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Wallace e Sybil

TO THE ROARING WIND

What syllable are you seeking,
Vocalissimus,
In the distances of sleep?
Speak it

da Harmonium, Wallace Stevens

dalla lettera n.760 a Richard Eberhart del 4 dicembre 1950:

(…) After leaving you, I walked through Hilliard Street, the name of which seemed to be familiar, until it came out in Cambridge Common by Radcliff. At the point where it comes out Radcliff is on the left. At the right there is an old dwelling where one of the most attractive girls in Cambridge used to live: Sybil Gage. If your wife is native of Cambridge, she may have heard of Sybil Gage, although I am speaking of a time long before your wife was born. Her father was a friend of W.G.Peckham, a New York lawyer, in whose office I used to work at one time, and the two of them, and some others, were, I believe, the founders of the Harvard Adovcate. But my principal interest in Mr.Gage, who was dead when I lived in Cambridge, was the fact that he was the founder of Sybil. A few years after I had left Cambridge I was a guest at Peckham’s place in the Adirondacks and who should turn up but this angel; so that instead of being a street that I had never heard of Hillard Street turns out to be a street that I passed every day.

.-.-.

(…) in “Anecdote of the Jar,” Stevens does something similar. He had previously read Dante’s A New Life, where the poet speaks of his initial meeting with the nine-year-old Beatrice Portinari, including the Latin phrase “ecce deus fortior me, qui beniens dominabitur mihi” [the god of love, greater than I, came and took dominion over me]. This was Dante’s first meeting with his muse. In “Anecdote of the Jar,” a poem composed in 1919, when Stevens was still part of the Arensberg group, Stevens writes:

The jar was round upon the ground
And tall and of a port in air.
It took dominion everywhere.

This wordplay on the name Port-in-ari seems obvious (once you see it), but commentators have puzzled over “port in air” since the poem was published. Ford’s discovery that “Anecdote of the Jar” contains Beatrice Portinari’s name coupled with the phrase “took dominion” that Dante used to describe his falling in love with Beatrice is key to our discussion of the extent to which Stevens may have experimented with including ciphers and other hidden messages in some of his poems during this stage of his poetic development. Once we see that he almost certainly concealed a secret message in “Anecdote of the Jar,” it becomes even more likely that the apparent wordplay in some of his other poems did not occur by chance. And it is especially relevant that this cipher is the name of the most famous muse in literary history. Stevens’s inclusion of the name of Dante’s muse, Beatrice Portinari, in a poem in Harmonium could be his private way of announcing that elsewhere in Harmonium he had included concealed messages about his own muse—Sybil Gage

Per saperne di più di Sybil Gage per Wallace Stevens

goliardia

Dal diario di Wallace Stevens, 14 ottobre 1900

(…)

Thursday afternoon took a walk out Centre-ave, pike to Berkeley. Stopped at every tavern – for a beer, a cigar, and a poke at the bartenders. Livg+I thought it rather good fun to ask them about Mike Angelo, Butch Petrarch, Sammy Dante. We asked one fellow whether he had heard that John Keats had been run over, by a trolley car at Stony Creek in the morning. He said that he had not – he did not know Keats – but that he had heard of the family. Spirit of Adonais!

(…)

appunti per CAPSULA PETRI n.3

Quando Dante si congeda da Virgilio, non si congeda dalla Ragione ma dal pathos di una data luce naturale. Dante non abbandona Virgilio per cercare la grazia ma per trovare una voce con un’impronta propria. Nelle più antiche e autentiche allegorie dei poeti, Virgilio rappresenta la paternità poetica, lo stadio dell’iniziazione che Dante deve trascendere se vuole completare il suo viaggio verso Beatrice.
Beatrice è il più difficile fra i tropo di Dante perché la sublimazione non appare più come una possibilità umana.

(…)

Direi che oggi è così difficile capire Beatrice precisamente perché partecipa sia dell’allegoria dei poeti che di quella dei teologi. Poiché il suo avvento segue la maturazione poetica di Dante, o la scomparsa di Virgilio, suo precursore, Beatrice è un’allegoria della Musa, la cui funzione è di aiutare il poeta a ricordare. La memoria, in poesia, è sempre la via maestra della cognizione, e quindi Beatrice è il potere inventivo di Dante, l’essenza della sua arte. Essendo già la più altolocata delle Muse, Beatrice è anche molto al di sopra di loro perché ha lo statuto di un mito eretico, di una santa canonizzata da Dante o persino di un angelo da lui creato.

(…)

e la figura di Beatrice sarebbe eresia e non mito se Dante non fosse stato un poeta così forte che la chiesa dei secoli seguenti è stata felice di annetterselo.

