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lettera di Pavese a Linder

Torino, 29 settembre 1947

Caro Linder,
mentre attendiamo i libri nuovi (Lowry, Honig, Bourdet), le rimando i due romanzacci: Steps going down e The story of Mr.Murphy. Sono di quei libri di larga umanità e non senza insegnamento, che mi schifano.
La Nagel mi ha dato il Sargeson. Henriques l’ho avuto.
Grazie e saluti.

Pavese

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

Lettera dedicata all’amico Federico Fantinel

eros e tànatos

(…)

Eros: Nulla di brutto, e anzi parole di conforto. Iacinto imparò che il signore di Delo con quegli occhi indicibili e quella pacata parola aveva visto e trattato molte cose nel modo che potevano anche a lui toccare un giorno. L’ospite discorreva anche di lui, della sua sorte. La vita spicciola di Amicle gli era chiara e familiare. Faceva progetti. Trattava Iacinto come un eguale e coetaneo, e i nomi di Aglaja, di Eurinòme, di Auxò – donne lontane e sorridenti, donne giovani, vissute con l’ospite in misteriosa intimità – venivano detti con noncuranza tranquilla, con un gusto indolente che a Iacinto faceva rabbrividire il cuore. Questo lo stato del ragazzo. Davanti al signore ogni cosa era agevole, chiara. A Iacinto pareva di potere ogni cosa.

Tànatos: Ho conosciuto altri mortali. E più esperti, più saggi, più forti che Iacinto. Tutti distrusse questa smania di potere ogni cosa.

Eros: Mio caro, in Iacinto non fu che speranza, una trepida speranza di somigliarsi all’ospite. Né il Radioso raccolse l’entusiasmo che leggeva in quegli occhi – gli bastò suscitarlo-, lui scorgeva già allora negli occhi e nei riccioli il bel fiore chiazzato ch’era la sorte di Iacinto. Non pensò né a parole né a lacrime. Era venuto per vedere un fiore. Questo fiore doveva essere degno di lui – meraviglioso e familiare, come il ricordo delle Càriti. E con calma indolenza creò questo fiore.

Tànatos: Siamo cose feroci, noialtri immortali. Io mi chiedo fin dove gli Olimpici faranno il destino. Tutto osare può darsi distrugga anche loro.

Eros: Chi può dirlo? Dai tempi del caos non si è visto che sangue. Sangue d’uomini, di mostri e di dèi. Si comincia e si muore nel sangue. Tu come credi di esser nato?

Tànatos: Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli Olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo.

Eros: Sì, Tànatos. Ma non vogliamo tener conto dei ricchi pensieri che Iacinto incontrò? Quell’ansiosa speranza che fu il suo morire fu pure il suo nascere. Era un giovane inconscio, un poco assorto, annebbiato d’infanzia, il figliolo d’Amicle, re modesto di modesta terra – che cosa sarebbe stato senza l’ospite di Delo?

Tànatos: Un uomo tra gli uomini, Eros.

Eros: Lo so. E so pure che alla sorte non si sfugge. Ma non son uso intenerirmi su un capriccio. Iacinto ha vissuto dei giorni nell’ombra di una luce. Non gli mancò, della gioia perfetta, nemmeno la fine rapida e amara. Quella che Olpimpici e immortali non conoscono. Che altro vorresti, Tànatos, per lui?

Tànatos: Che il Radioso lo piangesse con noi.

Eros: Tu chiedi troppo, Tànatos.

da Dialoghi con Leucò- Il Fiore, Cesare Pavese, Einaudi

ti confesserò ora altre mie vergogne

B., ti confesserò ora altre mie vergogne:

spero sempre di sposarti –
quando soffrivo mi mostravo a te, per farti effetto –
il piacere più delirante che conosco è quello di essere compassionato –
per “sentire” la politica devo fare uno sforzo –
con tutti mi do arie di non darmi arie –
quando ti ho detto “ognuno ha la sua tisi”, pensavo di farti effetto più che un’altra frase-
c’è stata un’interruzione puttanesca ai famosi cinque anni di castità cavalleresca di cui mi vanto –
dicendo questo, mi lusingavo che una interruzione così confessata forse avrebbe fatto più effetto che nessuna –
faccio il finto semplice –
penso ai denari –
mi vergogno di mio cugino tabaccaio –
mi sono molto masturbato un tempo.

(dalla lettera a Bianca Garufi, Torino 25 novembre 1945)

.-.-.-.-.

(…)ma può darsi che tu pensi a tutt’altro e abbia ritrovato un vecchio amore o uno nuovo e la letteratura già ti disgusti. In questo caso sai quel che hai da fare – come la notte che mi hai detto che ne avevi le scatole piene – brucia anche questo e vivi lieta. Io ho trovato due foto stupende della Venere di Cirene, e sono molto tentato di darmi all’amor solitario. Pace. Pavese

(dalla lettera a Bianca Garufi, Roma giovedì 21 febbraio 1946)

da Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950), a cura di Mariarosa Masoero, Leo S.Olschki Firenze, 2011

una bellissima coppia discorde

Cara Bianca,
(…) che cosa pretendi? che ci coccoliamo come due conigli? Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero dopotutto e producente. Ciascuno ha i suoi sistemi – noi siamo una bellissima coppia discorde, e il sesso – che dopotutto esiste- si sfoga come può.

da Una bellissima coppia discorde – Il carteggio Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950) a cura di Mariarosa Masoero, Leo S.Olschki  – Firenze

ismaele e quiqueg

Ismaele

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa sapere con precisione quanti – avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare pensai di andarmene un po’ per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. E’ uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo,senza volerlo, davanti a depositi di bare o in cammino dietro tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogniqualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello di testa ai passanti, giudico allora che sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile. Questo è il mio modo di sostitutire pistola e pallottola. Con un fiorito filosofare Catone si gettò sulla spada; io, con calma, mi imbarco. In ciò non vi è nulla di sorprendente. Quasi tutti gli uomini, anche se non lo sanno, una volta o l’altra, ciascuno secondo la propria natura, provano sentimenti pressochè simili ai miei nei confronti dell’oceano

da Moby Dick, di Herman Melville, Adelphi, trad.di Cesare Pavese

Ismaele vede Quiqueg

Quiqueg