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“Leila, sai una pagina più del libro!” Anna Fiorentin

alfredo protti 2

Nella Lettera ai Romani II.20 san Paolo invitò i Romani che si erano convertiti al cristianesimo a non disprezzare gli ebrei. Il messaggio di Cristo (sottintendeva) è universale. Di qui l’esortazione:  μή ΰψηλοφρόνει άλλά φοβοϋ (“Ma non t’insuperbire, temi piuttosto…”). Nella Vulgata di san Gerolamo il passo corrispondente suona: “noli altum sapere, sed time”.
La Vulgata è spesso una traduzione molto letterale: e anche in questo caso “altum sapere” è più un calco che una vera e propria traduzione del greco ΰψηλοφρόνει. Ma a partire dal IV secolo nell’Occidente latino il brano fu spesso frainteso: “sapere” fu inteso non come un verbo dal significato morale (“sii saggio”) ma come un verbo dal significato intellettuale(“conoscere“); l’espressione avverbiale “altum“, d’altra parte, fu intesa come un sostantivo denotante “ciò che sta in alto”. “Non enim prodest scire,- scrisse sant’Ambrogio, – sed metuere, quod futurum est; scriptum est enim Noli alta sapere…” (è meglio temere le cose future che conoscerle: è stato scritto, infatti, Noli alta sapere…).
La condanna della superbia morale pronunciata da san Paolo diventò così un biasimo rivolto contro la curiosità intellettuale. Al principio del V secolo Pelagio criticò alcuni personaggi non nominati che, fraintendendo il significato e il contesto del passo, sostenevano che in Romani II.20 l’Apostolo intendeva proibire “lo studio della sapienza (sapientiae studium)”. Più di mille anni dopo Erasmo, seguendo un’indicazione dell’umanista Lorenzo Valla, osservò che il bersaglio delle parole di san Paolo era stato un vizio morale, non intellettuale. Nel suo dialogo incompiuto Antibarbarie gli scrisse che “queste parole non condannano l’erudizione, ma tendono a distoglierci dall’orgoglio per i nostri successi mondani”. “Paolo, – aggiunse,- rivolse le parole non altum sapere ai ricchi, non ai dotti”.

da L’alto e il basso, Il tema della conoscenza proibita nel Cinquecento e Seicento,in Miti emblemi spie, di Carlo Ginzburg, Einaudi

Tree of Codes di jonathan safran foer

Ecco il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, presentato dall’Autore:

e qui di seguito la reazione dei potenziali lettori:

 

E ora le parole di T.S.Eliot:

Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione. Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo- si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina.
Mi rendo conto chei pregiudizi mi inducono a non concedere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pubblici piuttosto che dei soggetti sui quali esercitare la critica; e oso aggiungere che un altro pregiudizio, di diversa natura, mi spinge a concedere un consenso acritico ad altri scrittori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giusti per le ragioni sbagliate. Ma ho più fiducia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disistima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esasperano. E quando affermo che tra le qualità riconoscibili in un contemporaneo quella che io chiamo genuinità è più importante della grandezza, faccio una distinzione tra la funzione dello scrittore da vivo e la sua funzione da morto. Da vivo il poeta continua quella battaglia per la difesa di una lingua viva, per conservare la forza e la sottigliezza della lingua, per la salvezza di una certa sensibilità, che dev’essere sostenuta in ogni generazione; da morto, fornisce modelli per coloro che dopo di lui riprendono la battaglia.

frammento da Il fascino di un microscopio, di T.S.Eliot, saggio sulla poesia di Marianna Moore, Adelphi

e quelle di Isaac Singer:

Ho deciso da molto tempo che le forze creative della letteratura non risiedono nell’originalità forzata prodotta dalle variazioni di stile e dalle macchinazioni linguistiche, ma nelle innumerevoli situazioni che la vita continua a creare, e in particolare nelle strambe complicazioni che intervengono tra uomo e donna. Per uno scrittore si tratta di potenziali tesori impossibili da esaurire, mentre tutte le innovazioni linguistiche (formali, estetiche) diventano ben presto cliché.

Io concludo chiedendo, a chi ha già letto Tree of codes, se in seguito all’operazione di scultura (def. di Gianluigi Ricuperati nella splendida recensione nell’inserto domenicale del sole 24 ore del 5 dicembre 2010) (scultura su una traduzione!) nel libro nato da/sopravvissuto a Le botteghe color cannella di Bruno Schulz vi sia  l’intenzionalità dello scrittore o se tutto sia lasciato unicamente alla responsabilità del lettore.