(…)

intuizione di Curtius, che vede nella Beatrice di Dante la figura centrale di una gnosi puramente personale. Dante era un visionario senza scrupoli, appassionatamente ambizioso e disperatamente testardo: il suo poema esprime in modo trionfante la sua eccezionale personalità.

da Rovinare le sacre verità. Poesia fede dalla Bibbia a oggi, Harold Bloom, Garzanti

 

La cura?

Il cimento nell’arte o

Caro Signor Stevens

Caro Signor Stevens,
vorrei dirle in che senso io trovo che lei sia distante da Eliot (pur conoscendolo pochissimo e forse proprio a causa del vostro divergere).
Eliot giura che “è la fine!”, quando lei si meraviglia che sia “l’inizio!”.
Eliot ha dimora nel paese guasto e invece lei, Signor Stevens, ho ben inteso (Note verso la finzione suprema ) che quando si trova a passeggiare al parco canta “Amor che nella mente mi ragiona”(1) … e persino nella autunnale/invernale poesia La pianta verde (2), fa del barbaro verde il trionfo!
Avrei voluto dirle questo.

(1)

Prologo

E per chi, se non per te, io provo amore?
E stringo, chiuso al petto, il libro estremo
Del sommo tra i sapienti, in me nascosto giorno e notte?
Nell’incerta luce di una sola certa verità,
Eguale per mutevolezza alla luce
In cui t’incontro e riposiamo,
Per un istante al centro di noi stessi,
La fulgida trasparenza che tu emani è pace.

(Traduzione di Nadia Fusini)

(2)

La pianta verde

Il silenzio è una forma passata.
Le rose leonine di Otu-bre sono divenute carta
E le ombre degli alberi
Ombrelli disastrati.

Il vocabolario sfibrato dell’estate
Non dice più niente.
Il marrone nel fondo del rosso,
L’arancio giù in fondo al giallo,

Sono falsificazioni di un sole
Che si specchia, senza calore,
In una costante secondarietà,
Un declinare verso il termine –

Se non che una pianta verde fiammeggia, se guardi
La leggenda della foresta castana e olivastra,
Fiammeggia, fuori leggenda, col barbaro verde
Della fiera realtà cui appartiene.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

l’incertezza è pane del suo disegno

Il problema storico se Ugolino della Gherardesca abbia esercitato nei primi giorni di febbraio 1289 il cannibalismo è, evidentemente, insolubile. Il problema estetico o letterario è di tutt’altra natura. Lo si può enunciare così: Dante ha voluto che pensassimo che Ugolino (l’Ugolino del suo Inferno, non quello storico) abbia mangiato la carne dei suoi figli? Arrischierei questa risposta: Dante ha voluto che lo sospettassimo. L’incertezza è pane del suo disegno.

da Nove saggi danteschi, Jorge Luis Borges, Adelphi, a cura di Tommaso Scarano

Leva dunque, lettore, all’alte rote meco la vista

Leva dunque, lettore, all’alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote;

e lì comincia a vagheggiar nell’arte…

Cosa significherebbe per Dante la contemplazione dell’ordine universale, se non potesse chiamare altri uomini – tutti gli uomini, ch’egli vede come suoi lettori –  a guardare, a godere con lui, seguendo l’autorità e la perentorietà del suo cenno?

da Come s’insegna Dante, Bruna Cordati, Nistri-Lischi

è in quest’ambiente di fervore… l’amore

è in questo ambiente di fervore, di gioia, di fiducia, che comincia il racconto del cielo del Sole, e che comincia quella che sarà, a parer mio, la caratteristica fondamentale di questo racconto: il continui movimento, un movimento a danza, circolare  e lento, continuamente – e, sempre in modo diverso – descritto da Dante; sì che il lettore abbia, attraverso ognuna di queste descrizioni, ognuno di questi rapidi richiami e paragoni, il sentimento profondo che il ritmo della danza corrisponde a uno stato d’animo di intima gioia e serenità.
è appena apparsa la prima corona di beati, simile all’alone lunare; si è appena girata attorno a Dante e a Beatrice mettendoli al centro di una danza in tondo – e il loro improvviso e intento fermarsi è fissato in questa immagine che sembra colta a volo primo che si posi, tanta è la leggerezza e la sua forza, insieme, di movimento; con tanta grazia e perizia lo slancio di tutta la terzina si appoggia sull’accento sdrucciolo di ‘tacite’, dividendo ritmicamente in due l’intera immagine:

Donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte;

e la grazia generosa di queste anime che desiderano danzare, e desiderano insieme fermarsi e parlare con Dante e farlo felice, è ripresa e sottolineata dalla prima immagine del discorso di Tommaso:

in libertà non fora,
se non com’acqua ch’al mar non si cala:

così naturale è per noi rinunciare a ciò che ci piace, ed essere felici di ciò che piace a te!

da Quando s’insegna Dante, Bruna Cordati Martinelli, Nistri-Lischi