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appunti per Mi chiamo M.M. n.11

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Più si acquista la consuetudine del pensiero filosofico, e più si tocca con mano che il filosofo è artista. Non già uno che sa, ma uno che guarda (…): che, cioè, come l’artista, ha una sua certa visione personale delle cose e le esprime nel modo in cui vede. Così egli fa, al pari del poeta, nei trattati i suoi poemi, nei saggi o nei “frammenti” le sue liriche.

da Lettere spirituali, Giuseppe Rensi, Bocca, 1943

per Giacomo Leopardi, Maria Zambrano, Carlo Michelstaedter, Giovanni Amelotti, Wallace Stevens

appunti per Mi chiamo M.M. n.8

Egli insiste solamente ancora sul fatto che, nella imitazione, ciò che conta è essa stessa, il modo del suo formarsi e il suo accento umano; e non l’evidenza. È curioso notare come il Leopardi, per chiarire definitivamente l’errore degli avversari, quasi preannunci il cinematografo, quale esso fu inizialmente: una serie di fotografie veriste rappresentate successivamente; mentre ormai tutti sa, che conta in primo luogo l’accento interiore e il modo di unire, di svolgere e di dar senso alle fotografie, che, esse stesse debbono essere prese piuttosto in un modo che in un altro, da un punto che da un altro, in vista del sentimento interno e della norma che si vorrà seguire nel racconto (dal Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, p.265):

“Che se l’evidenza sola va cercata nelle imitazioni, perché non dismettiamo del tutto questa materia disadattissima  delle parole e dei versi, e non ci appigliamo a quella scrittura di certi barbari ch’esprime i concetti dell’animo con figure invece di caratteri? Anzi perché ciaschedun poeta in cambio di scrivere non inventa qualche bella macchina la quale mediante diversi ingegni metta fuori di mano in mano vedute e figure di qualsivoglia specie, e imiti il suono col suono, e in breve, rappresentando ordinatamente quello che sarà piaciuto all’inventore, non operi soltanto nella immaginativa, ma eziandio ne’ sensi del non più lettore ma spettatore e uditore e che so io?”.

da Filosofia del Leopardi, Giovanni Amelotti, Arti Grafiche R.Fabris, 1937

a Adelaide Antici, ad Anna Fiorentin

al di là di questo certo e tranquillo non amarti

Al di là di questo certo e tranquillo non amarti
ora madre t’amo e ti vorrei vicina
madre che in me vivi.
e dài, di tua presenza, certezza al viver mio senza peso;
con la durezza del tuo volere e amare.

(1° gennaio 1933)

da Diario umano, Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orfini – Genova, 1934

12 luglio 1820

mira

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piacer a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1. nè di durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere alcun piacere che eguagli 1. nè la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, sia circoscritto. Il detto piacere non ha limiti che per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.

dal Pensiero 165 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

Non vorrei crepare senza (cit. Boris Vian):

– aver letto tutti i libri di Giovanni Amelotti (escluso Il Leopardi maggiore, che possiedo);

– aver compiuto un viaggio fino a Recanati nel 12 luglio 1820 (una volta arrivata là, saprei arrangiarmi);

– RD 70 → ∞ ;

– essere riuscita a trovare e vedere a Moneglia il quadro di Luca Cambiaso  in una inarrivabile sagrestia

dietro il pagliaccio, sempre la gobba (Marina Cvetaeva)

Adriaen Brouwer

(…)

l’umorismo, così come si presenta in Shakespeare e in Cervantes – da non confondere con l’arguzia o con la comicità-, si basa sul fatto che l’uomo ha coscienza che il mondo non procede nel migliore dei modi possibili, ma non ritiene per questo di essere esente dalle miserie, dai vizi, dalla stupidità che osserva.
Il satirico, non l’umorista, si considera superiore e migliore degli altri. L’umorista, grazie a quella consapevolezza che lo pone in grado di staccarsi dalla realtà e da se stesso, sa vedere le obiettive manchevolezze della vita e della natura umana, opporre le discrepanze tra realtà e princìpi etici o estetici, ma al tempo stesso sa trascenderle in modo soggettivo (per questo l’umorismo è una qualità squisitamente barocca), comprendendo che sono il risultato di un’imperfezione universale, metafisica, esistente fin dalla creazione del mondo. Così l’autentico umorismo, al contrario della satira, non solo giustifica, ma nutre una profonda simpatia verso ciò che pone in ridicolo; in un certo senso lo celebra, poiché lo interpreta come manifestazione dello stesso potere che traspare nelle cose ritenute grandiose e sublimi, e che invece sono anch’esse, se considerate sub specie aeternitatis, ben lontane dalla perfezione. Questo senso umoristico, creativo più che distruttivo, e che richiede una superiore facoltà immaginativa e una libertà almeno pari alla superiore facoltà intellettiva e alla libertà di un filosofo critico, si rintraccia non soltanto nella poesia e nella letteratura barocche, ma anche nelle arti visive, come nelle grandiose, quasi primitive opere di Adriaen Brouwer.

da Tre saggi sullo stile. Il barocco, il cinema, la Rolls-Royce, Erwin Panofsky, Abscondita, a cura di Irving Lavin

Il riso dell’uomo sensitivo e oppresso da fiera calamità è segno di disperazione già matura.

