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Fra qualche tempo

Fra qualche tempo
ore anni minuti
non sarò neppure
capace di invecchiare
ma quanto
rimarrà in me
non vorrà avere età
per svanire
con qualche vanto
o pianto
di propositi perduti

vorrà forse mostrarsi
con il male ed il bene
da mettere a confronto
e un rimpianto solo
là in fondo
un puntino luminoso
che continuerà a brillare
dentro le ombre.

(1989)

Roberto Rebora

da Tre inediti e un’intervista a cura di Giuliano Donati, Poesia – Mensile di cultura poetica, Anno III, numero 28, Aprile 1990

Caro Signor Stevens

Caro Signor Stevens,
vorrei dirle in che senso io trovo che lei sia distante da Eliot (pur conoscendolo pochissimo e forse proprio a causa del vostro divergere).
Eliot giura che “è la fine!”, quando lei si meraviglia che sia “l’inizio!”.
Eliot ha dimora nel paese guasto e invece lei, Signor Stevens, ho ben inteso (Note verso la finzione suprema ) che quando si trova a passeggiare al parco canta “Amor che nella mente mi ragiona”(1) … e persino nella autunnale/invernale poesia La pianta verde (2), fa del barbaro verde il trionfo!
Avrei voluto dirle questo.

(1)

Prologo

E per chi, se non per te, io provo amore?
E stringo, chiuso al petto, il libro estremo
Del sommo tra i sapienti, in me nascosto giorno e notte?
Nell’incerta luce di una sola certa verità,
Eguale per mutevolezza alla luce
In cui t’incontro e riposiamo,
Per un istante al centro di noi stessi,
La fulgida trasparenza che tu emani è pace.

(Traduzione di Nadia Fusini)

(2)

La pianta verde

Il silenzio è una forma passata.
Le rose leonine di Otu-bre sono divenute carta
E le ombre degli alberi
Ombrelli disastrati.

Il vocabolario sfibrato dell’estate
Non dice più niente.
Il marrone nel fondo del rosso,
L’arancio giù in fondo al giallo,

Sono falsificazioni di un sole
Che si specchia, senza calore,
In una costante secondarietà,
Un declinare verso il termine –

Se non che una pianta verde fiammeggia, se guardi
La leggenda della foresta castana e olivastra,
Fiammeggia, fuori leggenda, col barbaro verde
Della fiera realtà cui appartiene.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

La passeggiata

Incantata la strada, il giorno, e lui e lei
e tutti i posti dove mi portavano. Quando uscivamo
i ciottoli erano l’alveo, l’aria della domenica
un tetto alto fluente che si muoveva in silenzio
sui rododendri in fiore, le digitali
e la cicuta, l’edera di terra, la siepe
con la sua edera frastagliata e le ombre dense,
fino a che l’alveo stesso appariva,
ghiaioso, poco profondo, con le pozze estive,
creando un orlo di mondo invalicabile.
Amore mi portò fin là per mano,
senza il minimo dubbio o ironia, occhi asciutti
bene informato, cocciuto,
poi là rimase, in piedi, senza mollare la stretta.

*

Ecco qui un altro campo lungo. In bianco e nero,
un negativo stavolta, in un buio abbagliante,
sbavatura e pallore dove scorgiamo me e te,
gli io che tanto combattemmo per uscirne,
due ombre che si sono mangiate il fuoco,
due fiamme alla luce capaci di bruciare e ardere,
ma ormai più simili a un filo di aria snervata
già vacillanti, lievi moti d’etere…
Eppure ancora capaci di colpo di riaccendersi,
basta incontrare erba bruciata e rametti
e nell’aria ancora l’odore di un vecchio fuoco,
erotico fumo di legna, stregoneria, intrigo,
che non ci fa più saggi ma solo più pronti
a ributtarci sull’aratro e alimentare la fiamma.

da The spirit level, Seamus Heaney, Mondadori, trad.di Roberto Mussapi

il mio lettore (appunti per 24 scatti n.9)

