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Visione e preghiera

gatto

Doppio   il   capo   della  preghiera  e   ardo
I n   u n a   benedizione    d i    s o l e
Improvviso.  In  nome  dei  dannati
Vorrei tornare indietro e correre
Verso il paese nascosto
ma   il   sole   sonoro
Irradia il battesimo
Dal cielo
Io
Sono scoperto
Oh lasciate che egli
Mi bruci e mi sommerga
Nella   sua   cosmica   ferita.
Il suo lampo risponde al mio grido.
La  mia  voce  brucia  nella sua mano.
Ora  sono  perduto  in  colui  che  acceca.
Il   sole   rugge   alla   fine   della    preghiera.

da Poesie, Dylan Thomas, Einaudi, trad.di Ariodante Marianni

libro regalatomi da Federico Fantinel: tanti auguri (Elio ti dice ‘Piggy’)

A Lalla Romano, Torino, 24 marzo? 1950

Cara Lalla, sì, lo trovo molto bello, fecondativo, vivificante. Brava. Ti abbraccio, Natalia

Io non ti abbraccio ma sono d’accordo con la Nostra. Cercherò di non farmi fecondare. Adesso pensiamo a imporlo a Einaudi. La cosa non è sicura. Ciao. Pavese

(si riferisce al manoscritto di Le metamorfosi di Lalla Romano)

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

dedicato all’amico Federico Fantinel

lettera di Pavese a Linder

Torino, 29 settembre 1947

Caro Linder,
mentre attendiamo i libri nuovi (Lowry, Honig, Bourdet), le rimando i due romanzacci: Steps going down e The story of Mr.Murphy. Sono di quei libri di larga umanità e non senza insegnamento, che mi schifano.
La Nagel mi ha dato il Sargeson. Henriques l’ho avuto.
Grazie e saluti.

Pavese

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

Lettera dedicata all’amico Federico Fantinel

stretto

ILVA (Taranto), luglio 2012

*

Condotto nella
landa
dell’inconfondibile traccia:

Erba, scritta disgiunta. Le pietre, bianche,
con l’ombra degli steli:
Non leggere più – guarda!
Non guardare più – va’!

Va’, la tua ora
non ha sorelle, sei –
sei a casa. Una ruota, pian piano,
gira da sé, i raggi
s’arrampicano,
s’arrampicano su un campo nerastro, la notte
non ha bisogno di stelle, in nessun luogo
si chiede di te.

*

In nessun luogo
si chiede di te –
il luogo dove giacquero, ha
un nome – non ne
sa. Non giacquero lì. Qualcosa
stava fra loro. Non
videro attraverso.

Non videro, no,
parlarono di
parole. Nessuna
si destò, il
sonno
scese su di loro.

*

Scese, scese. In nessun luogo
si chiede –
Io, sono io,
io stavo tra voi, io ero
aperto, ero
udibile, io ticchettavo a voi, il vostro respiro
obbediva, io
lo sono ancora, ma
voi dormite.

*

Lo sono ancora –

Anni.
Anni, mesi, un dito
tasta in su e in giù, tasta
intorno:
zone di sutura, tangibili, qui
si apre ampio uno squarcio, qui
si richiuse di nuovo, chi
lo coprì?

*

Lo coprì –
chi?
Scese, scese
scese una parola, scese,
scese attraverso la notte,
volle risplendere, volle risplendere.
Cenere.
Cenere, cenere.
Notte.
Notte – e- notte. – Dal-
l’occhio va’, dall’umido.

*

Dal-
l’occhio va’,
dall’umido –
Uragani.
Uragani, da sempre,
turbini di particelle, l’altro,
lo
sai già, lo
leggemmo nel libro, ero
opinione.

Era, era
opinione. Come
ci afferrammo
noi -noi, con
queste
mani?

Era anche scritto che.
Dove? Sten-
demmo sopra un silenzio,
allattato a veleno, grande,
un
verde
silenzio, un sepalo, vi
aderiva un’idea vegetale –
verde, sì
aderiva, sì
sotto un cielo
beffardo.

