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pace?

disegnamo insieme

marta e elio a milano gennaio 2014

L’unità vissuta dal bambino piccolo: che stringe una mano, trova poi un polso, un braccio, e imparerà a capire come questi siano aspetti, cose, che possono essere distinti, dissociati, possono ricevere un nome, uno dopo l’altro; ma che ancora sa, nel più profondo della sua coscienza senza parole, che essi sono ‘uno’, in quanto vivono, respirano; e sperimenta quindi l’unità come intimità, come felicità. Passare, allora, con il contatto delle dita, da una ‘parte’ del corpo, se questa è la parola, a un’altra. E non sarà carezzare, ma l’esercizio di un senso di cui i cinque più tardi, compresa la vista, non saranno che vane ombre. Così sarà amare. Così sarà, così dovrebbe essere disegnare.

da Osservazioni sul disegno – Il disegno e la voce, Yves Bonnefoy, Pagine d’Arte, trad.di Margherita Belardetti

appunti per Mi chiamo M.M. n.15

Pamina antropomorfa

Vedere suppone la distanza, la decisione separatrice, il potere di non essere in contatto e di evitare nel contatto la confusione. Vedere significa che questa separazione è diventata tuttavia incontro. Ma che cosa avviene quando ciò che si vede, benché a distanza, sembra toccarvi con un contatto penetrante, quando la maniera di vedere è una sorta di tatto, quando vedere è un contatto a distanza? Quando ciò che è visto si impone allo sguardo come se lo sguardo fosse preso, toccato, posto in contatto con l’apparenza? Non un contatto attivo, quel che ci può essere ancora di iniziativa e di azione in un vero toccare; lo sguardo è attratto e assorbito in un movimento immobile e in un fondo senza profondità. Attraverso un contatto a distanza ci è data l’immagine, e la fascinazione è passione dell’immagine.

(…)

La fascinazione è lo sguardo della solitudine, lo sguardo dell’incessante e dell’interminabile in cui la cecità è ancora visione, visione che non è più possibilità di vedere, ma impossibilità di non vedere, l’impossibilità che si fa vedere e persevera – sempre e sempre- in una visione senza fine: sguardo morto, sguardo diventato il fantasma di una visione eterna.
Di chiunque è affascinato si può dire che non scorge nessun oggetto reale, nessuna figura reale, poiché ciò che vede non appartiene al mondo della realtà, ma all’ambiente indeterminato della fascinazione. Ambiente per così dire assoluto. La distanza non ne è esclusa, ma è esorbitante, essendo la profondità illimitata che è dietro l’immagine: una profondità non viva, non maneggiabile, presente in maniera assoluta benché non data, dove sprofondano gli oggetti quando si allontanano dal loro senso, quando si immergono nella loro immagine. Questo ambiente della fascinazione, dove ciò che si vede afferra la vista e la rende interminabile, dove lo sguardo si fissa in luce, dove la luce è la lucentezza assoluta di un occhio che non vediamo, e che però non cessiamo di vedere, poiché è il nostro sguardo che si riflette come in uno specchio, questo ambiente è, per eccellenza, attraente, affascinante: la luce che è anche abisso, una luce in cui ci si inabissa, spaventevole e seducente.
Se l’infanzia ci affascina, è perché l’infanzia è il momento della fascinazione, è essa stessa affascinata, e questa età dell’oro sembra immersa in una luce splendida perché non rivelata: essa è estranea alla rivelazione, non ha niente da rivelare, è puro riflesso, raggio che non è ancora altro che l’irradiarsi di una immagine.

da La solitudine essenziale, in Lo spazio letterario, Maurice Blanchot, Einaudi, trad.di Goffredo Fofi

Sono libri

martaeclementina

 

Nuto rovistava in quella cassa –c’era un carico di libri stracciati, di vecchi fogli color ruggine, quaderni della spesa, quadri rotti. Lui faceva passare quei libri, li sbatteva per levargli la muffa, ma a toccarli per un po’ le mani ghiacciavano. Era roba dei nonni, del padre del sor Matteo che aveva studiato in Alba. Ce n’era di scritti in latino come il libro da messa, di quelli con dei mori e delle bestie, e così avevo conosciuto l’elefante, il leone, la balena. Qualcuno Nuto se l’era preso e portato a casa sotto la maglia, “tanto, -diceva- non li adopera nessuno”. – che fai? –gli avevo chiesto, -non comprate già il giornale?
– Sono libri, -disse lui, – leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.

da La luna e i falò, Cesare Pavese, Einaudi

appunti per Mi chiamo M.M. n.10

xilografia di mila

In realtà, dopo un quarto d’ora di posa, il modello non era più in grado di guardare l’artista in quel modo, ed era appunto dal momento in cui lo sguardo si assentava che occorreva ritrovarlo vivente sulla tela.

da Ritratto dell’artista scimmiotto, di Michel Butor, Einaudi, trad.di Oreste del Buono

a Adelaide Antici, ad Anna Fiorentin

al di là di questo certo e tranquillo non amarti

Al di là di questo certo e tranquillo non amarti
ora madre t’amo e ti vorrei vicina
madre che in me vivi.
e dài, di tua presenza, certezza al viver mio senza peso;
con la durezza del tuo volere e amare.

(1° gennaio 1933)

da Diario umano, Giovanni Amelotti, Emiliano degli Orfini – Genova, 1934