Da un po’ di anni dormo sonni agitati e sogno un vecchio che impazzisce per la solitudine. Soltanto il sogno riesce ancora a raffigurarmi in modo realistico. Mi sveglio in un pianto di solitudine, persino quando di giorno mi sento più a mio agio in mezzo agli amici che ancora mi restano. Non sopportò più la mia vita, e il fatto che oggi o domani entrerò nella morte infinita mi porta a pensare. Per ciò, dal momento che devo pensare, così come chi, gettato in un labirinto, deve cercare una via d’uscita tra pareti lucide di stallatico, sia pure attraverso la tana di una pantegana, per ciò soltanto scrivo ancora queste righe. Purtroppo non sono mai stato, nonostante i miei tanti sforzi, credente, non ho avuto crisi di dubbio o di rifiuto. Sarebbe stato forse meglio che lo fossi, poiché la scrittura richiede una condizione drammatica e il dramma nasce dalla lotta estenuante tra speranza e sconforto, dove la fede immagino abbia un ruolo essenziale. Ai tempi della mia giovinezza metà degli scrittori si convertiva, mentre l’altra metà perdeva la fede, il che, ai fini della loro produzione letteraria, aveva quasi gli stessi effetti. Quanto li invidiavo, per il fuoco che i loro demoni attizzavano sotto i paioli in cui crogiolavano in quanto artisti! Ed eccomi ora nel mio cantuccio, un groviglio di cenci e cartilagini, sulla cui mente o cuore o fede non scommetterebbe nessuno, perché non avrebbe null’altro da prendermi.
Me ne sto qui, in poltrona, atterrito al pensiero che fuori non esiste più nulla, se non una notte densa come un infinito blocco di pece, una nebbia scura che ha inghiottito lentamente a mano a mano che crescevo in età, case, strade, volti. L’unico sole dell’intero universo sembra essere ormai la lampada abat-jour, e l’unica cosa che illumina un viso raggrinzito di vecchio.
Dopo la mia morte, la mia bara, il mio cantuccio, continuerà a scivolare nella nebbia scura e densa, non portando da nessuna parte questi fogli perché qualcuno li legga. In essi c’è però, finalmente, tutto. Ho scritto alcune migliaia di pagine di letteratura: tutto in fumo. Trame narrate magistralmente, fantocci dai sorrisi elettrizzati, ma come dire qualcosa, per quanto minima, in questa convenzione dell’arte? Vorresti stravolgere il cuore del lettore, e lui cosa fa? Alle tre termina il tuo libro, e alle quattro comincia a leggerne un altro, indipendentemente da quanto valesse il libro che tu gli hai messo fra le mani. Questa quindicina di fogli sono però un’altra cosa, un altro gioco. Il mio lettore adesso non è altri se non la morte. Vedo perfino i suoi occhi scuri, umidi, concentrati come quelli delle bambine, intenti a leggere a mano a mano che scrivo, rigo dopo rigo. Questi fogli contengono il mio progetti di immortalità.

da L’uomo della roulette in Nostalgia, Mircea Cartarescu, Voland, a cura di Bruno Mazzini

sul diario

E veramente la struttura del diario consente respiro e naturalezza; essa cresce di giorno in giorno come un albero, permette di seguire il pensiero nel suo formarsi, senza dare niente per definito, senza correggere le contraddizioni. Consente quella continua attività di risposta alla vita che ci fa resistere a ciò che accade poiché mentre si vive e crediamo di essere sempre la stessa persona il mondo muta e noi senza pausa mutiamo in esso; non perché si invecchi e si cambi idee e usi, ma perché muoiono via via le persone che ci amano, in cui ci specchiamo per conoscerci, e con ognuna di loro muore quella parte di noi che esse vedevano. Gran parte del lavoro della vita consiste nel resistere a queste finestre che si accecano; nel costruire la nuova individualità necessaria alle persone che ora ci vedono. Nel suo continuo alternarsi di lamento di affermazione il diario testimonia e onora questo lavoro.

dalla  Introduzione di Bruna Cordati a: Florida Scott-Maxwell, La misura dei miei giorni, Marietti, 1998