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i miei nuclei di condensazione

In tutti i tempi sono sorti uomini eccezionali

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Perché i santi hanno così degli imitatori, e perché i grandi propagatori di bene hanno trascinato dietro di sé folle? Essi nulla domandano, e tuttavia ottengono. Non hanno bisogno di esortare; non hanno che da esistere: la loro esistenza è un richiamo. Tale infatti è il carattere di quest’altra morale. Mentre l’obbligazione naturale è pressione o spinta, nella morale completa e perfetta c’è un richiamo.
La natura di questo richiamo l’hanno conosciuta interamente solo coloro che si sono trovati in presenza di una grande personalità morale; ma ciascuno di noi, in momenti nei quali le sue massime abituali di condotta sembravano insufficienti, si è domandato che cosa quel tale o quel tal altro avrebbe atteso da lui in simile occasione. Questo poteva essere un parente, un amico, che evocavamo così col pensiero; ma poteva anche essere un uomo che non avevamo mai incontrato, di cui ci avevano semplicemente raccontato la vita, e al giudizio del quale sottomettevamo allora, in immaginazione, la nostra condotta, temendo da lui un biasimo, fieri della sua approvazione. Poteva anche essere, tratta dal fondo dell’anima al lume della coscienza, una personalità che nasceva in noi, che sentivamo capace di invaderci interamente più tardi, e alla quale volevamo attaccarci per il momento come fa il discepolo con il maestro.

da Le due fonti della morale e della religione, Henri Bergson, SE Studio Editoriale, trad.di Mario Vinciguerra

fuoco- la bolletta e le idee (pensieri sulla vita comune)

 

Ieri pomeriggio, presso la Casa del Parco della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali (bellissima, peraltro), un più che discreto numero di donne uomini e bambini (presenti o ancora nella pancia delle rispettive mamme) hanno parlato della possibilità di provare anche nella mia città o in zone immediatamente limitrofe un discorso di vita comune. Per la prima volta, vengo a contatto con un gruppo di persone che si incontra per discutere di nuove forme di convivenza. Ci si confronta sulla base di esperienze collaudate in Italia o all’estero come quelle degli ecovillaggi, dei condomini solidali o del cohousing.

 

C’è chi vorrebbe andare in campagna e chi invece, avendo un’occupazione a Roma, preferirebbe non allontanarsi troppo. Chi vorrebbe condividere i momenti dei pasti e chi invece non se la sente di fare “come in convento”. Chi è single e vuole cambiare vita, chi aspetta un bambino e non ha casa, chi ha smesso di lavorare e vuole sperimentare. Chi vuole incontrare persone perché si sente solo.

 

Su tutto emerge l’esigenza di esprimere nuove forme di relazione tra le persone anche se i modi per realizzarle appaiono a prima vista diversi come diversa ed eterogenea è la storia di chi ne farebbe parte. Al di là del discorso di fondo, infatti, le necessità sono differenti. Principalmente, credo, bisognerebbe lavorare sulla condivisione di un metodo di lavoro per andare avanti nella costruzione di questa futura convivenza. Ossia: prima andrebbero edificate le relazioni e dopo la vita comune con i suoi annessi e connessi.


Non c’è una opposizione tra ideologia e pragmatismo, semmai, tra ideologia e idealità. Senza una profonda motivazione ideale infatti (ma possiamo chiamarla anche “speranza” o “persuasione”), anche le tecniche più raffinate di gestione dei conflitti o di facilitazione servono poco. Forse è per questo che le forme di convivenza comunitaria su base religiosa sono quelle che resistono nel tempo. Insomma, prima di discutere se sia più bello costruire i pannelli solari o comprare cibi equosolidali, non è importante chiarirsi la motivazione della scelta? Perché si sta insieme? Si crede ad una vita diversa, si vuole spendere di meno, tutt’e due?


Scegliere cosa si vuole condividere con l’altro significa cosa dell’altro si vuole includere nella propria vita. 

 

A mio parere, la scelta comunitaria, per amore o per calcolo, sarà il futuro “obbligato” della convivenza tra esseri umani. Chi vive a Roma avrà notato (tra notti bianche, feste dei vicini o dei cognati e nonni) come queste occasioni siano la testimonianza di una deriva socializzante unilaterale. Ovvero: proprio perché in città non si riesce più a soddisfare il proprio bisogno di relazioni calde e affettuose, ci pensa l’istituzione a socializzare tutti. Con l’umoristico risultato di provocare magari una lite nell’unica occasione in cui non ci si può ignorare (è successo anche questo in un quartiere romano proprio in una festa dei vicini).

Socialità non vuol dire comunità. Tuttavia, momenti di comunitarismo sia pure “light” e a tempo determinato vengono ritagliati in modo selvatico un po’ da tutti. Il nostro bisogno di comunità passa per l’incontro del gruppo di yoga che va a mangiare la pizza insieme a San Lorenzo o per il numero di amici delle vacanze che si riunisce per vedere le foto o il video dell’estate. Anche se ciò ha una durata limitata.


Questo bisogno tuttavia si deve nutrire dei principi dell’accoglienza e di un rapporto paritario tra le persone – tanto belli a parole – come della concretezza della convivenza e della relazione tra le diversità. La bolletta e le idee, insomma. Le diverse esigenze, i diversi interessi, le diverse aspettative. L’urgenza di avere una casa per un bimbo in arrivo. La ricerca della compagna o del compagno. Come il sogno legittimo di un’altra vita.


Carlo Taddeo Roma, I ottobre 2006

 


(to be continued)


 


 http://www.accampo.ilcannocchiale.it/


 


Per saperne di più:


Cohousing: l’ecovillaggio nel condominio * www.aamterranuova.it/article1372.htm


Sito italiano del Cohousing * www.cohousing.it