Di, sì,
vegetale-

Sì.
Uragani, tur-
bini di particelle, rimase
tempo, rimase,
di tentar dalla pietra -fu
ospitale, non troncò la parola. Come
si stava bene:

granulosa,
granulosa e fibrosa. Steluta,
fitta;
uvosa e radiosa; renimorfa
placosa e
grumosa; soffice, ra-
mificata -: lei
non troncò la parola,
parlò,
parlò volentieri a occhi asciutti, prima di chiuderli.

Parlò, parlò.
Fu, fu.

Noi
non mollammo, stemmo
nel mezzo, una
struttura di pori, e
venne.

Ci venne incontro, venne
attraversò, rappezzò
invisibilmente, rappezzò
l’ultima membrana,
e
il mondo, un miriocristallo,
concrezionò, concrezionò.

*

Concrezionò, concrezionò.
Poi –
Notti, disgregate. Cerchi,
verdi o blu, rossi
quadrati: il mondo rischia il proprio intimo
nel gioco con le nuove
ore. – Cerchi,
rossi o neri, chiari
quadrati, né
ombra di volo, né
tavola d’altare, né
anima in fumo si alza e partecipa al gioco.

*

Si alza e
partecipa al gioco –
Al levarsi delle civette, dalla
pietrificata lebbra,
dalle
nostre mani fuggite, nel
più recente ripudio,
al di sopra del
parapalle presso
il muro sepolto:

visibili, di
nuovo: i
solchi, i

cori, un tempo, i
salmi. O, o-
sanna.

Così
stanno ancora templi. Una
stella
ha forse ancora luce.
Niente,
niente è perduto.

O-
sanna.

Al levarsi delle civette, qui
i colloqui,grigiogiorno,
delle tracce d’acqua freatica.

*

( – – grigiogiorno,
delle
tracce d’acqua freatica –
Condotto
nella landa
dalla
inconfondibile
traccia:

erba.
Erba,
scritta disgiunta.)

da Poesie, Paul Celan, Mondadori, a cura di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco

Post dedicato alla militanza di Federico Fantinel

i letterati

I letterati son la base delle civiltà (ne garantiscono la continuità) e al contempo un’istanza distruttrice, un sostegno e una minaccia: permettono la costituzione di un ordine, ma sono anche partecipi della contestazione rivolta a quell’ordine. Perché la forza dei testi del passato è proprio quella di essere stati, cioè di non essere (o non essere più); e se la rivoluzione consiste nel sostituire all’esistente il non-esistente, allora non vi è nulla di più rivoluzionario del passato. Ciò che sorge dal presente lo rinforza: ne è il semplice sviluppo. Ma la permanenza contro natura di ciò che ha a che fare  con il passato, tornando, distrugge il presente, pur avendolo prodotto. Anzi, proprio perché lo ha prodotto.
è questo il vero scopo della pratica e dell’insegnamento delle lettere al giorno d’oggi: mantenere attivo il doppio postulato della letteratura, considerata al tempo stesso come espressione del reale e come potere di distacco dalla realtà; lasciarsi demolire da quei testi che hanno costruito il nostro mondo, che hanno costruito noi e che, allo stesso tempo, non sono noi; oppure, al contrario, demolirli, che è poi lo stesso. La differenza tra cultura e intrattenimento (entertainment) emerge proprio qui, con grande precisione.

da Il letterato: usi e costumi. Da Confucio a Barthes, la storia bizzarra di una specie anomala, di William Marx, Guanda, trad.di Marcella Uberti-Bona