Zibaldone – 105, Giacomo Leopardi

dedicato a Giacomo Leopardi, Giovanni Amelotti, Carlo Emilio Gadda, Michele Mari

filopsichia

filopsichia

 

Così muovendosi nel giro delle cose che gli fanno piacere, l’uomo (retore) si gira sul pernio che dal dio gli è dato (…) e cura la propria continuazione senza preoccuparsene, perché il piacere preoccupa il futuro per lui. Ogni cosa ha per lui questo dolce sapore, ch’egli la sente sua perché utile alla sua continuazione, e in ognuna con la sua potenza affermandosi egli ne ritrae sempre l’adulazione ‘tu sei’.

da La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi

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L’uomo non vive d’altro che di religione o d’illusioni. Questa è proposizione esatta e incontrastabile: tolta la religione e le illusioni radicalmente, ogni uomo, anzi ogni fanciullo, alla prima facoltà di  ragionare (giacchè i fanciulli massimamente non vivono d’altro che d’illusioni) si ucciderebbe infallibilmente di propria mano, e la razza nostra sarebbe rimasta spenta nel suo nascere per necessità ingenita e sostanziale. Ma le illusioni, come ho detto, durano ancora a dispetto della ragione e del sapere.

pp. 213-214 Zibaldone, Giacomo Leopardi, Mondadori, I Meridiani

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Genio: – Che cosa è il piacere?

Tasso: – Non ne ho pratica da poterlo conoscere che cosa sia.

Genio: – Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perchè il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio un concetto e non un sentimento.

dal Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, Giacomo Leopardi

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Il Leopardi attraverso questa scoperta, comprende anche, nel suo intimo fondamento, il desiderio e la volontà che l’animarono e che pur ancora nell’intimo lo animano. L’uomo si protende innanzi perché non ha presente, perché propriamente egli non vive in un atto presente. Il suo destino e di volgersi fuori a scoprire una vita, poiché attualmente vita egli non ha tranne il desiderio e senso di mancanza. La scoperta è capitale: la vita umana in sé propriamente non è, poiché è solo fatta di speranze e di ricordi. E conseguenza naturale di questo fatto l’assenza dell’ “atto proprio del piacere”: (p.532-2 Zibaldone)

“Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà. Io spero un piacere, e questa speranza in moltissimi casi si chiama piacere… Il piacere non e mai nè passato nè presente, ma sempre e solamente futuro. E la ragione è che non può esserci piacer vero per un essere vivente se non è infinito (e infinito in ciascuno istante, cioè attualmente); e infinito non può mai essere, benchè confusamente ciascuno creda può essere e sarà, o che anche non essendo infinito sarà piacere; e questa credenza (naturalissima, essenziale ai viventi e voluta dalla natura) è quello che si chiama piacere, e tutto il piacere possibile. Quindi il piacer possibile non e altro che futuro o relativo al futuro, e non consiste che nel futuro (20 gennaio 1821)”.

Come logica e netta conclusione di una teoria (quale questa del piacere), il cui significato profondo è nella sua natura di negazione; essa stessa mette in luce alla fine unicamente la negazione che in lei è implicita, e distrugge completamente e formalmente se stessa (V. ancora p. 4126-3).

Come la teoria dell’illusione, nel suo aspetto estremo, è teoria dell’illusorio meramente piacevole di cui l’uomo, per vivere, deve riempiere la vita; così la teoria del piacere sempre più diviene teoria del non piacere, e più ancora tutta un’indagine attenta del continuo inebriamento, dell’inganno fatuo che l’uomo deve quasi, egli, creare a se stesso, e fingendoselo al tutto vivo e vero, per poter vivere di giorno in giorno, di momento in momento. L’uomo deve concorrere al proprio inganno, e vivere di motivi fittizi, poiché egli in se stesso non ha né una superior ragione d’essere, né d’altra parte ha “motivi e soggetti di piacere reali”:

(dal Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare)

“Genio. – Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato infinitamente, e procacciato con fatica e molestia indicibili; non potendovi contentare il godere che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agli istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell’istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio o più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e di narrare a voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto nè con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche.

Tasso. – Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente?

Genio. –  Sempre che credessero cotesto godrebbero in fatti. Ma narrami tu se in alcun istante della tua vita, ti ricordi di aver detto con piena sincerità ed opinione: io godo. Ben tutto il giorno dicesti e dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Di modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente.

Tasso. – Che è quanto dire è sempre nulla.

