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Lei forse pensa che un visionario sia qualcuno che vede mostri, che vede un ponte tendersi ad arco e scoppiare, non uno che sente la porosità del suo cemento senza toccarlo: io sono un visionario di ciò che esiste, un visionario di quello che c’è, e tale visione, per precisione e densità, non  meno sconcertante.

da Atlante occidentale, Daniele Del Giudice, Einaudi

sull’assunzione di configurazioni

Ben presto cominciai a pensare l’arena, e i suoi film, come un album di temperamenti, di comportamenti possibili nelle diverse circostanze della vita; ogni figura proponeva un suo modo attraverso i gesti e il tono, e di quella complessione qualcosa mi restava immancabilmente appiccicato, davvero una piccola impronta: da fumatore, quando fosse venuto il momento, avrei voluto accendere la sigaretta così, da guidatore avrei tenuto il volante con quella posizione, da respinto me ne sarei andato con quella stessa curvatura di spalle. Tra i protagonisti aderii spontaneamente a quelli comici e surreali, amavo il fraintendimento e l’equivoco di ogni circostanza, quella era per me la fantasia, mostrava come ci fosse un altro punto di vista, dirompente, con cui attraversare gli eventi e le parole.

da Cinema, in In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

Le storie, i sentimenti, i personaggi, la descrizione: riuscire a renderli totale provvisorietà; levare a ogni frase la terra sotto i piedi, levarle il fondamento, col gesto stesso con cui ci sforziamo di affidarla alla stabilità. Ogni racconto ci appare oggi simultaneamente del tutto  fondato e al tempo stesso del tutto infondato. Questo secolo ci ha educato alla memoria di entrambe tali condizioni. Questo continuo e duplice carattere di fondatezza e infondatezza della narrazione è una dimensione di probabilità. È ciò che risuona oggi nel limite estremo della scrittura: un movimento sotterraneo ed essenziale di probabilità e improbabilità continue. Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far «parlare» all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole.

da In questa luce, Daniele Del Giudice, Einaudi

è un peccato, quel tuo buio

È un peccato che per me, proprio per me, la luce si stia cambiando in ombra. Sarebbe un peccato per chiunque naturalmente, ma è difficile accettare di essere scelti per certi destini, specie quando mi sveglio così di colpo nel cuore della notte, e tutto diventa più drastico e senza respiro, e perfino una faccenda come la mia che non avrebbe momenti più drammatici essendo già sul limite ogni ora, toccava una soglia ancor più scabra, di notte, quando tutto è fuori misura, nel buio, che anticipa il buio nel quale finirò, e in ore come questa faccio già le prove. Allora tutto mi appare dall’interno, condannato al solo interno, come durante le visite dei miei vecchi amici all’epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po’ se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, questo sentimento del futuro guastava subito le sensazioni del presente e finivo per essere solo anche mentre loro erano lì, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: “Questa malattia è tutta per te, solo per te”.

da Nel museo di Reims, Daniele Del Giudice, Mondadori

proprietà emergenti nella determinazione a sopravvivere

(…) solo l’illusione della continuità ci permette di credere che il bambino e l’adulto che ne consegue siano la stessa cosa, due stadi della medesima unità, mentre l’infanzia non si sviluppa, cade semplicemente come i denti da latte, rimpiazzata da un impasto di nuova polpa, trama d’avorio e smalto, simile ma non più la stessa; il bambino e l’adulto sono due diversi generi della natura, due differenti specie e appartenenze (se non altro per quella definitiva determinazione a sopravvivere che espone l’infante a ogni rischio, e la cocciuta determinazione a sopravvivere che espone l’adulto a ogni ridicolo).

da Staccando l’ombra da terra, Daniele Del Giudice, Einaudi

rumore di fondo

Da bambino, le foto di persone scomparse che trovava negli album di famiglia gli suscitavano un’impressione fantasmatica, suggerendogli un’esistenza magica. Quella stessa impressione accompagna, sottoforma di una luce appena attenuata dalla nebbia, il mio ricordo delle immagini in bianco e nero – quasi da camice, macchina su cavalletto e drappo nero – dell’avventura del giovane Nicolas Almanza a La Plata. Quell’impressione fantasmatica mi accompagna dappertutto, sia che io lavori sia che io dorma o viaggi. Mi basta alzare lo sguardo, ed ecco che lì – come il televisore sempre acceso e con l’audio azzerato che tiene compagnia tutto il giorno a Daniele Del Giudice – c’è una banda visiva continua, tutte le immagini del cinema muto e l’atmosfera degli anni Venti. Mi basta alzare lo sguardo per cogliere all’istante le immagini dell’avventura dell’ingenuo Nicolasito a La Plata, immagini che trattengo appena, in una specie di banda visiva continua, di fondo, come un tempo faceva da sottofondo sonoro la musica. L’avventura del giovane Nicolas Almanza a La Plata è, per me, il rumore letterario per eccellenza. La letteratura sarà rumore di sottofondo, o non sarà.

da Bioynventario in Il viaggiatore più lento, Enrique Vila-Matas, Alet

nota: Nicolas Almanza da Las adventuras de un fotografo en la plata di Adolfo Bioy Casares

io vengo, vengo, apri la porta!


francesco balsamo

 

I tuoi giorni solo per questo ti sono stati dati:
perché la vita degli altri, come un disegno, vi si intessa.

da Poeti estoniL’ospite indesiderato, Marie Under, Edizioni Abete, a cura di Margherita Guidacci e Vello Salo

Sul marciapiede opposto passano due negri. Un vecchio triestino, con la moglie, commenta la loro negritudine. Io, tra me e me, commento la triestinità del triestino. Chissà come commenterà lui, appena avrà finito di guardarmi, e cosa penserà adesso, che col mio aspetto evidentemente forestiero, proprio adesso che sta arrivando l’autobus, mi giro e vado via.

da Lo stadio di Wimbledon, Daniele Del Giudice, Einaudi