Bertinotti debutta a teatro

sarà Piero Calamandrei

di ANNA BANDETTINI

Da giorni, diligentemente, tra una seduta e l’altra di Montecitorio, ripassa la parte. Copione in mano, Fausto Bertinotti si prepara per il suo debutto da attore, il 16 ottobre al Teatro Valle di Roma. Esordio con tutti i crismi, anche ideologici. Il presidente della Camera reciterà nel ruolo di Piero Calamandrei, padre della patria, tra le più carismatiche personalità della sinistra italiana, in uno spettacolo importante per il suo valore civile prima ancora che per quello estetico. È vietato digiunare in spiaggia infatti parla, a dieci anni dalla morte, di Danilo Dolci, sociologo, sloveno che fece molto per il Sud, pacifista, figura quasi gandhiana che si spese contro la miseria e la mafia.

“Ho accettato questa prova perché considero Danilo Dolci una delle figure di riferimento nella mia formazione della non violenza – spiega il presidente della Camera – Dolci fu un punto d’eccellenza del pacifismo italiano e incarnò la speranza di rinascita del Mezzogiorno”. Fiero, dunque, di rendergli omaggio Bertinotti reciterà l’arringa che Calamandrei fece nel ’56, qualche mese prima di morire, in difesa di Dolci accusato di aver messo in piedi in Sicilia uno sciopero “all’incontrario”, coi lavoratori disoccupati che invece di incrociare le braccia costruirono una strada in campagna. Dodici minuti tesi e suggestivi, con riferimenti all’articolo 4 della Costituzione e all’Antigone. “Le parole di Calamandrei – dice Bertinotti – sono per me sempre una grande emozione”.

“Ci tenevamo che a leggerle fossero persone che hanno a loro volta fatto qualcosa per la cultura della pace – spiegano il regista Franco Però e l’autore Renato Sarti, direttore dell’agguerrito teatro della Cooperativa milanese che ha prodotto lo spettacolo con la provincia di Trieste e la collaborazione del Mittelfest, del Teatro Valle, dell’Eti, che l’ha voluto per aprire la propria stagione. Bertinotti è il primo di una lunga lista di voci autorevoli che si avvicenderanno in quella parte: Gherardo Colombo, Leoluca Orlando, Don Gallo, Vincenzo Consolo, Giancarlo Caselli, Marco Travaglio, Lidia Menapace, Dacia Maraini e uno dei ragazzi di Scampia.

(articolo da La Repubblica del 5 ottobre 2007)

 

ridurre danilo dolci alla figura di pacifista è comodo…danilo dolci era un uomo prima di tutto d’azione non violenta, ma d’azione…non da golfino di cachemire con chiappetta su poltrona.

ancora family day

la chiesa si rinnova

il mondo ha fretta e continua a cambiare
chi vuol restare a galla si deve arrangiare.
anche la chiesa che sembra non si muova
ogni tanto ci ripensa e ne inventa una nuova.
e dimostrando un notevole tempismo
ha già tirato fuori un nuovo catechismo.
dove tutto è più aggiornato dove tutto è più moderno
e anche a vincere un appalto si rischia l’inferno.
dove il senso di giustizia è ancora più forte
e talvolta è anche gradita la pena di morte.

e la chiesa si rinnova per la nuova società
e la chiesa si rinnova per salvar l’umanità.

in questo clima di sgomento per il popolo italiano
viene fuori l’acutezza del pensiero vaticano.
e tutti hanno capito che il papa era un genio
quando ha detto che la mafia è figlia del demonio.
ma quello che spaventa è il coraggio della cei
che ha già riabilitato galileo galilei.
e adesso se divorzi ti puoi anche risposare
a patto che stai buomo e non ti metti a scopare.
ma il nuovo sacramento per essere senza macchia
va fatto di nascosto e in un’altra parrocchia.

 

e la chiesa si rinnova per la nuova società
e la chiesa si rinnova per salvar l’umanità.

da oggi il praticante ha un’altra prospettiva
più allegra e disinvolta direi quasi alternativa.
la pillola per ora non può essere accettata
ma è ammessa se prevedi di esser violentata.
e piuttosto che far uso dei preservativi
è meglio diventare tutti sieropositivi.
d’altronde per la chiesa l’ideale è l’astinenza
che è un po’ come l’invito all’autosufficienza.

e la chiesa si rinnova per la nuova società
e la chiesa si rinnova per salvar l’umanità.

da roma il santo padre ci invia il suo messaggio
è lì ogni domenica a parte quando è in viaggio.
lui voleva andare in bosnia l’aveva stra annunciato
ma all’ultimo momento c’ha un po’ ripensato.
perché l’uomo è santo  e pio ma è anche molto scaltro
lui lo sa che morto un papa se ne fa subito un altro.
e adesso ha scritto un libro che è già un grosso evento
sarà anche un po’ acciaccato ma non sta fermo un momento.
perché la chiesa è sempre all’erta combatte e fa scintille
e per questo è giusto darle un bell’otto per mille.
anche se i traffici loschi della santa sede
sono parte integrante dei misteri della fede.

e la chiesa si rinnova per la nuova società
e la chiesa si rinnova per salvar l’umanità.

