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La voce

A un’oscura, babelica libreria la mia culla
era addossata: scienza, romanzi, favolelli,
tutto, polvere greca e cenere latina,
vi si mischiava. Io ero alto come un in-folio.
Due voci mi parlavano. Una, ferma e insidiosa,
mi diceva: “La terra è un delizioso
pasticcio dolce. Posso, per tua gioia,
far più capace la tua fame.” E l’altra:
“Vieni, su vieni! passeggia nei sogni,
più in là del conosciuto e del possibile!”
E risuonava, questa, come il vento dei greti,
inatteso fantasma che vagisce e l’orecchio
molce e insieme spaventa. E: “Sì, voce soave!”
io rispondevo. Allora, in quell’istante,
s’è spalancata, ahimè, nella mia vita
una piaga fatale. Oltre le quinte
dell’esistere immenso, nel cuore dell’abisso,
io vedo con chiarezza dei mondi singolari
e, vittima incantata della mia doppia vista,
trascino dei serpenti che mi mordono i piedi.
E’ da allora che, simile ai profeti,
ho tanta tenerezza per il deserto e il mare,
che piango nella gioia e rido nel dolore
e nel vino più amaro ritrovo una dolcezza;
che, gli occhi al cielo, casco nelle buche
e prendo spesso i fatti per tranelli…
Ma: “Tienteli i tuoi sogni!” mi consola la voce,
“solo chi è matto ne ha di così belli!”.

da Poesie varie in I fiori del male e altre poesie, Charles Baudelaire, Einaudi, trad.di Giovanni Raboni

Paesaggio

Per comporre i miei versi in castità
voglio, come gli astrologhi, stare attaccato al cielo,
vicino alle campane, e ascoltare sognando
i loro inni solenni portati via dal vento.
Da lassù, con le mani sotto il mento,
guarderò l’officina pettegola e canora,
camini e campanili, pennoni di città,
e attingerò dai cieli sogni di eternità.

È dolce, tra le brume, veder nascere
la stella nell’azzurro, la luce alla finestra,
i fiumi di carbone andar su verso il cielo
e il suo smorto incantesimo effondere la luna.
Guarderò primavere, estati, autunni, e quando
arriverà l’inverno, monotono di nevi,
chiuderò tende e imposte, tapperò ogni fessura,
e alzerò nella notte fantastiche dimore.
Là sognerò orizzonti cilestrini,
e parchi, e su alabastri zampilli di fontane,
e uccelli che cinguettano sera e mattina, e baci,
e tutto quello che di più infantile
c’è nell’Idillio. Tempestando ai vetri
non potrà dal mio tavolo distrarmi la Sommossa,
giacché sarò sepolto nel piacere
di fare Primavera con la mia volontà,
di tirar fuori un sole dal mio cuore,
di intiepidire l’aria col fuoco dei pensieri.

da I fiori del male, Charles Baudelaire, Einaudi, trad.di Giovanni Raboni

a cura di Walter Benjamin

Edizione unica e non ripetibile, di trentuno esemplari, numerati e firmati dall’Artista, licenziata -sibi et sodalibus- a cura delle Edizioni Accessorie in Roma, si correda della acquaforte originale “Le Ministère de la Marine” disegnata nel 1865 da Charles Meryon e nuovamente incisa per questa pubblicazione da Laura Stor. I versi di Charles Baudelaire, tratti dalla poesia “La Béatrice” e la “Nota al testo” di Walter Benjamin, tradotta da Marco Federici Solari, sono allestiti avvalendosi del carattere Bodoni Book, presso la tipografia Riva di Carugate, il cinque di novembre dell’anno 2012

il sogno di un curioso


foto di Sergio Larrain

A F.N.

Piace anche a te l’aroma del dolore,
dicono anche di te: “Che uomo singolare!”
“Ero sul punto di morire. Nel cuore appassionato
c’era , desiderio più orrore, un male strano:

era angoscia, era viva speranza; né volevo sottrarmi.
Più la fatale clessidra si vuotava e più acre,
più deliziosa era la mia tortura;
si scollava dal mondo la mia anima.

Avido come un fanciullo ero in attesa
dello spettacolo, odiando del sipario la remora…
Gelida, tutt’a un tratto, la verità mi appare:

senza scosse ero morto, e la tremenda aurora
m’avvolgeva. – Nient’altro? è mai possibile?
S’era alzato il sipario, e io aspettavo ancora.

da I fiori del male – La morte, Charles Baudelaire, Einaudi, trad. di Giovanni Raboni

il cliente ha sempre ragione

Baudelaire fotografato da Nadar

(…) Come colui che vidi una volta nella nostra hall, all’ora in cui le prove di stampa vengono date in esame alla clientela, sensibilmente puntuale a questo appuntamento quotidiano. Fra tanti piccoli gruppi assorti sulle loro rispettive prove, passavo dall’uno all’altro, esprimendo il mio parere. Finché raggiunsi quel tipo:
Signore, vuole che l’aiuti a essere severo? Per cominciare, come trova la sua immagine?”
“Niente male, signore. Sono soddisfatto”.
“Permette che dia uno sguardo?”.
Osservo le due prove – sollevo gli occhi sul modello…
Quella che aveva in mano, e di cui era “soddisfatto”…era la foto di un altro.

da Quando ero fotografo, Félix Nadar, Abscondita, trad.di Stefano Santuari

la gigantessa


Luca Donnini

Quando ogni giorno, estrosa, la Natura
generava altri mostri, avrei voluto vivere
vicino a una fanciulla gigante, come un gatto
voluttuoso vicino a una regina.

