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le carte del grande gioco

(…) là davanti, Courbet trotterellava e parlava poco, povero di respiro. Di tanto in tanto si fermava, con il bastone di agrifoglio dritto come un ragazzino. Ordinaire lo vedeva inclinare la testa e, col bocchino della pipa, tracciare nell’aria i contorni di una cornice. Cielo, rocce, acqua, alberi: le carte del grande gioco.

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Courbet non ha mai attizzato la folla. Se saliva su una sedia era per cantare, non per gridare A morte!. Ha mostrato un’infinità di cose semplicemente vivendo come credeva. Nessuna geremiade sull’infelicità degli oppressi; l’amore astratto dei filantropi lo inorridiva, quel cuore addolorato che cola e si sparge sulle piaghe retoriche della gente di cui si ignora l’odore…
Courbet ha esercitato la sua libertà. Era ostinato. La sua politica? La libertà, per tutti, ossia il dovere di governare se stessi. Non biasimava niente. Non gli interessavano le rivendicazioni (non ci pensava nemmeno a chiedere qualcosa), Per il resto, e giorno dopo giorno, la sua filosofia consisteva nel non cedere nulla di quanto si può tenere. Passo passo, non lasciare nulla a ciò che mutila, priva, colonizza, sottrae, manipola, invade, sottomette, ostacola, attrezza, adatta, squadra. Il corpo è un campo di battaglia. La Natura è un campo di battaglia. Il realismo di Courbet è un contrattacco alla fiaba sociale, all’illustre modello di società, alla civilizzazione, al programma delle scuole delle classi assoggettate, al programma delle scuole delle classi dirigenti, alle raccolte di letture a uso delle fanciulle. Il realismo di Courbet lacera le scenografie dietro cui si rivolge il lavoro sporco, lacera le tele dipinte, le rose di puttini sopra i teatri, le fatine, i diavoli, le allegorie affrescate nelle scuole e nelle stazioni, dove si vedono le dee dell’industria e dell’agricoltura, gli splendori delle colonie e i prodigi della scienza.
Sul muro del suo atelier, a Parigi, Courbet aveva affisso una lista di regole:

1. Non fare quello che faccio io.
2. Non fare quello che fanno gli altri.
3. Se ti mettessi a fare quello che faceva Raffaello, non avresti un’esistenza tutta tua. Suicidio.
4. Fai quello che vedi e quello che senti, fai quello che vuoi.

da La chiara fontana, David Bosc, L’Orma Editore, trad. di Camilla Diez