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il prezzo dell’eternità


foto di André Kertesz

La responsabilità dei pittori, come di tutti coloro ai quali è dolorosamente toccato in sorte d’impedire, nel modo espressivo in cui si dedicano, la sopravvivenza del segno alla cosa significata, mi sembra oggi pesante e sopportata in genere piuttosto male. Eppure è il prezzo dell’eternità.

da Il surrealismo e la pittura, André Breton, Abscondita, trad.di Ettore Capriolo

il significatore

collage di Hannelore Baron

 

“Vedete, ‘nella vita’ io facevo il filologo. Avete idea di cosa significa? Significa incontrare un testo grasso, flaccido, pieno di macchie e di impurità, e dirgli: testo, io ti riporterò alla tua verità. Mi seguite?”

“Sì”.

“Allora dovete scegliere gli strumenti più affilati. Le lame della paleografia, la grattugia della recensio, lo squartamento della tradizione nelle nudità dello stemma, l’amputativo tronchese della variantistica: e poi sezionare, eviscerare, potare: e poi prendere dei secchi, delle casse, scavare delle fosse, e metterci dentro tutto quel crassume escerpato, tutta quella schifosa corruzione, ah! Sto male soltanto a pensarci! Insomma, quando avete pulito e asciugato dappertutto siete voi due soli, voi e il testo, perfetto nella sua semplicità originaria, nudo, scheletrico, puro! Avete capito?”

“Sì”.

“No, non potete. Non avete mai fatto un’edizione critica”.

Ancora quel rantolo, ora più gorgogliante. Quando riprese a parlare mi parve più vecchio di quanto avessi immaginato fino a quel momento.

“Anche se non tutto quello che ho detto vi è chiaro, so cosa state pensando: che per mera inerzia analogica io sia passato dai testi agli umani, tentando l’intreccio dei visceri dopo aver saggiato quello delle parole e delle forme”.

“No, no, io non penso niente…”

“Male! Mi avete chiesto perché uccido? In un certo senso è per avere degli interlocutori. Voi entrate in casa mia dopo avermi rotto la finestra, frugate nelle mie tenebre con la vostra torcia indiscreta, e non volete essere mio interlocutore? Mmmmh…penso che non sappiate nemmeno cos’è l’ermeneutica, per cui ve la dirò io. È la scienza dell’interpretare, sommamente decisiva al filologo e al critico. Ora immaginatevi questo: un uomo che per tutta la sua vita sveste e riveste i testi di interpretazioni, che li ruota fra le mani come prismi per trarne sempremai nuove luci, che inventa nuove rubriche ove ascriverli, un uomo che li palpa, i testi, e palpandoli li sente gonfi di tutte le interpretazioni che prima di lui altri uomini han dato loro, interpretazioni cui la sua, sopraggiungendo postrema, conferirà nuovi accenti…I capolavori! Ma siamo noi che li abbiamo fatti diventare tali, leggendoli e rileggendoli, e caricandoli di senso fino a saturarli di storia e di energia, ecco, quando ho capito questa cosa io, il significatore, ho cominciato a chiedermi: e a me chi lo conferisce il senso? Chi mi interpreta?(…)”.

 

Da La serietà della serie in Euridice aveva un cane, Michele Mari, Einaudi