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Leopardi e i suoi fratelli persuasi

Maurits Cornelis Escher

La coscienza della infelicità, sia poi superata o meno, nasce dal bisogno di una vita più profonda, che la comune non sia; dal bisogno di chiedere alla vita altro, di nobilitarla e elevarla dall’intimo stesso di sé.

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La singolarità particolarissima dell’opera del Leopardi deriva dal fatto, che egli, forse primo nella storia del pensiero (per quanto si sappia di persone come il “persuasor di morire” Egesia, filosofo cirenaico), si ferma all’infelicità e la fa risaltare in un rilievo aspro e forte. In lui non è possibile trovare il “nutrimento”, che danno tanti pensatori cattolici, che cercano di rinnovare tutta la vita al di là dell’ammissione dell’infelicità. In lui è la “verità” nella sua nudità estrema, e la rappresentazione del mondo, qual è in rapporto all’esistenza di una tale verità. L’uomo può trovare, nella sua opera, espressa solo l’essenza del proprio problema, e il mondo, come il mondo è in rapporto a esso.

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Questa estrema nudità, una disperazione tale che resta legata e inchiodata al motivo da cui nasce, né si svaga, né si volge ad altro, né si lascia superare da alcuna speranza, ma è tutta volta a precisarsi, è il duro nocciolo, la petrigna essenza delle Operette.

Dall’assurdo contrasto e contrappunto che, correndo tra la chiarezza estrema della coscienza e della visione e la strana realtà delle cose, mette a nudo infelicità e imperfezione, si sprigiona naturalmente una stupita e profonda ironia. Nel suo complesso, e in ogni suo quadro la rappresentazione, nel suo fondo melanconica e sconsolata, ha non solo un tono ironico: ma in lei prende consistenza vera e propria l’ironia, che è nell’esistenza di un essere quale l’uomo nell’universo, e nell’esistenza stessa di un tale universo in cui è possibile un tale uomo. L’espressione dolorosa deve essere nel suo intimo stesso ironia. L’ironia è delle cose verso l’uomo; e l’uomo, nel rilevarla, nel far lei discorso e dialogo anche suoi, trova il fluido in cui spietrare la chiusa amarezza. L’ironia è il centro stesso della finzione tutta delle Operette; dominata pure come il Leopardi la rende dalla chiarezza calma della mente che ragiona. Egli anzi unisce in una fusione mai prima veduta (e perciò forse difficile a cogliere ed anche più a definire), un acume sottile d’intendimento  e di penetrazione, e una forza piena e sicura di icastica rappresentazione.

da Il Leopardi maggiore (Opera postuma), di Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orfini – Genova, 1939