Grazie a Federico Fantinel: benedico la grandezza con cui eserciti il tuo potere

 

sulla resistenza

disegno di Alberto Giacometti

Pioggia

Da tre giorni sondavamo il terreno in una nuova area di prospezione. Ognuno di noi aveva la sua fossa da scavare e in tre giorni non avevamo superato il mezzo metro di profondità. Nessuno aveva ancora raggiunto lo strato di terra gelata, la merzlota, benché leve e picconi venissero riparati senza ritardi ogni volta che questo si rendeva necessario, fatto abbastanza insolito: i fabbri non potevano tirare per le lunghe perché la nostra squadra era l’unica al lavoro. E tutto dipendeva dalla pioggia. Pioveva senza sosta da tre giorni e tre notti. Su di un suolo roccioso non è possibile capire se piove da un’ora o da un mese. Una pioggia fredda e sottile. Le squadre accanto alla nostra avevano interrotto il lavoro di scavo da un bel po’ ed erano rientrate alle baracche, ma erano squadre di malavitosi; noi comunque non avevamo neppure la forza per invidiarli.
Il desjatnik, il “caporale”, infagottato in una grande mantella di tela cerata con un cappuccio a punta, si mostrava di rado. I nostri superiori facevano grande assegnamento sulla pioggia, sulle sferzate di acqua diaccia che ci tempestavano la schiena. Da tempo eravamo bagnati fradici, non posso dire fino alla biancheria perché non ne avevamo. Il segreto calcolo dei capo era piuttosto elementare: la pioggia e il freddo ci avrebbero indotti a lavorare. Ma l’odio per il lavoro era più forte ancora, e ogni sera il caporale calava la sua asta graduata di legno nello scavo per poi coprirci di maledizioni. I soldati della scorta ci sorvegliavano tenendosi al riparo di un ‘fungo’, noto elemento dell’architettura concentrazionaria.
Ci era fatto divieto di uscire dalle nostre buche, saremmo stati abbattuti a fucilate. Solo il nostro caposquadra poteva spostarsi da una buca all’altra. Non potevamo neppure gridarci qualcosa l’un l’altro, ci avrebbero sparato addosso. Ce ne stavamo dunque in silenzio, sprofondati fino alla cintola nei nostri pozzi, nelle nostre pozze di pietra che si stendevano senza interruzione, una accanto all’altra, sulla proda di un piccolo corso d’acqua in secca.
Durante la notte i nostri giubbotti non riuscivano ad asciugarsi; casacche e pantaloni ce li facevamo asciugare addosso e al mattino erano solamente umidi.
Affamato e inasprito, sapevo che nessuna cosa al mondo avrebbe mai potuto indurmi al suicidio. Proprio allora avevo cominciato a comprendere l’essenza del grande istinto vitale: una qualità di cui l’uomo è dotato in misura superlativa. Vedevo i nostri cavalli sfinirsi e spegnersi – non posso esprimermi altrimenti, né utilizzare altri verbi. I cavalli non differivano in niente dagli uomini. Il Nord, il lavoro troppo gravoso, il nutrimento scadente, le percosse, ecco cosa li faceva morire; e benché tutto ciò toccasse loro in misura mille volte più lieve degli uomini, essi morivano prima. Fu allora che compresi la cosa più importante, e cioè che l’uomo non è diventato uomo perché creatura di Dio, e neanche perché aveva in ognuna delle due mani quel dito straordinario che è il pollice. Ma anzitutto perché era fisicamente il più forte e resistente di tutti gli animali, e in secondo luogo perché era riuscito a mettere felicemente al servizio del principio fisico il proprio principio spirituale.
Nella mia fossa ripensavo a queste cose per la centesima volta. Sapevo che mai l’avrei fatta finita, perché avevo verificato su me stesso quanto fosse forte l’istinto vitale. Un giorno, lavorando in uno scavo dello stesso genere ma molto più profondo, avevo dissotterrato con il piccone un enorme blocco di pietra. Per molti giorni avevo accuratamente scavato tutt’attorno a quella temibile massa. Da quella massa funesta volevo creare splendide cose – come ebbe a dire il poeta (Mandel’stam). Pensavo di salvarmi la vita rompendomi una gamba. Era veramente un progetto magnifico, un atto squisitamente estetico. La roccia sarebbe franata e mi avrebbe fracassato la gamba. E sarei rimasto invalido per sempre! Questa ardente fantasticheria andava accuratamente organizzata: calcolai il posto dove mettere la gamba, mi figurai il leggero colpo di piccone… e la roccia sarebbe caduta. Misi la gamba destra sotto il masso in bilico e spinsi il piccone che avevo incuneato tra masso e scavo, facendo leva. Il blocco d pietra cominciò a scivolare lentamente lungo la parete dello scavo verso il punto previsto e calcolato. Io stesso non so dire come sia potuto accadere, fatto sta che tirai precipitosamente indietro la gamba. In quello spazio angusto la gamba restò comunque contusa. Due lividi, tre escoriazioni, fu questo tutto il risultato di un’operazione così accuratamente predisposta.
