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al violinista questuante

concerto all auditorium

Ti cercherà lungo i brividi
di un applauso, quando la musica
ci fa dimenticare ogni mediocrità,
e nella sala scarlatta risuona

non l’eco di un attimo,
ma la vita inverata, piena,
dove non c’è posto più che per il bacio
impossibile di chi guardi preso,

ed il rito sociale si ritempri…
Vedere, la musica a volte può,
dicesti, unire e perdere
ogni vivo che sieda da un palco.

da Trentennio – Febbraio, Gianni D’Elia, Einaudi

passaggi


André Kertesz

III.

Così non si dirà la nostra povertà
di cose guardate di sfuggita,
di alberi, di pesche e di ginestre,

del mare la scia dell’acqua e della valle
le bilance sul Foglia grigio di melma…
Mai si dirà la nostra ansia dell’oggetto,

del guardare le cose con parole
così attenti alle parole del linguaggio
da scordare: la brocca d’acqua fresca

sulle scale, le bocche dei fanciulli
nelle viole, i granchi di luna
affumicati nel fuoco, nella brace

nera della notte, della nostra ora!

da Trentennio. Versi scelti e inediti 1977-2007, Gianni d’Elia, Einaudi

 


Edward Steichen

XIII


la trapezista Erma Ward

 

Sono tornato a quello che sono stato,
nel luogo stesso in cui son nato:
sole, mare, e solitudine…che cosa

è un poeta? Un essere a vuoto, sì, una
immaginazione disinteressata, aperta,
come lo sguardo a spasso per la strada,

uno che passa vivo e pare morto
a sé, e si convince nel passare che
guardando le forme dell’esistere

tutto sia in quell’attimo sospeso
sotto la luce a piombo d’antestate,
come quello che accade e sempre cade…

oh, le comitive oleose, manducanti
e invocanti l’arrivo del limoncel-
lo e del dessert, sotto le tende bianche

e gli ombrelloni, ai loro pranzi caldi
portati da casa, ai gavettoni, coi pargoli
urlanti a riva su ciambelle reiteranti

“Papà”, “Mamma!”, con fratelli e sorelle
telefonanti, la mano perpetua incollata
all’orecchio di Nostro Signore

della Neotelecomunicazione, lieve
fatica della fàtica da asporto,
deambulante, esibito ria, supporto

di una perenne attesa obbligatoria
di contatto, che rinvia, però, la parola
vera, che nasce da ascolto o da visione

sorpresi nell’istante scrocca-nome…
Sono tornato, perché amo guardare
questo colle sempre caro e sempreverde,

questo monte solitario che veste
la scena a trapezio di un sipario, a frange,
vegetale, su cui si arresta il mare!…

Sono tornato a dichiarare amore
l’amore delle cose più dei corpi,
lo spegnersi in risacca lenta il sole,

il ribrillare della macchia in cuore…
E come il granchio che scatta nella sabbia
appena il piede di chi passi nella bassa

lo accosti un poco in sabbioso scompiglio,
così in segreto d’orgasmo e di rabbia
qui mi rintano al sole, in vile consiglio…
da Guerra di maggio, Gianni d’Elia, Edizioni San Marco dei Giustiniani Genova