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L’unità

(…) l’unità di un gruppo di poesie (il poema) non è un astratto concetto da presupporsi alla stesura, ma una circolazione organica di appigli e di significati che si viene via via concretamente determinando. Succede anzi che, composto tutto il gruppo, la sua unità non ti sarà ancora evidente e dovrai scoprirla sviscerando le singole poesie, ritoccandone l’ordine, intendendole meglio. Mentre l’unità materiale di un racconto si fa per così dire da sé ed è cosa naturalistica per il meccanismo stesso del raccontare.

da A proposito di certe poesie non ancora scritte, appendice a Lavorare stanca, Cesare Pavese, Einaudi

e mi scopersi un giorno mugolare

Mi ero altresì creato un verso. Il che, giuro, non ho fatto apposta. A quel tempo, sapevo soltanto che il verso libero non mi andava a genio, per la disordinata e capricciosa abbondanza che esso usa pretendere dalla fantasia. Sul verso libero whitmaniano, che molto invece ammiravo e temevo, ho detto altrove la mia e comunque già confusamente presentivo quanto di oratorio si richieda a un’ispirazione per dargli vita. Mi mancava insieme il fiato e il temperamento per servirmene. Nei metri tradizionali non avevo fiducia, per quel tanto di trito e di gratuitamente (così mi pareva) cincischiato ch’essi portano con sé; e del resto troppo li avevo usati parodisticamente per pigliarli ancora sul serio e cavarne un effetto di rima che non mi riuscisse comico.
Sapevo naturalmente che non esistono metri tradizionali in senso assoluto, ma ogni poeta rifà in essi il ritmo interiore della sua fantasia. E mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che fu poi un distico de I mari del Sud) secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più mi ossessionavano. Così, senza saperlo, avevo trovato il mio verso (…).

da Il mestiere di poeta (a proposito di Lavorare stanca), Cesare Pavese, Einaudi

La notte

Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perduta una calma stupita
fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago
ricordare.

                     Talvolta ritorna nel giorno
nell’immobile luce del giorno d’estate,
quel remoto stupore.

                                               Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli
dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte
e la vita era un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.

                                           Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita.

da Lavorare stanca, Cesare Pavese, Einaudi

Sono libri

martaeclementina

 

Nuto rovistava in quella cassa –c’era un carico di libri stracciati, di vecchi fogli color ruggine, quaderni della spesa, quadri rotti. Lui faceva passare quei libri, li sbatteva per levargli la muffa, ma a toccarli per un po’ le mani ghiacciavano. Era roba dei nonni, del padre del sor Matteo che aveva studiato in Alba. Ce n’era di scritti in latino come il libro da messa, di quelli con dei mori e delle bestie, e così avevo conosciuto l’elefante, il leone, la balena. Qualcuno Nuto se l’era preso e portato a casa sotto la maglia, “tanto, -diceva- non li adopera nessuno”. – che fai? –gli avevo chiesto, -non comprate già il giornale?
– Sono libri, -disse lui, – leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.

da La luna e i falò, Cesare Pavese, Einaudi

ai disertori della vanga

A Franca Violani Cancogni, Roma

Torino, 25 agosto 1950

Cara signora,
che Einaudi non la paghi non è niente di nuovo. Si faccia pagare anticipato, la prossima volta, è l’unico modo.
Ho avuto il suo *, ma non so che farne. A me questa poesia mi disgusta profondamente, e imporrei una tassa di 100 000 lire per ogni verso, da pagarsi in lavori forzati.
Le rimando il manoscritto. Se crede, lo presenti a Muscetta (Via Uffici del Vicario) che dovrebbe dirigere una collana di poeti.

Cordialmente.

Senza la firma di Cesare Pavese

Dattiloscritto (copia) nell’Archivio Einaudi

Permetta a un lettore privato si salutarla con gratitudine

Agostino Straulino e Nicolò Rode nel 1950

Marina di Poveromo, 14 agosto 1950

Caro Pavese,
quantunque non abbia il piacere di conoscerla di persona, non posso fare a meno di scriverle: perché mezz’ora da ho terminato di leggere La luna e i falò.
Solo nelle poche vacanze posso permettermi il lusso di leggere libri di mio gusto. Ho seguito in questi anni con crescente comprensione la Sua opera di narratore. Il secondo racconto di Prima che il gallo canti, che lessi qualche mese fa, m’aveva colpito ancor più degli altri Suoi scritti. Ora, in queste vacanze d’agosto ho potuto leggere con viva ammirazione il trittico di Bella d’estate, e tra ieri e oggi La luna e i falò. E ne sono ancora, più che ammirato, turbato.
Questa è grande arte e poesia vera: di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni tra arte e politica non hanno più senso. Gli artisti veri, senza proporselo, toccano sempre le ferite della loro società, l’accento occasionale che prende nel loro tempo la eterna pena dell’uomo: sono del loro tempo e di tutti i tempi.
Permetta a un lettore privato di salutarla con gratitudine.
Il suo,

Piero Calamandrei

.-.-.-

 