E compresi che autolesionismo e suicidio non facevano per me. Mi restava un’unica risorsa: attendere che al piccolo guaio quotidiano facesse seguito un piccolo momento fortunato e che il grande guaio prima o poi si esaurisse per conto suo. La fortuna più vicina era la fine della giornata lavorativa, tre sorsate di minestra calda, o anche fredda, l’avrei riscaldata sulla stufa di ferro: avevo la mia gamella, un barattolo di conserva di tre litri. E poi avrei chiesto una sigaretta, o piuttosto un mozzicone, a Stepan, il “piantone” della nostra baracca.
In tal modo, rimescolando nel cervello questioni “cosmiche” e piccole inezie, aspettavo, bagnato fino al midollo ma con il cuore in pace. Si può dire che queste considerazioni costituissero una sorta di ginnastica del cervello? Niente affatto. Tutto questo era nell’ordine delle cose, era la vita. Sapevo che il corpo, e quindi le cellule del cervello, ricevevano un nutrimento insufficiente – da parecchio tempo il mio cervello era ridotto a una razione da fame – e che questo si sarebbe immancabilmente tradotto in follia, sclerosi precoce o qualcosa del genere… E mi sorrideva l’idea che non avrei vissuto abbastanza da arrivare alla sclerosi. La pioggia veniva giù a dirotto.
Mi venne in mente quella donna che il giorno prima era passata vicino a noi, sul sentiero, senza badare alle intimazioni dei soldati. L’avevamo salutata e ci era sembrata straordinariamente bella: era la prima donna che vedevamo dopo tre anni. Ci aveva fatto un cenno con la mano, poi aveva indicato il cielo, un angolo del firmamento, e ci aveva gridato: “Manca poco, ragazzi, manca poco!” Le aveva risposto un urlo di gioia. Non l’ho più rivista ma per tutta la vita non ho dimenticato come seppe capirci e consolarci. Indicando il cielo non pensava affatto all’aldilà. No, indicava soltanto che l’invisibile calava verso occidente e che la giornata di lavoro stava per finire. Ci aveva ripetuto a modo suo le parole di Goethe sulle cime dei monti (“Dormono le vette/nel buio della notte/(…)aspetta solo un poco/riposerai anche tu”). E io pensavo alla saggezza di quella donna semplice, che sicuramente era una prostituta o un’ex prostituta (a quei tempi, nella regione altre donne non c’erano, oltre alle prostitute), pensavo alla sua saggezza e al suo grande cuore, e il mormorio della pioggia faceva da eccellente sfondo sonoro a questi pensieri. La grigia riva di pietra, le grigie montagne, il cielo grigio, gli uomini vestiti con abiti laceri e grigi – un tutto morbido, consonante in ogni sua parte. Un tutto che si componeva in un’armoniosa unità cromatica – un diabolica armonia.
E in quel momento si alzò un debole grido dallo scavo accanto al mio. Il mio vicino era un certo Rozovskij, un agronomo di una certa età, la cui notevole competenza scientifica non trovava qui alcun campo di applicazione, al pari delle competenze di medici, ingegneri, economisti. Mi aveva chiamato per nome e io gli risposi senza curarmi del gesto minaccioso che il soldato mi indirizzò da lontano, da sotto il suo fungo.
– Mi ascolti, – gridava, – mi ascolti! Ci ho pensato a lungo! E ho capito che la vita non ha senso…No…
Allora saltai fuori dal mio buco e lo raggiunsi prima che potesse lanciarsi contro i soldati della scorta. Le due sentinelle si stavano avvicinando.
– Si è ammalato, – dissi loro.
In quell’istante ci raggiunse, attutito dalla pioggia, il suono lontano della sirena, e cominciammo a formare i ranghi.
Con Rozovskij lavorai ancora per qualche tempo, finché non si gettò sotto un carrello carico, lungo la discenderia. Aveva messo una gamba sotto le ruote, ma il carrello l’aveva semplicemente saltato, e lui non aveva rimediato neanche un’ammaccatura. Non per questo rinunciarono ad affibbiargli un nuovo delo, ad avviare una causa giudiziaria, per tentato suicidio, venne condannato e ci separammo, perché esiste una regola in base alla quale dopo il giudizio un condannato non viene mai riportato nel luogo di provenienza. Si teme una vendetta a caldo, contro l’inquirente, o i testimoni. È una regola saggia, niente da dire. Ma nei confronti di Rozovskij avrebbero potuto fare a meno di applicarla.