Giorgio Gaber

 

pubblicità prima delle proiezioni per i bambini

Guy Debord

Alla Cortese Attenzione dell’Ufficio Marketing dell’UCI Cinema:

comprendo che l’attenzione di un bambino è un ottimo induttore di consumi nel genitore, ma un po’ di buon senso e intelligenza nell’inevitabile marketing li possedete? vi concedo una lezione gratuita: quando un genitore porta il proprio figlio di tre anni a vedere barnyard-il cortile, non si aspetta di dover arginare nel proprio pargolo la paura suscitata dall’urlo di una donna che non viene salvata dal superman privato di redbull né di spiegare con largo anticipo che i bambini non si fanno tra un cambio e l’altro di jeans e neppure di spiegare o giustificare l’esistenza di un giovane hannibal lecter. perché non proponete le anteprime di film di animazione per bambini? oppure non consentite l’ingresso in sala solo dopo 20 minuti dall’inizio della proiezione, in modo da evitare l’inquietante battesimo di violenza e non senso? non porterò più mia figlia all’uci cinema e sconsiglierò qualsiasi genitore dal farlo. Michelle Müller

Buon giorno,

l’ingresso in tutti gli UCi Cinemas è consentito fino a 20 minuti circa dopo l’orario di inizio comunicato (anche in biglietteria noterà che è possibile acquistare i biglietti fino a 20 minuti circa dopo l’orario comunicato). Di conseguenza, con un bambino così piccolo può tranquillamente entrare in sala a inizio proiezione del film evitando di vedere tutta la pubblicità che lo precede.
Speriamo di riaverla tra i nostri fedeli spettatori,

cordiali saluti,

Dott.ssa Maria Chiara Nava
Brand & Communication Manager
UCI ITALIA S.p.a.
Via Melchiorre Gioia, 168
20125 Milano

Gentile et ovocitica Dott.ssa Nava,
io potrei oggi entrare in sala 20 minuti dopo l’inizio della proiezione, perché ho già una volta subito il vostro ‘battesimo’.
La sua risposta e il fatto che non sia visibile un cartello in cui si sconsiglia l’ingresso ai bambini in sala prima dei 20 minuti di gavettone pubblicitario, mi inducono a pensare che voi gestori del marchio e della comunicazione garantite agli sponsor l’effetto sorpresa per coloro che entrano in sala per la prima volta con i pargoli e la partecipazione degli automi spermatici ed ovocitici che non si sono neanche resi conto di cosa viene proposto ai loro figli.

Che risposta priva di vitalità la sua e che triste e cinico lavoro deve essere il suo, privo di produzione di senso e bellezza…

saluti,

Michelle Müller

Buon giorno,
La frase “il film inizia circa 20 minuti dopo l’orario indicato; i biglietti sono acquistabili fino a circa 20 minuti dopo l’orario indicato” è riportata sulla newsletter settimanale con i nuovi film in uscita, sul volantino cartaceo con la programmazione dei film distribuito nei cinema oltre che su altri vari mezzi di comunicazione.
La ringrazio per la sua email piena di senso e di bellezza.
Buona serata

Dott.ssa Maria Chiara Nava
Brand & Communication MAnager
UCI ITALIA S.p.a.


il suo titolo quindi non le consente di esprimere un pensiero personale?
lezione di semiotica: sconsigliare chiaramente l’ingresso prima dei 20 minuti proprio a causa della pubblicità è molto diverso dall’indicare la possibilità di entrare con 20 minuti di ritardo. Michelle Mülle

homo consumans


da un’ora cerco senza successo su http://images.google.it/ un’immagine che riproduca lo spazio compreso tra un paio di occhi ed uno schermo televisivo o cinematografico: sguardo osceno, imbarazzante.

ecco la scansione di un’immagine tratta dal libro di guy debord opere cinematografiche bompiani

 

tale oscenità è il motivo per cui è invece facile trovare immagini che escludono tale sguardo: