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io vengo, vengo, apri la porta!


francesco balsamo

 

I tuoi giorni solo per questo ti sono stati dati:
perché la vita degli altri, come un disegno, vi si intessa.

da Poeti estoniL’ospite indesiderato, Marie Under, Edizioni Abete, a cura di Margherita Guidacci e Vello Salo

Sul marciapiede opposto passano due negri. Un vecchio triestino, con la moglie, commenta la loro negritudine. Io, tra me e me, commento la triestinità del triestino. Chissà come commenterà lui, appena avrà finito di guardarmi, e cosa penserà adesso, che col mio aspetto evidentemente forestiero, proprio adesso che sta arrivando l’autobus, mi giro e vado via.

da Lo stadio di Wimbledon, Daniele Del Giudice, Einaudi
     

configurazioni

Coro, Francesco Balsamo

Ma basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente e abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, per sentirlo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo.

(…)

La minima parola da noi detta in un periodo della nostra vita, il gesto più insignificante da noi compiuto erano circondati, portavano su di sé il riflesso di cose che dal punto di vista logico non avevano con essi alcun rapporto, che ne sono state separate dall’intelligenza, che non sapeva che farsene di loro per le necessità del ragionamento, ma in mezzo alle quali – qui riflesso rosato della sera sul muro fiorito d’un ristorante di campagna, sensazione di fame, desiderio di donne, piacere del lusso – là volute azzurre del mare mattutino avvolgere frasi musicali che ne emergono parzialmente come le spalle delle ondine – il più semplice dei gesti, degli atti rimane racchiuso come in mille vasi riempiti ciascuno di cose d’un colore, d’un odore, d’una temperatura assolutamente diversi; senza contare che questi vasi, disposti lungo tutta l’altezza dei nostri anni (anni durante i quali non abbiamo mai smesso di cambiare, fosse solo nel sogno e nel pensiero), sono situati a quote molto diverse, e ci danno la sensazione di atmosfere singolarmente visitate. è vero che li abbiamo fatti, questi cambiamenti, in modo insensibile; ma fra il ricordo che ci torna repentinamente e il nostro stato attuale, così come fra due ricordi di anni, di luoghi, di ore differenti, c’è una tale distanza che basterebbe, anche in assenza d’un’originalità specifica, a renderli incomparabili fra loro. Sì, se il ricordo, grazie all’oblio, non a potuto contrarre nessun legame, gettare nessuna catena fra sé e l’istante presente, se è rimasto al suo posto, alla sua data, se ha mantenuto le sue distanze, il suo isolamento nella profondità d’una valle o in cima a una vetta, ci fa respirare di colpo un’aria nuova per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi, quell’aria più pura che i poeti hanno cercato invano di far regnare nel paradiso e che non potrebbe dare la sensazione profonda di rinnovamento che ci dà se non fosse già stata respirata, giacché i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti.

da Alla ricerca del tempo perduto. Il tempo ritrovato, Marcel Proust, Mondadori, trad.Giovanni Raboni

naufragi

Francesco Balsamo

Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi 16.2.1952

Cara Ingeborg,
poiché mi è così difficile rispondere alla tua lettera, ti scrivo soltanto oggi. Non è la mia prima lettera per te da quando cerco una risposta, ma spero che infine questa sia la lettera che davvero ti mando.
Questo è quanto voglio dirti: non parliamo più di cose perdute per sempre, Inge – esse riaprono soltanto la ferita, suscitano in me collera e fastidio, resuscitano il passato – e questo passato così spesso mi sembrava una colpa, lo sai, te l’ho fatto sentire, capire -, fanno affondare tutto in un buio, sopra il quale bisogna stare a lungo accovacciati per riportarle alla luce, l’amicizia si rifiuta ostinatamente di intervenire in nostro aiuto -, come vedi accade il contrario di quanto desideri, tu crei, con poche parole che il tempo disperde davanti a te non proprio a breve distanza l’una dall’altra, quelle oscurità che devo giudicare severamente proprio come un tempo ho fatto con te.
No, non rompiamoci il capo per ciò che non ritornerà più, Ingeborg. E ti prego, non venire a Parigi per me! Ci faremmo soltanto del male, tu a me e io a te – e perché mai, ti chiedo?
Ci conosciamo abbastanza, per renderci conto che fra noi può restare solo l’amicizia. L’altro è irrimediabilmente perduto.
Se mi scrivi, so che a questa amicizia tu tieni un poco.

Ancora due domande: il dott. Schoenwiese non ha più interesse a fare una trasmissione con le mie poesie? Milo non mi ha scritto, dunque anche dell’invito per la Germania non se ne fa nulla?
Da Hilde Spiel ho ricevuto da circa due mesi fa una lettera genitle, questo è tutto finora: non ha risposto a una mia lettera nella quale le chiedevo se potevo ancora sperare di trovare un editore. Soffro molto per questa faccenda delle poesie, ma nessuno mi aiuta. Tant pis.

Fatti sentire di nuovo, Inge. Sono sempre felice, quando scrivi. Sono felice davvero.

 

Ingeborg Bachmann a Paul Celan, Vienna, 21.2.1952

Caro Paul,
ieri ho ricevuto la tua lettera del 16. – grazie. Scusa, però, se ti faccio alcune domande alle quali non dovrebbe esserti difficile rispondere, se credi alla possibilità di un’amicizia fra noi.
Non voglio porti di fronte a nuovi problemi e pretendere da te di riprendere il nostro legame dal punto in cui lo abbiamo interrotto. Non verrò a Parigi per te. Ma non è escluso che io venga lo stesso, un giorno o l’altro – è quasi normale per il mestiere che faccio. E vorrei chiederti, per evitare malintesi, se vuoi sapere quando vengo e, in tal caso, se hai intenzione, eventualmente, di venire a prendermi, oppure no? O ti secca rivedermi? Non arrabbiarti se te lo chiedo, ma la tua lettera mi ha reso molto insicura, ti capisco e non ti capisco; ho sempre saputo quanto era difficile, – il tuo disgusto e la tua “rabbia” sono comprensibili – ciò che non capisco, questo dovevo dirlo una buona volta – è questo terribile rifiuto alla riconciliazione, “il non perdonare e non dimenticare mai”, questa terribile diffidenza che sento verso di me.
Ieri, mentre leggevo e rileggevo la tua lettera, mi sono sentita una miserabile, tutto mi è sembrato senza senso e inutile, il mio impegno, la mia vita, il mio lavoro. Non dimenticare che le “oscurità” che tu condanni in me, sono una conseguenza del mio parlare nel vuoto. Non ho più la possibilità di riparare e questo è il peggio che possa capitare. La mia situazione diventa sempre più desolata. Ho puntato tutto su un’unica carta e ho perso. Ciò che sarà di me dopo mi interessa poco. Da quando sono ritornata da Parigi, non sono più capace di vivere come ho vissuto prima, ho disimparato la curiosità per il nuovo, non lo voglio neanche più, non voglio assolutamente più nulla. E non temere che io ricominci a parlarne – voglio dire delle cose passate.
Parlaiamo dunque d’altro: Schoenwiese porterà le tue poesie – la prossima settimana viene a Vienna e io sono certa che nelle trattative tra il suo e il nostro studio questo “punto” sarà risolto positivamente. I ritardi non hanno nulla a che vedere con te o con noi, ma dipendono da difficioltà esterne. La stazione radio ha appena superato una grave crisi, alcune cose sono cambiate – e in ogni momento sono sorti tanti problemi di natura tecnica, che gravano su una grande azienda, e questo ha protato a trascurare il lavoro vero e proprio. invece, trovo più triste che Hilde Spiel non faccia sapere nulla di sé. Ma tu non lasciarti scoraggiare! La cosa non deve toccarti.
Cerca, ti prego, di non dimenticare mai che noi – Nani, Klaus e tanti altri – pensiamo sempre a te e che un giorno uno di noi avrà le mani libere e acquisterà tanta influenza da volgere tutto al meglio.
Ingeborg

da Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, Ingeborg Bachmann, Paul Celan. Nottetempo