da I racconti di Kolyma, Varlam Šalamov, Einaudi, trad.di Sergio Rapetti, in mio possesso grazie al libraio Federico Fantinel

warum sind Sie hier? das ist die Frage

E sono io che devo fare la domanda: warum sind Sie hier? perché la mia situazione è privilegiata. In confronto a questo soldato tedesco, e per quanto riguarda le domande da fare, la mia situazione è privilegiata. Perché l’essenza storica comune a tutti noi in quest’anno 1943 che ci facciamo arrestare, è la libertà. E nella misura in cui partecipiamo di questa libertà ci assomigliamo, ci identifichiamo, noi che possiamo essere tanto dissimili. E nella misura in cui partecipiamo di questa libertà ci facciamo arrestare. Perciò è la nostra libertà che bisogna interrogare, non il nostro stato di arresto, la nostra condizione di prigionieri. Naturalmente, lascio da parte quelli che fanno la borsa nera e i mercenari delle formazioni. Per loro l’essenza comune è il denaro, non la libertà. Naturalmente, non pretendo che partecipiamo tutti nello stesso modo di questa libertà che ci è comune. Alcuni, e sono certamente molti, partecipano casualmente di questa libertà. Forse hanno scelto liberamente la resistenza, la vita clandestina, ma da allora si limitano a vivere le conseguenze di questo atto libero. Hanno accettato liberamente la necessità di entrare nella resistenza, ma da allora vivono nella routine determinata da quella libera scelta. Non vivono la loro libertà, ci si addormentano. Ma non si tratta, adesso, di esaminare tutti i particolari e le vicende del problema. Della libertà parlo solo incidentalmente, è il racconto di quel viaggio che mi prefiggo. Ci tenevo solo a dire che alla domanda del soldato tedesco di Auxerre: warum sind Sie verhaftet? è possibile una sola risposta. Sono in prigione perché sono un uomo libero, perché mi sono trovato nella necessità di esercitare la mia libertà, perché non ho rifiutato questa necessità. Così egualmente, alla domanda da me fatta alla sentinella tedesca, in quel giorno di ottobre: warum sind Sie hier? e che tutto sommato è una domanda assai più grave, non c’è che una sola risposta possibile. E’ qui perché non è altrove, perché non ha sentito la necessità di essere altrove. Perché non è libero.

da Il grande viaggio, Jorge Semprun, Einaudi, trad. Gioia Zannino Angiolillo

 

(libro consigliatomi dal libraio Federico Fantinel e rubato al librajo Dario Sutter)