Torino, 21 agosto 1950

Caro Calamandrei,
la sua lettera è venuta come una brezza nel deserto. Traversavo e traverso un periodo tristissimo, e sia pure soltanto un sollievo come quello di sentire che non si è lavorato invano e che i migliori d’Italia se ne sono accorti, è bastato a darmi respiro. Le espressioni che ha voluto usare riguardo alla mia opera sono tali che, se non fossi certo di chi è Calamandrei, quasi avrei creduto a una leggera canzonatura. Ma so bene invece il loro senso, e considero la lettera epoch-making nella mia vita.
Spero di superare queste secche e lavorando dell’altro darle ragione fino in fondo. Ma quella “serena contemplazione del ricordo” che lei rileva nei miei libretti non è stata se non a prezzo di tali rinunzie nella mia vita che oggi ne sono tramortito. Vedremo.
Grazie, caro Calamandrei, suo

Cesare Pavese

Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

A Lalla Romano, Torino, 24 marzo? 1950

Cara Lalla, sì, lo trovo molto bello, fecondativo, vivificante. Brava. Ti abbraccio, Natalia

Io non ti abbraccio ma sono d’accordo con la Nostra. Cercherò di non farmi fecondare. Adesso pensiamo a imporlo a Einaudi. La cosa non è sicura. Ciao. Pavese

(si riferisce al manoscritto di Le metamorfosi di Lalla Romano)

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

dedicato all’amico Federico Fantinel

lettera di Pavese a Linder

Torino, 29 settembre 1947

Caro Linder,
mentre attendiamo i libri nuovi (Lowry, Honig, Bourdet), le rimando i due romanzacci: Steps going down e The story of Mr.Murphy. Sono di quei libri di larga umanità e non senza insegnamento, che mi schifano.
La Nagel mi ha dato il Sargeson. Henriques l’ho avuto.
Grazie e saluti.

Pavese

da Lettere 1945-1950, Cesare Pavese, Einaudi

Lettera dedicata all’amico Federico Fantinel

eros e tànatos

(…)

Eros: Nulla di brutto, e anzi parole di conforto. Iacinto imparò che il signore di Delo con quegli occhi indicibili e quella pacata parola aveva visto e trattato molte cose nel modo che potevano anche a lui toccare un giorno. L’ospite discorreva anche di lui, della sua sorte. La vita spicciola di Amicle gli era chiara e familiare. Faceva progetti. Trattava Iacinto come un eguale e coetaneo, e i nomi di Aglaja, di Eurinòme, di Auxò – donne lontane e sorridenti, donne giovani, vissute con l’ospite in misteriosa intimità – venivano detti con noncuranza tranquilla, con un gusto indolente che a Iacinto faceva rabbrividire il cuore. Questo lo stato del ragazzo. Davanti al signore ogni cosa era agevole, chiara. A Iacinto pareva di potere ogni cosa.

Tànatos: Ho conosciuto altri mortali. E più esperti, più saggi, più forti che Iacinto. Tutti distrusse questa smania di potere ogni cosa.

Eros: Mio caro, in Iacinto non fu che speranza, una trepida speranza di somigliarsi all’ospite. Né il Radioso raccolse l’entusiasmo che leggeva in quegli occhi – gli bastò suscitarlo-, lui scorgeva già allora negli occhi e nei riccioli il bel fiore chiazzato ch’era la sorte di Iacinto. Non pensò né a parole né a lacrime. Era venuto per vedere un fiore. Questo fiore doveva essere degno di lui – meraviglioso e familiare, come il ricordo delle Càriti. E con calma indolenza creò questo fiore.

Tànatos: Siamo cose feroci, noialtri immortali. Io mi chiedo fin dove gli Olimpici faranno il destino. Tutto osare può darsi distrugga anche loro.

Eros: Chi può dirlo? Dai tempi del caos non si è visto che sangue. Sangue d’uomini, di mostri e di dèi. Si comincia e si muore nel sangue. Tu come credi di esser nato?

Tànatos: Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli Olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo.

Eros: Sì, Tànatos. Ma non vogliamo tener conto dei ricchi pensieri che Iacinto incontrò? Quell’ansiosa speranza che fu il suo morire fu pure il suo nascere. Era un giovane inconscio, un poco assorto, annebbiato d’infanzia, il figliolo d’Amicle, re modesto di modesta terra – che cosa sarebbe stato senza l’ospite di Delo?

Tànatos: Un uomo tra gli uomini, Eros.

Eros: Lo so. E so pure che alla sorte non si sfugge. Ma non son uso intenerirmi su un capriccio. Iacinto ha vissuto dei giorni nell’ombra di una luce. Non gli mancò, della gioia perfetta, nemmeno la fine rapida e amara. Quella che Olpimpici e immortali non conoscono. Che altro vorresti, Tànatos, per lui?

Tànatos: Che il Radioso lo piangesse con noi.

Eros: Tu chiedi troppo, Tànatos.

da Dialoghi con Leucò- Il Fiore, Cesare Pavese, Einaudi