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venerato monumento in lingua ebraica

Ricordi la frase, così centrale in Nietzsche, che ti avevo letto?

“Si è artisti solo al prezzo di sentire ciò che tutti i non artisti chiamano ‘forma’ come contenuto, come ‘la cosa stessa’. Con ciò ci si ritrova certo in un mondo capovolto, perché ormai il contenuto diventa qualcosa di meramente formale, compresa la nostra vita”.

Tu, invece non hai la consapevolezza della tragica desolazione, della disperata astrazione, della fatale falsificazione che si compie vedendo nelle parole di Giobbe un “venerato monumento in lingua ebraica” anziché il miserabile relitto della sua speranza tradita. Certamente, tutto quello che sta a cuore a te, che t’impegna così profondamente, non interessava né tanto né poco Giobbe sul suo letamaio: infatti si scagliava precisamente contro tutto il “venerato monumento in lingua ebraica” che lo precedeva.

Lettera di Sergio Quinzio a Guido Ceronetti del 22 settembre 1971, da L’esilio e la gloria. Scritti inediti 1969-1996, In forma di parole, 1998

avanti!

Mi fermo, improvvisamente sono stanco, in avanti, a quanto pare, si scende a rotta di collo, tutt’intorno è l’abisso – non voglio guardarlo”.

Friedrich Nietzsche (Werke, Groß-und kleinoktavausgabe), XII, p.223 (Nietsche e l’eterno ritorno, Bari, 1982, citato da Walter Benjamin nei Passages J 77a, 2)

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So che voglio e non ho cosa io voglia. Un peso pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende. Lo vogliamo soddisfare: lo liberiamo dalla sua dipendenza; lo lasciamo andare, che sazi la sua fame del più basso, e scenda indipendentemente fino a che sia contento di scendere. Ma in nessun punto raggiunto fermarsi lo contenta (…)

da La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi

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Quale morbosa e smodata smania di vivere, insomma,
ci fa così trepidare, quando corriamo un pericolo?
Incombe al certo una fine inevitabile agli uomini,
e non c’è dato schivare la morte sì da scamparla.
Siam chiusi dentro un cerchio e ci aggiriam sempre in esso,
né prolungando la vita s’inventerebbe alcun nuovo
bene: ché il meglio a noi sembra ciò che ci manca e si brama:
e quando questo è raggiunto, bramiam dell’altro e ci tiene
a bocca aperta la stessa sete del vivere, sempre.

dal De rerum natura, Libro III, vv.1075-1084, Lucrezio, Rizzoli, versione di Luca Canali

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Egli dice ancora: “Io penso e ciò non disturba nulla. Sono solo. Che comodità la solitudine! Non mi pesa nulla di dolce. La stessa fantasticheria qui come nella cabina del battello, la stessa al Caffè Lambert… Se le braccia di Berta assumono importanza, io sono derubato – come dal dolore.. Chi mi parla, se non mi prova qualcosa, è un nemico. Preferisco lo sfavillio del più piccolo fatto accaduto. Io sto esistendo e sto vedendomi, sto vedendomi vedere e così seguito…Pensiamo con precisione. Ci si addormenta su qualsiasi argomento… Il sonno continua qualsiasi idea…

da Monsieur Teste, Paul Valéry, SE Studio Editoriale, trad.di Libero Solaroli

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(…) un lusso che puoi permetterti mica riaprir quei dossier, eppure di continuo li apri, come avessi solchi obbligati tutt’intorno al cervello…rotaie! una volta spinto per la discesa il carrello non sceglie, ohp! ohp! che corre per le svolte della miniera, ohp gran toboga! ogni passaggio è coercizione al seguente, due passaggi e sei fritto (…)

da Rondini sul filo, Michele Mari, Mondadori

Pensa a tutto, vertiginoso lettore, somma le attese di tutti in ogni tempo e paese, e ti sfido a non immaginare il nostro pianeta come una palla proiettata nel nulla dalla smania di tutti e di tutto ad arrivare più in là, la smania di quella cosa lì, sì, quella che stai aspettando anche tu.

da Roderick Duddle, Michele Mari, Einaudi

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(…) suppongo sia possibile dire che il colono è il simbolo del cambiamento. Egli è, comunque, l’uomo laborioso che vive nelle illusioni e che, dopo che tutte le grandi illusioni l’hanno lasciato, continua ad avviticchiarsi ad una che lo trafigge.

dalla lettera a Hi Simons del 12 gennaio 1943, Wallace Stevens

 

Forma, stile – Un monologo tutto senso dal Vollkommenes Buch

Ogni cosa che sappia di erudito, assorbita nell’intimo. Tutti gli accenti della passione profonda, angoscia, anche delle debolezze, raddolcimenti; luoghi solari, – il breve incanto, la superna serenità. Superare la dimostrazione; del tutto personale. Nessun “io”…- Una specie di autobiografia, le cose più astratte rese vivissime e vivide di sangue – Tutta la storia, rivissuta e sofferta, quasi personalmente (solo in tal modo diventa vera). Per così dire, un discorso di spiriti, un primo scongiuro, un’evocazione d morti. Per quanto è possibile, molto di visibile, di determinato, di esemplare, ma cautela di fronte al contemporaneo… Nessuna “descrizione”; tutti i problemi tradotti in sentimento, sino alla passione.

Friedrich Nietzsche (cit.p.59, da Il Leopardi maggiore, Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orsini – Genova, 1939)