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persona

Edward Steichen

Il desiderio di essere riconosciuti dagli altri è inseparabile dall’essere umano. Questo riconoscimento gli è, anzi, così essenziale, che, secondo Hegel, ciascuno è disposto a mettere in gioco la propria vita. Non si tratta, infatti, semplicemente di soddisfazione o di amor proprio: piuttosto è soltanto attraverso il riconoscimento degli altri che l’uomo può costituirsi come persona.

Persona significa in origine “maschera” ed è attraverso la maschera che l’individuo acquista un ruolo e un’identità sociale. Così, a Roma, ogni individuo era identificato da un nome che esprimeva la sua appartenenza a una gens, a una stirpe, ma questa era, a sua volta, definita dalla maschera di cera dell’antenato che ogni famiglia patrizia custodiva nell’atrio della propria casa. Di qui a fare della persona la “personalità” che definisce il posto dell’individuo nei drammi e nei riti della vita sociale, il passo è breve e persona finì col significare la capacità giuridica e la dignità politica dell’uomo libero. Quanto allo schiavo, così come non aveva né antenati, né nome, non poteva nemmeno avere una “persona”, una capacità giuridica (servus non habet personam). La lotta per il riconoscimento è, dunque, lotta per una maschera, ma questa maschera coincide con la “personalità” che la società riconosce a ogni individuo (o col “personaggio” che, con la sua connivenza a volte reticente, essa fa di lui).

Non stupisce che il riconoscimento della propria persona sia stato per millenni il possesso più geloso e significiativo. Gli altri esseri umani sono importanti e necessari innanzitutto perché possono riconoscermi. Anche il potere, anche la gloria, anche le ricchezze, a cui gli “altri” sembrano essere così sensibili, hanno senso, in ultima analisi, solo in vista di questo riconoscimento dell’identità personale. Si può certo, come si dice amasse fare il califfo Baghdad Hārūn al-Rashid, camminare in incongnito per le vie della città vestiti come mendicanti; ma se non ci fosse mai un momento in cui il nome, la gloria, le ricchezze e il potere fossero riconosciuti come “miei”, se, come certi santi raccomandano di fare, io vivessi tutta la vita nel non-riconoscimento, allora anche la mia identità personale sarebbe perduta per sempre.

da Nudità, Giorgio Agamben, Nottetempo

de senectute

Rodin le Penseur, Edward Steichen

Perché la vecchiaia è malattia quando in giovinezza nulla s’è innestato, e si rimane sterili, soli e infelici. Ora son qua, vecchio e carico di tutti i miei ricordi, pieni, succosi e profumati, che fan piegare il ramo, e ad ogni brezza cadono, rotolano sul ripido pendio dei pochi anni che mi restano, mentre la mano cerca di fermarli, e mi riesce solo d’indicarli, d’esprimerli confusi e malamente.

da Retablo, Vincenzo Consolo, Sellerio

foto di Edward Steichen

a Lorenzo

 

passaggi


André Kertesz

III.

Così non si dirà la nostra povertà
di cose guardate di sfuggita,
di alberi, di pesche e di ginestre,

del mare la scia dell’acqua e della valle
le bilance sul Foglia grigio di melma…
Mai si dirà la nostra ansia dell’oggetto,

del guardare le cose con parole
così attenti alle parole del linguaggio
da scordare: la brocca d’acqua fresca

sulle scale, le bocche dei fanciulli
nelle viole, i granchi di luna
affumicati nel fuoco, nella brace

nera della notte, della nostra ora!

da Trentennio. Versi scelti e inediti 1977-2007, Gianni d’Elia, Einaudi

 


Edward Steichen