Genio. – Così pare.

Tasso. – Anche nei sogni.

Genio. – Propriamente parlando.

da La filosofia di Leopardi, Giovanni Amelotti, Arti Grafiche R.Fabris – Genova, 1937

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Due poesie

Mare scrigno d’oro
Che occultamente sveli
La trama dei tuoi inganni,
Libera queste voci lasciale
Che gli annegati cantano
E avvinti alla ruota si muovono
Eternamente come noi
Bambini.

Uccelli, vastità del mondo
Che dorme sotto le campane ferme;
Nella pianura bianca il sole è freddo
E mai c’è nulla da spiegare.
Gli animali sono tristi,
E le donne, e le cose sospinte tutte
E divorate.

da Due poesie, in “Prato pagano. Giornale di nuova letteratura”, n.1, primavera 1985, Roberto Varese

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L’uomo ha bisogno di illusioni; di fronte alla negazione, se vuol essere in qualche modo vivo, deve illudersi. Il dilemma estremo è questo: o illusioni o senso del nulla e della vanità di ogni cosa; o riconoscere un valore qualsiasi alla cosa, o sentirne tutto il peso delle putri e lente ore.

da La filosofia del Leopardi, Giovanni Amelotti, Arti Grafiche R. Fabris – Genova 1937

Forma, stile – Un monologo tutto senso dal Vollkommenes Buch

Ogni cosa che sappia di erudito, assorbita nell’intimo. Tutti gli accenti della passione profonda, angoscia, anche delle debolezze, raddolcimenti; luoghi solari, – il breve incanto, la superna serenità. Superare la dimostrazione; del tutto personale. Nessun “io”…- Una specie di autobiografia, le cose più astratte rese vivissime e vivide di sangue – Tutta la storia, rivissuta e sofferta, quasi personalmente (solo in tal modo diventa vera). Per così dire, un discorso di spiriti, un primo scongiuro, un’evocazione d morti. Per quanto è possibile, molto di visibile, di determinato, di esemplare, ma cautela di fronte al contemporaneo… Nessuna “descrizione”; tutti i problemi tradotti in sentimento, sino alla passione.

Friedrich Nietzsche (cit.p.59, da Il Leopardi maggiore, Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orsini – Genova, 1939)

Leopardi e i suoi fratelli persuasi

Maurits Cornelis Escher

La coscienza della infelicità, sia poi superata o meno, nasce dal bisogno di una vita più profonda, che la comune non sia; dal bisogno di chiedere alla vita altro, di nobilitarla e elevarla dall’intimo stesso di sé.

(…)

La singolarità particolarissima dell’opera del Leopardi deriva dal fatto, che egli, forse primo nella storia del pensiero (per quanto si sappia di persone come il “persuasor di morire” Egesia, filosofo cirenaico), si ferma all’infelicità e la fa risaltare in un rilievo aspro e forte. In lui non è possibile trovare il “nutrimento”, che danno tanti pensatori cattolici, che cercano di rinnovare tutta la vita al di là dell’ammissione dell’infelicità. In lui è la “verità” nella sua nudità estrema, e la rappresentazione del mondo, qual è in rapporto all’esistenza di una tale verità. L’uomo può trovare, nella sua opera, espressa solo l’essenza del proprio problema, e il mondo, come il mondo è in rapporto a esso.

(…)

Questa estrema nudità, una disperazione tale che resta legata e inchiodata al motivo da cui nasce, né si svaga, né si volge ad altro, né si lascia superare da alcuna speranza, ma è tutta volta a precisarsi, è il duro nocciolo, la petrigna essenza delle Operette.

Dall’assurdo contrasto e contrappunto che, correndo tra la chiarezza estrema della coscienza e della visione e la strana realtà delle cose, mette a nudo infelicità e imperfezione, si sprigiona naturalmente una stupita e profonda ironia. Nel suo complesso, e in ogni suo quadro la rappresentazione, nel suo fondo melanconica e sconsolata, ha non solo un tono ironico: ma in lei prende consistenza vera e propria l’ironia, che è nell’esistenza di un essere quale l’uomo nell’universo, e nell’esistenza stessa di un tale universo in cui è possibile un tale uomo. L’espressione dolorosa deve essere nel suo intimo stesso ironia. L’ironia è delle cose verso l’uomo; e l’uomo, nel rilevarla, nel far lei discorso e dialogo anche suoi, trova il fluido in cui spietrare la chiusa amarezza. L’ironia è il centro stesso della finzione tutta delle Operette; dominata pure come il Leopardi la rende dalla chiarezza calma della mente che ragiona. Egli anzi unisce in una fusione mai prima veduta (e perciò forse difficile a cogliere ed anche più a definire), un acume sottile d’intendimento  e di penetrazione, e una forza piena e sicura di icastica rappresentazione.

da Il Leopardi maggiore (Opera postuma), di Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orfini – Genova, 1939