Vedere insieme all’anima il suo corpo fiorire
e libero in terribili giochi crescere – e capire
dall’umida nebbia che fuma nei suoi occhi
la fiamma buia accesa nel suo cuore.

Minuzioso esplorare la fastosa bellezza
delle sue forme, scalare le sue ginocchia immense,
e a volte, d’estate, quando il torbido sole

l’atterra supina per tutta la campagna
addormentarmi all’ombra del suo seno
come un borgo tranquillo appiè d’una montagna.

da I fiori del male, Charles Baudelaire, Einaudi, trad.di Giovanni Raboni

frutti vermigli

Fu la mia giovinezza un uragano
E una tenebra, rotta da brillanti
Soli. Il tuono e la pioggia han fatto scempio
Tal che del mio giardino
Pochi ritrovo ormai frutti vermigli.

Charles Baudelaire

 

Ulisse:”Bene. La troviamo, l’eroina di Scizia, Achille e io, immota in assetto da guerra, in testa alle sue vergini, succinta: il cimeiero le sovrasta il capo, e muovendo le sue nappe di porpora e d’oro, il cavallo pesta la terra sotto di lei. E pensosa, e per un istante, guarda priva d’ogni espressione la nostra schiera, come se noi fossimo lì, scolpiti nella pietra davanti a lei; ecco, questa palma della mia mano, te l’assicuro, è molto più espressiva del suo volto: finché, adesso, il suo sguardo cade sul Pelide: di colpo, un rossore, giù giù fino al collo le trascolora il volto, come se intorno a lei, di colpo, il mondo divampasse in chiare lingue di fiamma. Si butta, con un gesto improvviso – e uno sguardo truce getta su di lui – giù dal cavallo a terra, ci domanda, affidando le redini a una serva, che cosa ci porti lì da lei, così solennemente. E io: che noi Argivi ci rallegriamo di imbatterci in una nemica del popolo dei Dardani; quale odio divampa, da tempo, contro i figli di Priamo, enl cuore dei Greci; quanto utile, a lei come a noi, sia un’alleanza; e il resto, che il momento mi suggerisce. Ma con stupore, nel flusso del discorso, mi accorgo che non mi sente. Si volta di colpo con un’espressione di sbalordimento, come una fanciulla di sedici anni che torni dai giochi olimpici, verso un’amica che le sta al fianco, e grida: Protoe, un uomo simile mia madre Otrera non l’ha incontrato mai! L’amica, colpita da queste parole, tace; Achille e io ci guardiamo sorridenti. lei, lei, di nuovo indugia, con uno sguardo estasiato, sulla figura smagliante dell’Egineta: finché l’altra, timorosa, le si avvicina e le ricorda che mi deve ancora una risposta. Allora, tingendo la corazza, giù fino alla cintola, col rosso delle guance – fosse furore, fosse invece vergogna – confusa e fiera e scatenata insieme: che è Pentesilea, dice rivolta a me, regina delle Amazzoni, e che dalla faretra verrà la sua risposta!”

da Pentesilea, Heinrich von Kleist, Einaudi, trad. Enrico Filippini

 

a ciascuno la sua chimera

Sotto un grande cielo grigio, in una grande pianura polverosa, senza strade, senza erba, senza un cardo, senza un’ortica, incontrai alcuni uomini che andavano curvi.
Ciascuno di loro portava sul dorso una enorme Chimera, pesante quanto un sacco di farina o di carbone, o quanto l’equipaggiamento di un fante romano.
Ma la mostruosa bestia non era un peso inerte: al contrario cingeva e opprimeva l’uomo con i suoi muscoli elastici e possenti; si aggrappava con due grandi artigli al petto della sua cavalcatura; e con l’enorme testa sormontava la fronte dell’uomo, come uno di quegli orribili caschi con i quali i guerrieri antichi speravano di accrescere il terrore nel nemico.
Interrogai uno di quegli uomini e gli chiesi dove andassero a quel modo. rispose che non sapevano nulla, né lui né gli altri; ma che, evidentemente, da qualche parte andavano, poiché un irrefrenabile bisogno di camminare li sospingeva.
Cosa curiosa a notarsi: nessuno dei viaggiatori pareva adirarsi contro al bestia feroce che gli pendeva dal collo e gli si attaccava alla schiena; si sarebbe detto che la considerasse parte di sé medesimo. nessuno di quei volti affaticati e gravi palesava disperazione alcuna; sotto la cupola melanconica del cielo, con i piedi affondati nella polvere di un suolo non meno desolato di quel cielo, camminavano con l’espressione rassegnata di chi è condannato a sperare per sempre.
Il corteo mi passò accanto e si perse nell’aria dell’orizzonte, nel punto in cui la superficie curva del pianeta si sottrae alla curiosità dello sguardo umano.
Per qualche istante mi ostinai a voler comprendere quel mistero; ma ben presto l’irresistibile Indifferenza si abbattè su di me, e ne fui oppresso più pesantemente di quanto non lo fossero essi sotto le loro schiaccianti Chimere.

 

da Lo spleen di Parigi, Charles Baudelaire