolo sono le opere di Wieland, Goethe, Schiller?”. – Scusi, codeste opere non si leggono affatto qui. – “Dunque non le avete neanche in biblioteca?”. – Non sono permesse.- “Che libri ci sono dunque qui, su queste pareti?”. – Racconti cavallereschi, solo racconti cavallereschi, a destra quelli con fantasmi, a sinistra senza fantasmi, a piacere.- “Bene, bene”.

da Lettere alla fidanzata, Heinrich von Kleist, SE Studio Editoriale, a cura di Ervino Pocar